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COSA
SIGNIFICA DOVE
NASCE COS'E' PRINCIPI
BASE Inoltre, ogni individuo è unico ed irripetibile ed all'atto della nascita acquisisce una
sua specifica costituzione, o prakruti, formata dalla combinazione delle energie mentali,
fisiche ed emotive. Tale costituzione di nascita viene costantemente influenzata nel corso della
vita da fattori esterni ed interni: dalle stagioni, al tempo, al lavoro, al cibo che mangiamo, ai
rapporti con la famiglia. La costituzione "reale", modificata così di continuo da tali
fattori è detta vikruti. Per mantenere una sana vikruti, fondamentale per la salute
individuale, i tre dosha debbono essere in equilibrio. Sulla base del tipo psicofisico
dell'individuo - vata, pitta e kapha- si possono individuare gli elementi che turbano l'equilibrio
dell'individuo e agendo su essi, si può cercare di ristabilire l'ordine interno. DIAGNOSI
AYURVEDICA Diagnosi
del polso (Nadi): tastando il polso del paziente con indice, medio e anulare, il medico
determina quale battito risulta prevalente. Se le pulsazioni sono percepite più marcatamente sotto
il dito indice, prevale il battito vata; se il medio, pitta, se l'anulare kapha. Si distinguono
pulsazioni profonde e superficiali attraverso le quali il medico ayurvedico è in grado di
determinare lo stato di salute degli organi interni. Diagnosi
della lingua (Jihva): si può tracciare una mappa ideale della lingua, in cui a differenti parti
corrispondono diversi organi corporei; reni, intestino, pancreas, stomaco, milza, fegato, cuore,
polmoni. Il
viso, labbra, unghie ed occhi: tutti rispecchiano l'equilibrio interiore e
riflettono la salute o la malattia dei vari organi. Per il viso, si deve fare attenzione alle linee
che solcano la fronte e le guance, rivelatrici di tensioni e disarmonie specifiche di determinati
organi. Le labbra comunicano attraverso la loro forma, il colore, il grado di idratazione, ed il
contorno. Anche in questo caso, secondo l'ayurveda, esiste una mappa precisa che fa corrispondere a
zone precise delle labbra determinati organi interni. Ad esempio, il rene destro è rappresentato
all'estremità destra delle labbra, guardandosi allo specchio, mentre quello sinistro all'estremità
sinistra. Il cuore è al centro del labbro superiore, gli intestini al centro del labbro inferiore.
La presenza di linee longitudinali sulle unghie tradisce invece la cattiva funzionalità
dell'apparato digerente, come le scanalature orizzontali sono sintomo di un'alimentazione non
appropriata. Ogni dito corrisponde ad un organo; il pollice rispecchia il cervello e il cranio.
L'indice i polmoni, il medio l'intestino tenue, mentre i reni sono rappresentati dall'anulare. Il
mignolo è il dito corrispondente al cuore. Gli occhi invece permettono di individuare facilmente la
tipologia predominante: vata corrisponde a occhi piccoli e nervosi, palpebre cadenti e ciglia rade,
iride scura. Pitta a occhi medi, luminosi, ciglia rade e oleose, iride rossastra. Gli occhi kapha
sono grandi, con ciglia lunghe, ed iride pallida. TERAPIA DIETA IN
ITALIA E NEL MONDO ALCUNI
INDIRIZZI
Microcosmo e macrocosmo, secondo un fondamentale principio vedico,
sarebbero in dinamica unitaria interrelazione, anche per causa di questi tre principi presenti in
entrambi gli aspetti della manifestazione e, per conseguenza, la natura eserciterebbe una vitale
influenza sul complesso psicosomatico umano. Per questa ragione, l’uomo, ad esempio, non solo
sarebbe influenzato dalle caratteristiche ambientali ma risentirebbe del passaggio da una stagione
all’altra. Nell’interpretazione ayurvedica, il concetto di doşa è
dunque un punto focale da cui partire per effettuare, ad esempio una diagnosi clinica e un
trattamento terapeutico prevede il tentativo di riportare queste tre forze in equilibrio. Vediamo ora di prenderle in esame un po’ più da vicino sia come
primaria localizzazione dal punto di vista patologico, sia funzionale. Vāta, normalmente, alla
presenza di squilibrio, si va principalmente ad accumulare nell’intestino colon ma anche in altre
zone dell’organismo come le cosce, le anche, le ossa le orecchie, la trachea, il cervello, la
pelle. I cinque costituenti di vāta o subdoşa, infatti, determinano funzioni che si
possono ritenere principali e si dislocano in varie aree del corpo: 1. Il prāṇa vāta (prāṇa: aria prima o principale)
alimenta il cervello, i polmoni, il battito cardiaco, i cinque sensi sopratutto udito e tatto. 2. L’udāna vāta (aria che va verso l’alto) lo ritroviamo
nella gola, nel torace, nei polmoni, nell’ombelico, nei seni nasali. Esso alimenta l’espirare,
l’esprimersi (anche come parola), la tosse, l’eruttare. 3. Il sāmana vāta (aria che uniforma o equilibra) alimenta la
peristalsi ed è perciò diffuso in tutto l’apparato alimentare, principalmente nell’intestino
tenue. E’ collegato all’assimilazione ma soprattutto alla digestione. 4. L’apāna vāta (aria che si muove verso il basso) è situato
nel colon. Governa ogni tipo di espulsione come quella relativa alle feci, all’orina, al flusso
mestruale, al parto o all’eiaculazione. 5. Il vyāna vāta (aria diffusa o penetrante) risiede nel cuore,
nei vasi sanguigni, nella cute, nelle ossa, nei muscoli e nei nervi. Alimenta, dunque,
principalmente, la circolazione, ma anche i movimenti del sistema muscolo-scheletrico e
l’innervazione degli organi di senso. Quando pitta si squilibra va ad accumularsi specialmente
nell’intestino tenue ma questo doşa si ritrova presente in maniera determinante anche nel
fegato, nella milza, nello stomaco, nella cute, negli occhi, nel cuore e nel cervello, grazie
all’azione funzionale dei suoi subdoşa che sono: 1. Pācaka pitta (il pitta digestivo) si trova nell’intestino tenue
e nella parte finale dello stomaco, negli acidi dello stomaco stesso, negli enzimi, nella bile e
negli ormoni. Collegato ad agni (il fuoco digestivo) regola anche la temperatura del corpo. 2. Il rañjaka pitta (il pitta che dà calore) è principalmente
collocato nel fegato, nella milza, nell’intestino tenue, nello stomaco, nel sangue, nella bile e
nelle feci. Contribuisce, inoltre, alla produzione di globuli rossi. 3. Il sādhaka pitta (il pitta del discernimento) lo si ritrova
soprattutto nel cervello e nel cuore. Genera sia la comprensione attraverso il pensiero logico sia
il coraggio. Permette anche la digestione mentale e psicologica dei fatti dell’esistenza. 4. L’ālocaka pitta può essere considerato il pitta degli occhi e
permette di comprendere ciò che si vede ma più propriamente, in senso psicologico, consente di
sperimentare una corretta visione del mondo. 5. Bhrājaka pitta è il fuoco che determina la luminosità della
pelle e la sua temperatura. Situato soprattutto nella cute è tuttavia presente anche nel sudore e
nelle secrezioni sebacee. Il kapha, il cui letterale significato è acqua rigogliosa, quando
si aggrava va accumulandosi principalmente nell’apparato respiratorio. Tra i doşa, come
ho già affermato in altre occasioni, è il più grossolano ma di vitale importanza nella
costituzione dei fluidi corporei come il plasma, i muchi, la flemma, il liquido cerebro-spinale e
sinoviale. I suoi subdoşa sono: 1. Kledaka kapha (la forma dell’acqua che umidifica) che ritroviamo
nello stomaco a proteggere le pareti dall’azione acida di pācaka pitta e a liquefare il cibo
nella prima fase della digestione. 2. Avalambaka kapha (la forma dell’acqua che sorregge) localizzato
principalmente nel cuore, nella spina dorsale e nella membrana pelvica. Esso lubrifica il cuore ed i
polmoni ed è responsabile dei sentimenti affettivi e, qualche volta, degli stati depressivi che
conseguono in caso di insoddisfazione. 3. Il bodhaka kapha (la forma dell’acqua che dà percezione) sta nella
lingua, nella saliva e nella bocca ed è associato al gusto non solo in senso fisico ma anche
psicologico. 4. Il tarpaka kapha (la forma dell’acqua che da appagamento) risiede
invece nel cervello, nel fluido cerebro-spinale, nei seni nasali e nel cuore ed è anche associato
alla tranquillità emotiva nonché alla serenità. 5. Lo śleşaka kapha (il kapha della lubrificazione) è il
fluido sinoviale che si trova nell’interno delle giunture corporee e delle articolazioni in
generale. Per concludere, doşa e subdoşa, sono, nella medicina
ayurvedica, i fondamentali costituenti del corpo insieme ai dhātu (tessuti), upadhatu (tessuti
secondari), dhārā kalā (membrane e rivestimenti), srotas (canali
circolatori), e mala (secrezioni ed escrezioni corporee). Chi
è Amadio Bianchi E’ stato, inoltre, invitato a partecipare, come relatore, ad
importanti congressi e manifestazioni quali: 20° Congresso Italiano di Estetica Applicata - Assago
Milanofiori; Expo salute - Milano ; 30° Congresso Internazionale di Estetica Applicata - Parigi
(Francia) ; 1° Congress Baltika - Riga (Lettonia) ; Cosmobelleza - Barcellona (Spagna); Psicologia
e Psichiatria per il 3° Millennio- Casinò di Sanremo-; Congresso Nazionale di Naturopatia - Hotel
Sammit Roma; 2° Congresso Internazionale M.C.4- Roma - Domus Mariae ; Festival Internazionale per Docente di Yoga, di filosofia indù e di massaggio Ayurvedico,
Amadio Bianchi, è l’ideatore dell’evento “Artisti per la pace - Gandhi 50 anni dopo “ che
si è tenuto dal 24 al 30 di gennaio E’entrato in contatto con il pensiero orientale pubblicando due
quaderni di filosofia: “L’Evoluzione “ e “I Simboli” che gli hanno permesso di scoprire la
cultura orientale. Tiene corsi e conferenze un po' ovunque ed è spesso presente nei maggiori
congressi in qualità di relatore. Dirige l’Associazione C.Y. Surya per il benessere psicofisico di
Milano. Ha più volte collaborato con gli Enti Ufficiali Indiani e Italiani nell’organizzare
incontri sulla cultura indiana o del benessere psicofisico; spettacoli di musica, danza o canto
dell’India; iniziative di solidarietà e fratellanza fra i popoli; convegni sull’unità nella
diversità a sfondo multireligioso. Recentemente il Corriere della Sera (Corriere Lavoro) lo ha
segnalato quale esperto di settore in un lungo articolo sulla New Age. Collabora con riviste, giornali, editori e televisioni private in
qualità di consulente o di autore di testi. Collabora, in modo continuativo, con le seguenti testate italiane:
Casa e Giardino, L'Altra medicina, Professione Fitness, I
principi della dieta ayurvedica Secondo loro, anche solo attraverso la lingua siamo in grado di
riconoscere non solo le qualità ma anche le conseguenze che un determinato alimento può avere
sulla nostra costituzione. Il segreto sta nel sapore: esso ne rivela il contenuto. Attraverso il senso del gusto si possono individuare sei principali
sapori chiamati rasa e che qui di seguito elenco: il dolce, l’amaro, il salato, l’acido,
l’astringente e il piccante. La medicina indiana sostiene che se si avverte un sapore, significa
che si è alla presenza di precise sostanze e il loro apporto va indubbiamente ad interferire nella
costituzione. Il macrocosmo, il microcosmo, o l’essere umano stesso, deriva
dalla caratteristica miscela dei cinque fondamentali elementi (bhuta): terra, acqua, fuoco,
aria, etere. Il mondo fisico ad esempio è detto terrestre poiché la terra è il suo principale
costituente. Il sapore ci mette in condizione di avvertire la presenza di questi
elementi e ci permette così, di orientare l’alimentazione secondo la nostra costituzione. Ecco un’interessante specchietto: 1) il sapore dolce risulta dall’insieme di terra e acqua (dolci, pasta,
pane, carne, miele ecc.) 2) l’amaro da aria ed etere (caffè, verdure amare, radici amare ecc.) 3) il salato da acqua e fuoco (sale marino, soda, nitrati di sodio ecc.) 4) l’acido da terra e fuoco (yogurt, pomodori, prodotti fermentati
ecc.) 5) l’astringente da terra e aria (melograno, frutta non matura come il
caco o la banana, alcuni ortaggi ecc.) 6) il piccante da fuoco e aria (peperoncino rosso, ravanello, aglio e
cipolla ecc.) La costituzione, nella medicina indiana, è individuata attraverso
il principio dei Tridosha: essenzialmente un dosha è una delle tre forze in grado di
animare le funzioni del corpo umano come la respirazione, la digestione, l’escrezione, la
formazione di nuove strutture ecc. Le tre forze sono: la forza di eliminazione detta vata, quella
di combustione pitta ed infine quella di assimilazione kapha. Vata è
caratterizzato dalla presenza d’aria ed etere, pitta da fuoco
ed acqua, kapha da terra e acqua. Mangiando ad esempio alimenti dolci,
aumentiamo l’apporto di terra e acqua nel nostro organismo causando un rafforzamento della forza
d’assimilazione kapha. Ecco perché quando mangiano dolci, pasta o pane tendiamo ad
ingrassare, così come quando mangiamo cose dal gusto amaro incrementiamo la forza d’eliminazione vata
che tende a farci dimagrire. Il salato accresce la forza di combustione pitta, mentre con gli
altri gusti, come potete costatare, l’acido, l’astringente e il piccante si può innescare un
duplice incremento. Bisogna anche osservare che vata è per così dire il movimento, pitta
il metabolismo e Kapha la stabilità, la struttura ossea, la pelle e i tessuti; quindi quando
incrementiamo una di queste forze le sue caratteristiche si manifestano con maggiore evidenza sia in
senso fisico sia psicologico. Tutti i sapori dovrebbero essere presenti in una buona dieta
ayurvedica ma la quantità deve variare secondo le caratteristiche costituzionali del soggetto. Il medico indiano, attraverso la tipica diagnosi del polso, che
consiste nel rilevare la vitalità pulsante d’ogni dosha in tre precisi punti, può
stabilire quali gusti far prevalere nella dieta di ciascun soggetto, secondo gli squilibri che il
battito presenta. Egli avrà imparato a tener conto di quanto queste tre forze della
natura possono interferire secondo l’ora della giornata, della stagione o dell’età: ad esempio
nel corpo, durante l’infanzia, è naturalmente presente, in modo assai evidente, l’energia kapha
(assimilazione a scopo di accrescimento), nell’adolescenza sarà più evidente la forza pitta
(combustione e trasformazione) ed in vecchiaia vata (dimagrimento e secchezza). Seguire in maniera corretta questi principi, porta al controllo,
alla stabilità e di conseguenza all’equilibrio della salute. Ayurveda,
l'antica medicina indiana I “pilastri” di questo edificio sono costituiti da elementi di
una antica visione filosofica, dualistica, denominata Samkya, anteriore all’avvento del Buddha ma
anch’essa atea. Per tradizione si attribuisce a Kapila l’onere di aver redatto il testo anche
se, come afferma Radhakrishnan nel suo trattato “La filosofia Indiana”, nessuna scuola
filosofica ha origine in tutta la sua pienezza dalla mente di un solo uomo. Troviamo, infatti,
tracce di questo “punto di vista” già nel Rg Veda e nelle Upanisad o perlomeno riferimento a
termini che saranno poi adottati dallo stesso Kapila. Come forse non tutti sanno, il Samkhya è uno dei “Sat Darshana”
o sei punti di vista Brahmanici ortodossi, i quali nel corso della storia del pensiero filosofico
indiano ebbero il compito di enunciare alcune speculazioni riguardanti la natura dell’universo in
generale. Essi sono ancora oggi considerati sistemi autorevoli del pensiero indù in quanto pur
essendo diversi hanno in comune le radici negli antichi testi sacri denominati Veda. Personalmente ritengo che per comprendere i fondamenti teorici
dell’Ayurveda e dello Yoga si debba passare attraverso un esame del Samkhya. Bisogna premettere che i filosofi e gli scienziati che hanno voluto
indagare alla ricerca dei principi della “Manifestazione”, per ovvia costituzione limitata
umana, hanno nelle loro enunciazioni costretto l’infinito molteplice in regole finite tentando così
di trovare elementi fondamentali ed inscindibili costituenti il presupposto su cui poggiare con
sicurezza le loro interpretazioni. Così è anche per il Samkhya, dove con ventiquattro elementi base (Tattva
o principi della realtà) si procede a costituire una piramide interpretativa, tuttavia priva di
vertice o “causa prima” trascendente. Nella mia esposizione ritengo interessante iniziare l’analisi
partendo dalla sommità di questo schema. Gli antichi saggi relatori di questa dottrina, decretarono che due
componenti la natura, erano da considerarsi principi ultimi, eterni ed assolutamente incausati : il
Purusa e La seconda, è l’Energia Cosmica Materiale, priva di coscienza ma
attiva e dinamica, l’oggetto con il quale erroneamente si identifica il soggetto. Dalla unione dei due si origina, secondo alcune scuole, il male in
quanto, Scopo dell’Ayurveda, come del resto anche dello Yoga, sarebbe di
liberare l’uomo dall’identificazione del soggetto nell’oggetto mediante la discriminazione. Ma per tornare al macrocosmo, mi sembra di comprendere che questi
due costituenti, potrebbero godere in natura di uno stato di quiete e inattività fino a quando non
entrano in contatto tra di loro. Sarebbe come dire che, se si ammette un inizio, l’uno è in grado
di attivare l’altro. In poche parole, quando lo spirito entra nella materia la attiva. La
conseguenza di tale affermazione potrebbe portarci a considerare lo spirito come responsabile e
forse anche, per altre scuole interpretative, “causa prima” anche se, onestamente, mi pare che i
fautori di questo movimento di pensiero non desiderassero presentare l’idea di un Dio sia
manifesto, sia trascendente, che potesse essere la “causa prima” di entrambi sia il Purusa, sia Come già detto all’inizio, il Samkhya è ateo, è inutile
pertanto cavillare, come alcuni studiosi fanno, nel tentativo di trovare un aggancio per un recupero
teistico di tale metodo d’indagine. Quando il Purusa e La prima è la coscienza potenziale, la spinta verso la perfezione,
tutto ciò che è in grado di generare bontà e felicità. E’ leggero, trasparente e illuminante.
Esso, tra l’altro, è responsabile e determinante la formazione dei cinque sensi conoscitivi o “jnanendriya”:
udito, tatto, vista, gusto e olfatto. La seconda è l’attività, compreso il divenire del mondo ; è
responsabile di produrre dolore e spingere alla attività febbrile. Determina lo sviluppo degli
organi di azione “karmendriya” : parola, mani, piedi, organi di riproduzione, organi di
escrezione. La terza, infine, Tamas è ciò che si contrappone all’attività,
è l’apatia, l’indifferenza che conduce all’ignoranza e all’inerzia. Dal Tamas procedono
dapprima i cinque “tanmatra” o elementi sottili: suono, tatto, forma sapore e odore, poi, con
una successiva condensazione, i cinque elementi grossolani (maha-bhuta): spazio, aria, fuoco, acqua
e terra. I tre Guna o qualità della Prakrti non sono mai separati ma
convivono in interrelazione dinamica tra di loro, si mescolano e si sostengono a vicenda. Ecco che, nella medicina Ayurvedica, troviamo rappresentate nel
corpo, manifestate fisicamente e più concretamente le tre qualità, definite in questo caso: Vata,
Pitta e Kapha (tridosa). Il medico Ayurvedico, tra l’altro, è in grado di sentire la loro
presenza auscultando anche semplicemente il polso. Non si tratta di una interpretazione occidentale
del battito cardiaco ma della capacità di avvertire il pulsare di queste qualità in tre punti
vicini, sia nel braccio destro, sia nel sinistro alla ricerca di eventuali anomalie o disarmonie tra
di loro. I Dosa ( peculiarità-difetti) si manifestano nel corpo con queste
caratteristiche divergenti: il Vata corrisponde al secco, freddo, ruvido, leggero, può essere anche
il magro ed è situato nella parte bassa del corpo; Il Pitta è calore, fluidità ma anche acidità
ed è situato al centro del corpo; infine il Kapha che è la pesantezza, il freddo, la solidità, il
grasso e lo ritroviamo collocato nella testa e nel torace. All’atto della nascita, insieme al patrimonio genetico, l’uomo
porta con sé le sue caratteristiche di base ma queste possono essere sicuramente modificate lungo
il percorso della vita dal contenuto della mente (manas) per cui, si afferma che, anche la
costituzione dei “dosa”, è variabile. Affermo che la medicina Ayurvedica sostiene l’ipotesi
dell’origine psicosomatica delle malattie. Per questa ragione essa si occupa anche del mentale ed
i medici sono sempre pronti a dare consigli ai pazienti per portarli ad una purificazione della loro
mente, al risveglio dello stato di attenzione e della conseguente consapevolezza, preludio della
coscienza. La strada è quella di ammettere che esiste una visione soggettiva
ed una oggettiva. La prima è preda dell’ego. Ma vediamo da dove ha origine nell’Ayurveda il
concetto di ego: quando la manifestazione viene toccata dall’impulso dell’evoluzione si
attiverebbe un principio cosmico di coesione “separatista” chiamato “ahamkara”, in grado con
la sua forza centripeta di far coagulare la materia inerte, portando le particelle dell’universo a
condensarsi in corpi separati. Da tale principio deriverebbe il senso dell’io o principio di
individuazione soggettiva, nemico della visione oggettiva, che spesso viene vista nelle discipline
indiane come l’ostacolo alla realizzazione. Per farla breve, inseguendo la mia necessità di risposte mi sono
trovato a stretto contatto con la saggezza delle filosofie indiane dapprima e con le sue concrete
discipline poi. Così ho conosciuto e praticato lo Yoga e la medicina Ayurvedica, della quale il
massaggio può essere considerato un aspetto. Il metodo di massaggio che vi presento è il risultato della capacità
personale di fondere e unire metodi e conoscenze in un unico sistema integrale che ha dato in
pratica enormi soddisfazioni a me ed ai miei allievi. Uscito dal laboratorio dopo anni di gestazione e sperimentazione,
attualmente si presenta con i suoi risultati certi e con la sua vasta tipologia di benefici ottenuti
ormai su diverse centinaia di persone. Poiché la sua anima è indiana ho voluto chiamare questo massaggio
Suryacandrabhiseca. Il suo primo nome è legato al sole (Surya in sanscrito) poiché ha la qualità
di risvegliare l’energia primordiale creativa. Nel nostro sistema solare al sole si attribuisce,
appunto, la vita in combinazione con l’elemento femminile “Candra” (la luna (la c si pronuncia
dolce come ad esempio in “ciascuno”) e tutte le importanti caratteristiche ad esso legate.
Questo massaggio intende dunque operare a stretto contatto con l’armonia e l’equilibrio del
maschile e del femminile nella natura. La realizzazione di tale equilibrio porta ad un profondo
stato di piacere, gioia e appagamento generale, senza per questo trascurare l’effetto terapeutico. Con il terzo vocabolo “Abhiseca” (la s deve essere pronunciata
come nell’italiano sciare) ho voluto ricordare un antico rito di consacrazione che consisteva
soprattutto in una unzione o aspersione con acqua unita a riti sussidiari, riservata ai re. Il suo
fine era quello di assicurare il prolungamento della vita o addirittura l’immortalità dei
sovrani. Svariati sono i benefici che questo metodo può offrire:
innanzitutto è sicuramente un elemento integrante per prevenire le conseguenze di squilibri
psicofisici, ma a livello più propriamente fisico, dona elasticità al corpo, migliora la
circolazione rivitalizzando l’organismo nei punti cosiddetti “morti” che tendono a perdere la
sensibilità, agisce inoltre sulle ghiandole ed è rilassante e disintossicante. Dal punto di vista
emotivo esso risveglia la passione e riesce a portare fuori l’energia inespressa del paziente
trasformandola in amore a tutti i livelli. In qualche caso è risultato utile per curare
l’impotenza e l’infertilità. Nel nostro massaggio si utilizza come olio di base il sesamo,
un’olio usato in tutta l’india che specialmente durante l’inverno dovrebbe essere riscaldato.
Mescolato a qualche goccia di essenza profumata lo si usa per trattare l’intero corpo (persino i
capelli). L’ambiente dove ha luogo la terapia deve essere caldo, accogliente
e anch’esso profumato; la luce morbida e in nessun caso si dovrà fare sentire dolore al paziente.
A proposito di quest’ultimo punto, c’è da dire che il maggiore ostacolo che oggi si incontra
nel far rilassare le persone è lo stato di sfiducia che le stesse, in generale, hanno accumulato
nelle delusioni causate da cattive relazioni con altri o negli insuccessi. Questo stato si presenta
sotto forma di apprensione e le tiene costantemente tese e vigili. La paura inconscia di essere
ancora ingannati le tormenta e impedisce loro di lasciarsi andare completamente anche nelle mani del
terapeuta. Ecco perché se fate sentire dolore al paziente non fate altro che riportarlo in uno
stato di attenta vigilanza poiché egli teme che la manovra seguente possa ancora ferirlo. Il metodo di massaggio che propongo dunque è molto attento verso
questa direzione. Esso consta di 152 ordinate manovre che producono effetti diversi ed in qualche
caso straordinari soprattutto per quanto riguarda la rimozione delle cause dello stress profondo. In alcuni eremi indiani (detti Ashram) dove le lunghe pratiche di
preghiera, concentrazione e meditazione costringono i monaci per ore immobili, in posizione seduta,
dove cioè, per lasciare più spazio ad un livello contemplativo-ascetico, l’attività fisica è
pressoché assente, si pratica una sorta di stretching a due, il quale permette al corpo di
ritrovare una certa elasticità e alla colonna vertebrale l’assetto ideale per proseguire nelle
pratiche. Anche ai “meditanti” capita di provare tensione nel collo, nelle spalle e nella parte
alta della schiena o addirittura un fastidioso dolorino tra le scapole dovuto al mantenimento di una
posizione sbagliata, proprio come all’impiegato che per molte ore sta seduto nella scrivania del
suo ufficio, soprattutto oggi con l’avvento dei computer. Per vincere il disagio causato dal dolore, ecco la sequenza che vi
consiglio: collocate il soggetto da trattare in posizione seduta sul pavimento
e con la schiena il più possibile diritta. Massaggiate i trapezi muovendo i pollici dal basso verso
l’alto con insistenza per provocarne la decontrazione (foto
n.1). Aumentando gradatamente la pressione, fate in modo che la vostra azione possa giungere più
in profondità nei muscoli elevatori delle scapole e in alto, sul collo, nei semispinali. Dopo aver posizionato il braccio destro in sospensione statica,
ripiegato e parallelo al pavimento, con il taglio della mano, reso morbido dalle dita aperte e
flessibili, percuotete il trapezio (avendo cura di non percuotere la cuffia dei rotatori), poi il
deltoide e il braccio fino al gomito (foto
n.2). Con la sinistra afferrate la mano destra del soggetto e, se vi è
possibile, portatela sulla colonna vertebrale tra le scapole. Mentre con la stessa mano spingete
decisamente, con la destra tirate con precauzione (foto
n.3). Questa manovra concorre ad eliminare l’indolenzimento talvolta presente nell’area
dorsale. Sciogliete la posizione precedente e con cautela fate ruotare il
braccio fino a portare il dorso della mano destra in prossimità del centro fra le scapole. La
vostra mano destra spingendo delicatamente sul gomito aiuta la mano del paziente a raggiungere la
posizione (foto n.4).
Possiamo considerare questa manovra una estensione e controposizione della precedente. Mentre la
mano sinistra esercita una consistente pressione sulla mano del soggetto e per conseguenza sulle
dorsali, la destra tira delicatamente il gomito destro (foto
n.5). Il braccio viene ora sollevato e mantenuto fermo, parallelo al
pavimento dalla vostra mano sinistra mentre con la destra fate ruotare l’avambraccio prima verso
l’alto e poi verso il basso (foto
n.6). Tale movimento e diretto allo “sblocco” della cuffia dei rotatori donandole salute,
elasticità e scioltezza Ora, prima di proseguire, le manovre illustrate nelle fotografie
1-2-3-4-5-6 dovranno essere eseguite anche sul lato sinistro del corpo. Appoggiate, in seguito, il ginocchio destro più in alto che potete
sulle dorsali, posizionandolo un po’ di sbieco per non far male ( la colonna vertebrale va
collocata a lato della rotula), quindi tirate verso di voi risolutamente le spalle con entrambe le
mani e mantenete la trazione per almeno 15/20 secondi (foto
n.7). Sospingete in avanti il busto per consentire al ginocchio di scendere di un paio di
vertebre e ripetete la trazione mantenendola con rinnovato vigore. Poi ancora scendete di altre due
vertebre e fatelo di nuovo. Queste trazioni sono un “toccasana” per i disturbi dorsali e spesso
riescono da sole ad annullare i dolori di questa zona. Sedetevi sul pavimento ad una certa distanza, appoggiate la pianta
del piede destro sulla colonna vertebrale tra le scapole, afferrate i polsi e tirate, anche in
questo caso, almeno per 15/20 secondi, invitando la persona a rilassarsi completamente verso di voi (foto
n.8). Ripetete afferrando prima le braccia ripiegate all’altezza dei gomiti ed infine, mentre
il piede rimane sempre fermo nella stessa posizione, le spalle. In conclusione, proponete alla persona di incrociare le braccia e
portare le mani sulle scapole. Mentre collaborate tirando per i gomiti, lo invitate a respirare
profondamente e trattenere il respiro. L’aria contenuta nei polmoni, messa sotto pressione,
provocherà una spinta verso l’esterno che parzialmente compenserà l’effetto di tutte le
manovre di inarcamento fin qui eseguite. Autorilassamento,
per cancellare lo stress Essere consapevoli della somatizzazione delle nostre tensioni Il primo e più importante percorso che si deve compiere, quando si
decide di alzare o ripristinare la qualità del rilassamento, è un percorso di consapevolezza. E’
grazie alla consapevolezza che scopriamo dove le nostre tensioni si somatizzano, ed è grazie alla
consapevolezza che possiamo intervenire modificando atteggiamenti e abitudini anche croniche che
provocano ipertensione e disturbi nervosi. A molti soggetti capita, ad esempio, di mantenere le
mascelle serrate o altre parti del corpo contratte, anche mentre dormono o sognano. Questi soggetti
sono destinati ad un pessimo risveglio e abitualmente cominciano la loro giornata stanchi ancora
prima di lavorare. Tutto ciò porta ad un accumulo di tensione che oggi va sotto il nome di stress. Meglio
dunque dedicare qualche minuto al giorno alla pratica che qui di seguito vi consiglio prima che sia
troppo tardi: al termine della vostra giornata di lavoro, oppure ogni qualvolta ne
avete l’occasione, in ambiente adeguato, create le condizioni idonee, stando attenti, per esempio,
che rumori o altro non possano disturbarvi durante la pratica. Sdraiatevi sul pavimento,
abbandonando totalmente il corpo. La chiave del successo sta proprio nel significato di questa
parola: “abbandono”. Realizzare un abbandono totale è assai difficile poiché per farlo
bisogna ripristinare quell’atteggiamento di fiducia che l’uomo ha lasciato sul campo delle sue
battaglie perdute (almeno crede fino a che non scopre che le battaglie perdute sono, invece, grandi
momenti di crescita, soprattutto interiore ). Sdraiatevi dunque fiduciosi e divenite consapevoli di tutto il
corpo, tutto il corpo intero. Lasciate cadere le punte dei piedi verso l’esterno e girate il palmo
delle mani verso l’alto per impedire al senso del tatto di mantenervi vincolati al piano
materiale. Avvicinate leggermente il mento allo sterno diminuendo così la curva delle cervicali e
distendete il viso rilassandolo in ogni sua parte. (Dovete sapere che all’occhio di un esperto, il
viso appare come una carta geografica delle tensioni mentali). 'Io mi sto rilassando' Per qualche attimo tentate con i vostri mezzi di rilassarvi, nel
miglior modo possibile, anzi dite a voi stessi: io mi sto rilassando. Questo serve a trasferire la
vostra attenzione in ciò che state facendo. Passate in rassegna, mentalmente tutto il corpo e
sciogliete ogni contrazione che individuate. Cercate di rimanere immobili fino al termine della
pratica. Ora, noterete che è davvero difficile distrarsi dal contenuto
ordinario della mente, composto di memorie, di quanto è accaduto durante la giornata o addirittura
nel passato. La via della “consapevolezza è invece fatta di ”presente”. Del “Qui e ora”,
come affermano le scuole orientali, per le quali questa è l’unica cosa che veramente conta.
Quante persone, infatti, si rovinano la vita vivendo immersi in passate esperienze spiacevoli, ormai
insensibili ai messaggi di gioia e piacere che la natura invia loro continuamente? Vi affermo questo
perché sappiate cogliere il gradevole messaggio che la tecnica di rilassamento, qui proposta,
rappresenta. Essa è un momento che appartiene al vostro presente, un momento di gioia, la gioia di
sentirsi e di abbandonarsi piacevolmente al pervadere dell’energia universale. Quest’ultima
entrerà in voi, non appena si verificheranno le giuste circostanze: quando il vostro corpo e la
vostra mente privi di tensioni si apriranno permettendo alla stessa di permearli. Concentrarsi sul respiro Il mezzo migliore per mantenere la mente nel presente con continuità
è la concentrazione sul respiro. Nello stesso tempo tale concentrazione consente di tenere
sotto controllo il piano emotivo. Regolando e bilanciando il flusso dell’aria che entra nei
polmoni attraverso le narici, in modo che l’inspiro e l’espiro risultino uguali, raggiungerete
un proficuo stato di armonia ed equilibrio. Contate mentalmente e fate durare 6 secondi sia
l’inspiro che l’espiro. Continuate così fino a quando il tempo che avete destinato alla vostra
pratica sarà terminato. Uscite dalla situazione in modo assai graduale: pur rimanendo ancora
immobili, riportate l’attenzione sul corpo, sul piano fisico e introducete l’idea che dovrete
muovervi. Iniziate il risveglio muovendo le dita dei piedi, poi le dita delle
mani. Ruotate dolcemente il capo a destra e a sinistra e lasciatevi in seguito andare a progressivi
movimenti, sempre più ampi, fino a quando non vi verrà voglia di stirarvi, come se vi foste appena
svegliati. Sempre con calma riportatevi seduti e quando vi sentite pronti alzatevi in piedi. La
vostra pratica è terminata. |
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