Ayurveda Home Page


COSA SIGNIFICA

Ayurveda, in sanscrito, significa "scienza della vita" . La parola è composta dalle radici ayur, vita e veda, conoscenza.

DOVE NASCE

In India, più di 5000 anni fa. In origine, questa disciplina era appannaggio ristretto dei maestri iniziati che la tramandavano oralmente ai loro discepoli. Ha radici nell'antica letteratura dei veda, i testi sacri dell'induismo.

COS'E'

Più che un semplice sistema curativo, l'ayurveda è la scienza e l'arte del benessere. E' un sistema olistico in cui mente, corpo e spirito hanno la stessa importanza, ed il loro equilibrio è considerato essenziale per la salute dell'individuo. Come la salute è il risultato dell'equilibrio interno, la malattia è causata dalla mancanza di equilibrio. A differenza dell'approccio occidentale, che privilegia l'indagine dei sintomi fisici della malattia e propone cure che agiscono su di essi, l'ayurveda considera l'individuo nella sua totalità fisica e spirituale. E' sull'equilibrio interno che si deve intervenire, in maniera naturale, per riportare alla salute chi e' malato.

PRINCIPI BASE

Il concetto base della diagnosi e del trattamento nell'ayurveda è il seguente: l'energia fondamentale della vita, nel cosmo così come nel corpo umano, si esprime in tre diverse tipologie, o dosha: vata, pitta, kapha. Vata indica la prevalenza degli elementi aria ed etere. Pitta di fuoco ed acqua, kapha, terra ed acqua. Di solito, uno dei tre dosha
risulta prevalente nell'individuo, e ne determina l'aspetto, le caratteristiche fisiche, la personalità. Esistono così individui prevalentemente vata, pitta o kapha. Si individua il proprio dosha attraverso l'analisi del proprio corpo, sotto l'aspetto fisico e psicologico. In ogni individuo, in realtà sono presenti tutti e tre i dosha; possono esistere personalità miste, ad es. vata-pitta o pitta-vata, in cui due dei tre dosha sono presenti in percentuali simili; o, in altri individui, le tre energie possono essere pressoché in equilibrio, e nessun tipo risulta dominante.

Inoltre, ogni individuo è unico ed irripetibile ed all'atto della nascita acquisisce una sua specifica costituzione, o prakruti, formata dalla combinazione delle energie mentali, fisiche ed emotive. Tale costituzione di nascita viene costantemente influenzata nel corso della vita da fattori esterni ed interni: dalle stagioni, al tempo, al lavoro, al cibo che mangiamo, ai rapporti con la famiglia. La costituzione "reale", modificata così di continuo da tali fattori è detta vikruti. Per mantenere una sana vikruti, fondamentale per la salute individuale, i tre dosha debbono essere in equilibrio. Sulla base del tipo psicofisico dell'individuo - vata, pitta e kapha- si possono individuare gli elementi che turbano l'equilibrio dell'individuo e agendo su essi, si può cercare di ristabilire l'ordine interno.

DIAGNOSI AYURVEDICA

Durante la visita, il medico ayurvedico determina il vostro prakruti, cioè la particolare combinazione dei dosha, attraverso l'analisi del polso, volto, lingua, occhi, unghie, labbra. Osservando questi elementi, il medico ayurvedico è in grado di cogliere squilibri che denotano stati patologici.

Diagnosi del polso (Nadi): tastando il polso del paziente con indice, medio e anulare, il medico determina quale battito risulta prevalente. Se le pulsazioni sono percepite più marcatamente sotto il dito indice, prevale il battito vata; se il medio, pitta, se l'anulare kapha. Si distinguono pulsazioni profonde e superficiali attraverso le quali il medico ayurvedico è in grado di determinare lo stato di salute degli organi interni.

Diagnosi della lingua (Jihva): si può tracciare una mappa ideale della lingua, in cui a differenti parti corrispondono diversi organi corporei; reni, intestino, pancreas, stomaco, milza, fegato, cuore, polmoni.
Osservando la lingua, si possono individuare i disturbi ai singoli organi: ad es. se la lingua è scolorita in un determinato punto, allora, l'organo che corrisponde a quel punto, è malato.

Il viso, labbra, unghie ed occhi: tutti rispecchiano l'equilibrio interiore e riflettono la salute o la malattia dei vari organi. Per il viso, si deve fare attenzione alle linee che solcano la fronte e le guance, rivelatrici di tensioni e disarmonie specifiche di determinati organi. Le labbra comunicano attraverso la loro forma, il colore, il grado di idratazione, ed il contorno. Anche in questo caso, secondo l'ayurveda, esiste una mappa precisa che fa corrispondere a zone precise delle labbra determinati organi interni. Ad esempio, il rene destro è rappresentato all'estremità destra delle labbra, guardandosi allo specchio, mentre quello sinistro all'estremità sinistra. Il cuore è al centro del labbro superiore, gli intestini al centro del labbro inferiore. La presenza di linee longitudinali sulle unghie tradisce invece la cattiva funzionalità dell'apparato digerente, come le scanalature orizzontali sono sintomo di un'alimentazione non appropriata. Ogni dito corrisponde ad un organo; il pollice rispecchia il cervello e il cranio. L'indice i polmoni, il medio l'intestino tenue, mentre i reni sono rappresentati dall'anulare. Il mignolo è il dito corrispondente al cuore. Gli occhi invece permettono di individuare facilmente la tipologia predominante: vata corrisponde a occhi piccoli e nervosi, palpebre cadenti e ciglia rade, iride scura. Pitta a occhi medi, luminosi, ciglia rade e oleose, iride rossastra. Gli occhi kapha sono grandi, con ciglia lunghe, ed iride pallida.

TERAPIA

L'ayurveda interviene prescrivendo una dieta appropriata, consigliando uno stile di vita ed un tipo di esercizio fisico adeguato alle esigenze di ogni singolo.
Se i tre dosha e l'altro principio/umore fondamentale, agni, o fuoco gastrico, non sono in equilibrio, nel corpo circolano tossine, ama, che provocano lo stato di malattia. La salute interiore può essere ristabilita eliminando le tossine attraverso una dieta adeguata e tecniche terapeutiche di purificazione, o panchakarma. Gi stadi del processo di purificazione sono i seguenti: shodan o pulizia, shaman, o lenimento, rasayana o ringiovanimento, e satvajaya, igiene mentale e guarigione spirituale. Lo shodan elimina le tossine in eccesso attraverso il vomito, la purga, la pulizia del sangue, la doccia nasale e altre tecniche di purificazione. Shaman invece è una tecnica di purificazione soprattutto spirituale. Può essere praticata anche a scopo preventivo, prima dell'insorgenza della malattia. Permette il riequilibrio dei dosha mediante il digiuno, l'assunzione di erbe specifiche, il canto, il divieto di bere acqua, esercizi stretching yoga, i bagni di sole, e la meditazione. Con il rasayana, invece, si ridà vitalità al corpo, si rigenerano i tessuti, si rallentano i processi di invecchiamento con l'utilizzo di erbe, minerali ed esercizio fisico. Il satvajaya, infine, è una forma di cura spirituale e mentale che impiega la meditazione, la terapia del suono, o mantra, i tantra, le proprietà terapeutiche di gemme e metalli per riequilibrare le energie interiori.

DIETA

Il cibo, per l'ayurveda, è terapeutico. Alcuni accostamenti sono assolutamente da evitare. Latte e yogurt non vanno mai assunti insieme a limoni o aranci. La frutta non va mai mangiata insieme a cibi ricchi di amido, il miele non può essere mai cotto, le uova non andrebbero mai mangiate insieme a carne, formaggio, pesce o banane. Attraverso il cibo, si possono correggere eventuali squilibri dei tre dosha. Secondo l'istituto di medicina ayurvedica di Albuquerque, New Mexico, se l'energia vata risulta in calo, per ristabilirne l'equilibrio si puo' seguire una dieta formata al 50% di cereali integrali, al 20% di proteine, uova, latticini, pesce, carne e lenticchie e per 20-30% di
verdure e frutta fresca. Inoltre sono utili alcuni accorgimenti: stare in un ambiente caldo, evitare i cibi crudi e condurre una vita regolata. Se invece c'è una carenza di energia pitta, la dieta da seguire è questa: 50% cereali. 20% proteine, come latte fresco, legumi, carni bianche. 20-30% verdura. Inoltre è utile privilegiare i cibi non speziati, e limitare il sale. Se invece è l'energia kapha ad essere carente, la dieta ayurvedica prevede 30-40% cereali integrali, 20% di proteine, carni bianche, uova, legumi. 40-50% di verdura fresca e frutta. Inoltre è consigliabile molto esercizio fisico, evitare i cibi pesanti, i latticini e le bevande ghiacciate. Molti rimedi ayurvedici casalinghi tilizzano il ghee, burro chiarificato, e lo yogurt diluito, entrambi utili ad esempio per stabilizzare la flora intestinale.

IN ITALIA E NEL MONDO

In occidente, l'interesse per la medicina ayurvedica si è diffuso grazie al successo di Deepak Chopra, che ha reso popolare la disciplina in libri divulgativi di grande successo. In Europa come negli Stati Uniti, non esiste un percorso accademico che prepari per la medicina ayurvedica. In Italia esistono corsi promossi da alcune associazioni che introducono ai principi di questa disciplina. In India, invece, la certificazione professionale si ottiene attraverso un Master in medicina ayurvedica della durata di tre anni (due dei quali si passano in ospedale come internato, cui si può accedere dopo una laurea in medicina (5 anni) più un anno di internato.

ALCUNI INDIRIZZI

Associazione Italiana per medici per l'Ayurveda Maharishi, Via Agnello Falcone, 376. 80127 Napoli.
Ayurveda Ayushakti, Via Paganini 2 D, 40137 Bologna. Tel. 051-6231657
Scuola di Ayurveda Tradizionale e discipline complementari, Roma. Tel. 06/8551857 oppure 0744/749261

Curarsi con la medicina indiana
di
Amadio Bianchi


Secondo l’antica medicina indiana, gli “agenti” regolatori della natura e quindi anche del corpo umano sono i doşa. Anche salute e malattia conseguono dalla loro condizione e interrelazione. Vāta è il principio del movimento, della propulsione e della forza di eliminazione; pitta la combustione e la trasformazione; kapha il consolidamento, l’assimilazione, l’inerzia.

Microcosmo e macrocosmo, secondo un fondamentale principio vedico, sarebbero in dinamica unitaria interrelazione, anche per causa di questi tre principi presenti in entrambi gli aspetti della manifestazione e, per conseguenza, la natura eserciterebbe una vitale influenza sul complesso psicosomatico umano. Per questa ragione, l’uomo, ad esempio, non solo sarebbe influenzato dalle caratteristiche ambientali ma risentirebbe del passaggio da una stagione all’altra.

Nell’interpretazione ayurvedica, il concetto di doşa è dunque un punto focale da cui partire per effettuare, ad esempio una diagnosi clinica e un trattamento terapeutico prevede il tentativo di riportare queste tre forze in equilibrio.

Vediamo ora di prenderle in esame un po’ più da vicino sia come primaria localizzazione dal punto di vista patologico, sia funzionale. Vāta, normalmente, alla presenza di squilibrio, si va principalmente ad accumulare nell’intestino colon ma anche in altre zone dell’organismo come le cosce, le anche, le ossa le orecchie, la trachea, il cervello, la pelle. I cinque costituenti di vāta o subdoşa, infatti, determinano funzioni che si possono ritenere principali e si dislocano in varie aree del corpo:

1. Il prāṇa vāta (prāṇa: aria prima o principale) alimenta il cervello, i polmoni, il battito cardiaco, i cinque sensi sopratutto udito e tatto.

2. L’udāna vāta (aria che va verso l’alto) lo ritroviamo nella gola, nel torace, nei polmoni, nell’ombelico, nei seni nasali. Esso alimenta l’espirare, l’esprimersi (anche come parola), la tosse, l’eruttare.

3. Il sāmana vāta (aria che uniforma o equilibra) alimenta la peristalsi ed è perciò diffuso in tutto l’apparato alimentare, principalmente nell’intestino tenue. E’ collegato all’assimilazione ma soprattutto alla digestione.

4. L’apāna vāta (aria che si muove verso il basso) è situato nel colon. Governa ogni tipo di espulsione come quella relativa alle feci, all’orina, al flusso mestruale, al parto o all’eiaculazione.

5. Il vyāna vāta (aria diffusa o penetrante) risiede nel cuore, nei vasi sanguigni, nella cute, nelle ossa, nei muscoli e nei nervi. Alimenta, dunque, principalmente, la circolazione, ma anche i movimenti del sistema muscolo-scheletrico e l’innervazione degli organi di senso.

Quando pitta si squilibra va ad accumularsi specialmente nell’intestino tenue ma questo doşa si ritrova presente in maniera determinante anche nel fegato, nella milza, nello stomaco, nella cute, negli occhi, nel cuore e nel cervello, grazie all’azione funzionale dei suoi subdoşa che sono:

1. Pācaka pitta (il pitta digestivo) si trova nell’intestino tenue e nella parte finale dello stomaco, negli acidi dello stomaco stesso, negli enzimi, nella bile e negli ormoni. Collegato ad agni (il fuoco digestivo) regola anche la temperatura del corpo.

2. Il rañjaka pitta (il pitta che dà calore) è principalmente collocato nel fegato, nella milza, nell’intestino tenue, nello stomaco, nel sangue, nella bile e nelle feci. Contribuisce, inoltre, alla produzione di globuli rossi.

3. Il sādhaka pitta (il pitta del discernimento) lo si ritrova soprattutto nel cervello e nel cuore. Genera sia la comprensione attraverso il pensiero logico sia il coraggio. Permette anche la digestione mentale e psicologica dei fatti dell’esistenza.

4. L’ālocaka pitta può essere considerato il pitta degli occhi e permette di comprendere ciò che si vede ma più propriamente, in senso psicologico, consente di sperimentare una corretta visione del mondo.

5. Bhrājaka pitta è il fuoco che determina la luminosità della pelle e la sua temperatura. Situato soprattutto nella cute è tuttavia presente anche nel sudore e nelle secrezioni sebacee.

Il kapha, il cui letterale significato è acqua rigogliosa, quando si aggrava va accumulandosi principalmente nell’apparato respiratorio. Tra i doşa, come ho già affermato in altre occasioni, è il più grossolano ma di vitale importanza nella costituzione dei fluidi corporei come il plasma, i muchi, la flemma, il liquido cerebro-spinale e sinoviale.

I suoi subdoşa sono:

1. Kledaka kapha (la forma dell’acqua che umidifica) che ritroviamo nello stomaco a proteggere le pareti dall’azione acida di pācaka pitta e a liquefare il cibo nella prima fase della digestione.

2. Avalambaka kapha (la forma dell’acqua che sorregge) localizzato principalmente nel cuore, nella spina dorsale e nella membrana pelvica. Esso lubrifica il cuore ed i polmoni ed è responsabile dei sentimenti affettivi e, qualche volta, degli stati depressivi che conseguono in caso di insoddisfazione.

3. Il bodhaka kapha (la forma dell’acqua che dà percezione) sta nella lingua, nella saliva e nella bocca ed è associato al gusto non solo in senso fisico ma anche psicologico.

4. Il tarpaka kapha (la forma dell’acqua che da appagamento) risiede invece nel cervello, nel fluido cerebro-spinale, nei seni nasali e nel cuore ed è anche associato alla tranquillità emotiva nonché alla serenità.

5. Lo śleşaka kapha (il kapha della lubrificazione) è il fluido sinoviale che si trova nell’interno delle giunture corporee e delle articolazioni in generale.

Per concludere, doşa e subdoşa, sono, nella medicina ayurvedica, i fondamentali costituenti del corpo insieme ai dhātu (tessuti), upadhatu (tessuti secondari), dhārā kalā (membrane e rivestimenti), srotas (canali circolatori), e mala (secrezioni ed escrezioni corporee).

Chi è Amadio Bianchi

Il Maestro si occupa, oltre che di Ayurveda, anche di filosofia, cultura indiana e Yoga ed è già stato ospite di trasmissioni televisive e radiofoniche quali: "La vita in diretta" (Rai 2), "Monitor Popoli" (Sat 2000), Tg regionale (Rai 3),"Salute e Benessere” (Radio Sole 24), Totem ( RTL 102.5).

E’ stato, inoltre, invitato a partecipare, come relatore, ad importanti congressi e manifestazioni quali: 20° Congresso Italiano di Estetica Applicata - Assago Milanofiori; Expo salute - Milano ; 30° Congresso Internazionale di Estetica Applicata - Parigi (Francia) ; 1° Congress Baltika - Riga (Lettonia) ; Cosmobelleza - Barcellona (Spagna); Psicologia e Psichiatria per il 3° Millennio- Casinò di Sanremo-; Congresso Nazionale di Naturopatia - Hotel Sammit Roma; 2° Congresso Internazionale M.C.4- Roma - Domus Mariae ; Festival Internazionale per la Pace - Assisi ; Beauty Expo 2000 - Roma ; Salus 2000 Bolzano ; 3° congresso Estetica 2000 - Napoli ; Ecoforum - Fiera Monza -; 50° World Congress And Exibition - Bellezza e Benessere nei Cinque Continenti - Firenze ; Officinalia Castello di Belgioioso (Pv) ; Pensa con il cuore e Anno Zero: l’era del ritorno - Lido di Camaiore; Eco 2000 - Cesenatico ; 1° salone Europeo del Benessere e della Alimentazione Naturale - Pistoia -.

Docente di Yoga, di filosofia indù e di massaggio Ayurvedico, Amadio Bianchi, è l’ideatore dell’evento “Artisti per la pace - Gandhi 50 anni dopo “ che si è tenuto dal 24 al 30 di gennaio 1998 a Milano per ricordare il Mahatma a 50 anni dalla sua scomparsa e che ha visto il convergere di quasi tutti i movimenti spirituali e religiosi. Per l’occasione, in una struttura di quasi 9.000 posti a sedere si erano esibiti, per una settimana, gratuitamente oltre 300 artisti, provenienti da molte parti del mondo, dando vita ad un grandioso spettacolo di pace.

E’entrato in contatto con il pensiero orientale pubblicando due quaderni di filosofia: “L’Evoluzione “ e “I Simboli” che gli hanno permesso di scoprire la cultura orientale. Tiene corsi e conferenze un po' ovunque ed è spesso presente nei maggiori congressi in qualità di relatore.

Dirige l’Associazione C.Y. Surya per il benessere psicofisico di Milano. Ha più volte collaborato con gli Enti Ufficiali Indiani e Italiani nell’organizzare incontri sulla cultura indiana o del benessere psicofisico; spettacoli di musica, danza o canto dell’India; iniziative di solidarietà e fratellanza fra i popoli; convegni sull’unità nella diversità a sfondo multireligioso.

Recentemente il Corriere della Sera (Corriere Lavoro) lo ha segnalato quale esperto di settore in un lungo articolo sulla New Age.

Collabora con riviste, giornali, editori e televisioni private in qualità di consulente o di autore di testi.

Collabora, in modo continuativo, con le seguenti testate italiane: Casa e Giardino, L'Altra medicina, Professione Fitness, La Mia Auto , La Pelle. Collabora , sempre in modo continuativo, con le seguenti testate telematiche: Kassandra, Psychoplanet, ABC Fitness, Naturalia, Medicina Naturale, L’Angolo, Promisland, New Age e Dintorni, Pensiero New Age, Mangiarebene, Bliss Oltre la New Age , Tuttocorsi, Salute Donna, Tennet, Viviamo In Positivo, Internatura, Educazione Scuola, Solaris, Terra e Cielo, Auraweb, Spiritual Search Italia, La Gazzetta degli Agagucchi, 7Giorni, Oblò, Clorofilla, Arcobaleno, FvgOnlina, Kult Underground, LiberaAgorà.  

I principi della dieta ayurvedica
di
Amadio Bianchi


L’alimentazione corretta è quella più adatta alla propria costituzione. Da sempre l’uomo è alla ricerca di comportamenti alimentari adatti a mantenere o promuovere la salute.

Ho analizzato molteplici punti di vista, alle volte assai complessi, sulle diete e oggi, dopo anni di studio, posso sostenere che i maestri fondatori dell’Ayurveda hanno pensato e stabilito regole alimentari d’essenziale semplicità.

Secondo loro, anche solo attraverso la lingua siamo in grado di riconoscere non solo le qualità ma anche le conseguenze che un determinato alimento può avere sulla nostra costituzione. Il segreto sta nel sapore: esso ne rivela il contenuto.

Attraverso il senso del gusto si possono individuare sei principali sapori chiamati rasa e che qui di seguito elenco: il dolce, l’amaro, il salato, l’acido, l’astringente e il piccante.

La medicina indiana sostiene che se si avverte un sapore, significa che si è alla presenza di precise sostanze e il loro apporto va indubbiamente ad interferire nella costituzione.

Il macrocosmo, il microcosmo, o l’essere umano stesso, deriva dalla caratteristica miscela dei cinque fondamentali elementi (bhuta): terra, acqua, fuoco, aria, etere. Il mondo fisico ad esempio è detto terrestre poiché la terra è il suo principale costituente.

Il sapore ci mette in condizione di avvertire la presenza di questi elementi e ci permette così, di orientare l’alimentazione secondo la nostra costituzione.

Ecco un’interessante specchietto:

1) il sapore dolce risulta dall’insieme di terra e acqua (dolci, pasta, pane, carne, miele ecc.)

2) l’amaro da aria ed etere (caffè, verdure amare, radici amare ecc.)

3) il salato da acqua e fuoco (sale marino, soda, nitrati di sodio ecc.)

4) l’acido da terra e fuoco (yogurt, pomodori, prodotti fermentati ecc.)

5) l’astringente da terra e aria (melograno, frutta non matura come il caco o la banana, alcuni ortaggi ecc.)

6) il piccante da fuoco e aria (peperoncino rosso, ravanello, aglio e cipolla ecc.)

La costituzione, nella medicina indiana, è individuata attraverso il principio dei Tridosha: essenzialmente un dosha è una delle tre forze in grado di animare le funzioni del corpo umano come la respirazione, la digestione, l’escrezione, la formazione di nuove strutture ecc.

Le tre forze sono: la forza di eliminazione detta vata, quella di combustione pitta ed infine quella di assimilazione kapha. Vata è caratterizzato dalla presenza d’aria ed etere, pitta da fuoco ed acqua, kapha da terra e acqua. Mangiando ad esempio alimenti dolci, aumentiamo l’apporto di terra e acqua nel nostro organismo causando un rafforzamento della forza d’assimilazione kapha. Ecco perché quando mangiano dolci, pasta o pane tendiamo ad ingrassare, così come quando mangiamo cose dal gusto amaro incrementiamo la forza d’eliminazione vata che tende a farci dimagrire. Il salato accresce la forza di combustione pitta, mentre con gli altri gusti, come potete costatare, l’acido, l’astringente e il piccante si può innescare un duplice incremento. Bisogna anche osservare che vata è per così dire il movimento, pitta il metabolismo e Kapha la stabilità, la struttura ossea, la pelle e i tessuti; quindi quando incrementiamo una di queste forze le sue caratteristiche si manifestano con maggiore evidenza sia in senso fisico sia psicologico.

Tutti i sapori dovrebbero essere presenti in una buona dieta ayurvedica ma la quantità deve variare secondo le caratteristiche costituzionali del soggetto.

Il medico indiano, attraverso la tipica diagnosi del polso, che consiste nel rilevare la vitalità pulsante d’ogni dosha in tre precisi punti, può stabilire quali gusti far prevalere nella dieta di ciascun soggetto, secondo gli squilibri che il battito presenta.

Egli avrà imparato a tener conto di quanto queste tre forze della natura possono interferire secondo l’ora della giornata, della stagione o dell’età: ad esempio nel corpo, durante l’infanzia, è naturalmente presente, in modo assai evidente, l’energia kapha (assimilazione a scopo di accrescimento), nell’adolescenza sarà più evidente la forza pitta (combustione e trasformazione) ed in vecchiaia vata (dimagrimento e secchezza).

Seguire in maniera corretta questi principi, porta al controllo, alla stabilità e di conseguenza all’equilibrio della salute.

Ayurveda, l'antica medicina indiana
di
Amadio Bianchi



Ogni disciplina, scientifica o metafisica, ha come base una interpretazione filosofico-matematica della natura e delle sue regole che la caratterizza e la distingue. Così è anche per la medicina indiana più tipica: l’Ayurveda.

I “pilastri” di questo edificio sono costituiti da elementi di una antica visione filosofica, dualistica, denominata Samkya, anteriore all’avvento del Buddha ma anch’essa atea. Per tradizione si attribuisce a Kapila l’onere di aver redatto il testo anche se, come afferma Radhakrishnan nel suo trattato “La filosofia Indiana”, nessuna scuola filosofica ha origine in tutta la sua pienezza dalla mente di un solo uomo. Troviamo, infatti, tracce di questo “punto di vista” già nel Rg Veda e nelle Upanisad o perlomeno riferimento a termini che saranno poi adottati dallo stesso Kapila.

Come forse non tutti sanno, il Samkhya è uno dei “Sat Darshana” o sei punti di vista Brahmanici ortodossi, i quali nel corso della storia del pensiero filosofico indiano ebbero il compito di enunciare alcune speculazioni riguardanti la natura dell’universo in generale. Essi sono ancora oggi considerati sistemi autorevoli del pensiero indù in quanto pur essendo diversi hanno in comune le radici negli antichi testi sacri denominati Veda.

Personalmente ritengo che per comprendere i fondamenti teorici dell’Ayurveda e dello Yoga si debba passare attraverso un esame del Samkhya.

Bisogna premettere che i filosofi e gli scienziati che hanno voluto indagare alla ricerca dei principi della “Manifestazione”, per ovvia costituzione limitata umana, hanno nelle loro enunciazioni costretto l’infinito molteplice in regole finite tentando così di trovare elementi fondamentali ed inscindibili costituenti il presupposto su cui poggiare con sicurezza le loro interpretazioni.

Così è anche per il Samkhya, dove con ventiquattro elementi base (Tattva o principi della realtà) si procede a costituire una piramide interpretativa, tuttavia priva di vertice o “causa prima” trascendente.

Nella mia esposizione ritengo interessante iniziare l’analisi partendo dalla sommità di questo schema.

Gli antichi saggi relatori di questa dottrina, decretarono che due componenti la natura, erano da considerarsi principi ultimi, eterni ed assolutamente incausati : il Purusa e la Prakrti. Il primo può essere considerato, da un certo punto di vista, l’Energia Cosmica Spirituale inespressa. Esso è “il Veggente” sprovvisto sia di qualità, sia di attributi; la coscienza cosmica impassibile ed immutabile che nel microcosmo ritroviamo riflesso nel puro soggetto interiore ripulito dall’identificazione nella materia.

La seconda, è l’Energia Cosmica Materiale, priva di coscienza ma attiva e dinamica, l’oggetto con il quale erroneamente si identifica il soggetto.

Dalla unione dei due si origina, secondo alcune scuole, il male in quanto, la Prakrti indurrebbe il Purusa a considerare bello e eterno, tutto ciò che in verità sarebbe doloroso e impermanente.

Scopo dell’Ayurveda, come del resto anche dello Yoga, sarebbe di liberare l’uomo dall’identificazione del soggetto nell’oggetto mediante la discriminazione.

Ma per tornare al macrocosmo, mi sembra di comprendere che questi due costituenti, potrebbero godere in natura di uno stato di quiete e inattività fino a quando non entrano in contatto tra di loro. Sarebbe come dire che, se si ammette un inizio, l’uno è in grado di attivare l’altro. In poche parole, quando lo spirito entra nella materia la attiva. La conseguenza di tale affermazione potrebbe portarci a considerare lo spirito come responsabile e forse anche, per altre scuole interpretative, “causa prima” anche se, onestamente, mi pare che i fautori di questo movimento di pensiero non desiderassero presentare l’idea di un Dio sia manifesto, sia trascendente, che potesse essere la “causa prima” di entrambi sia il Purusa, sia la Prakrti , vedendoli, come altre scuole ammetteranno, come aspetti della manifestazione divina.

Come già detto all’inizio, il Samkhya è ateo, è inutile pertanto cavillare, come alcuni studiosi fanno, nel tentativo di trovare un aggancio per un recupero teistico di tale metodo d’indagine.

Quando il Purusa e la Prakrti , dunque, entrano in contatto tra di loro per un motivo del quale non viene dichiarata la causa, sembra avere inizio l’universo animato che si presenta come evoluzione della Prakrti, sempre secondo questa filosofia, in un primo amalgama, denominato Mahat nel quale sono già attive le qualità che determineranno in seguito, le caratteristiche di ogni singolo agglomerato di materia compreso quello umano. Tali qualità (Guna), se riferite al macrocosmo o all’aspetto microcosmico intellettivo sono: Sattva, Rajas e Tamas.

La prima è la coscienza potenziale, la spinta verso la perfezione, tutto ciò che è in grado di generare bontà e felicità. E’ leggero, trasparente e illuminante. Esso, tra l’altro, è responsabile e determinante la formazione dei cinque sensi conoscitivi o “jnanendriya”: udito, tatto, vista, gusto e olfatto.

La seconda è l’attività, compreso il divenire del mondo ; è responsabile di produrre dolore e spingere alla attività febbrile. Determina lo sviluppo degli organi di azione “karmendriya” : parola, mani, piedi, organi di riproduzione, organi di escrezione.

La terza, infine, Tamas è ciò che si contrappone all’attività, è l’apatia, l’indifferenza che conduce all’ignoranza e all’inerzia. Dal Tamas procedono dapprima i cinque “tanmatra” o elementi sottili: suono, tatto, forma sapore e odore, poi, con una successiva condensazione, i cinque elementi grossolani (maha-bhuta): spazio, aria, fuoco, acqua e terra.

I tre Guna o qualità della Prakrti non sono mai separati ma convivono in interrelazione dinamica tra di loro, si mescolano e si sostengono a vicenda.

Ecco che, nella medicina Ayurvedica, troviamo rappresentate nel corpo, manifestate fisicamente e più concretamente le tre qualità, definite in questo caso: Vata, Pitta e Kapha (tridosa).

Il medico Ayurvedico, tra l’altro, è in grado di sentire la loro presenza auscultando anche semplicemente il polso. Non si tratta di una interpretazione occidentale del battito cardiaco ma della capacità di avvertire il pulsare di queste qualità in tre punti vicini, sia nel braccio destro, sia nel sinistro alla ricerca di eventuali anomalie o disarmonie tra di loro.

I Dosa ( peculiarità-difetti) si manifestano nel corpo con queste caratteristiche divergenti: il Vata corrisponde al secco, freddo, ruvido, leggero, può essere anche il magro ed è situato nella parte bassa del corpo; Il Pitta è calore, fluidità ma anche acidità ed è situato al centro del corpo; infine il Kapha che è la pesantezza, il freddo, la solidità, il grasso e lo ritroviamo collocato nella testa e nel torace.

All’atto della nascita, insieme al patrimonio genetico, l’uomo porta con sé le sue caratteristiche di base ma queste possono essere sicuramente modificate lungo il percorso della vita dal contenuto della mente (manas) per cui, si afferma che, anche la costituzione dei “dosa”, è variabile. Affermo che la medicina Ayurvedica sostiene l’ipotesi dell’origine psicosomatica delle malattie. Per questa ragione essa si occupa anche del mentale ed i medici sono sempre pronti a dare consigli ai pazienti per portarli ad una purificazione della loro mente, al risveglio dello stato di attenzione e della conseguente consapevolezza, preludio della coscienza.

La strada è quella di ammettere che esiste una visione soggettiva ed una oggettiva. La prima è preda dell’ego. Ma vediamo da dove ha origine nell’Ayurveda il concetto di ego: quando la manifestazione viene toccata dall’impulso dell’evoluzione si attiverebbe un principio cosmico di coesione “separatista” chiamato “ahamkara”, in grado con la sua forza centripeta di far coagulare la materia inerte, portando le particelle dell’universo a condensarsi in corpi separati. Da tale principio deriverebbe il senso dell’io o principio di individuazione soggettiva, nemico della visione oggettiva, che spesso viene vista nelle discipline indiane come l’ostacolo alla realizzazione.

Le 152 manovre del massaggio ayurvedico
di
Amadio Bianchi


Senza ombra di dubbio, siamo tutti disposti a lavorare per migliorare la qualità della nostra vita. Anzi, proprio per questo, o meglio per colpa di un atteggiamento sbagliato, paghiamo tale desiderio con la sofferenza. Mi sto occupando di questi problemi da trent’anni. Prima l’ho dovuto fare per risolvere le mie difficoltà ed ora nella terza fase della vita, quella dell’insegnamento, per quelle degli altri.

Per farla breve, inseguendo la mia necessità di risposte mi sono trovato a stretto contatto con la saggezza delle filosofie indiane dapprima e con le sue concrete discipline poi. Così ho conosciuto e praticato lo Yoga e la medicina Ayurvedica, della quale il massaggio può essere considerato un aspetto.

Il metodo di massaggio che vi presento è il risultato della capacità personale di fondere e unire metodi e conoscenze in un unico sistema integrale che ha dato in pratica enormi soddisfazioni a me ed ai miei allievi.

Uscito dal laboratorio dopo anni di gestazione e sperimentazione, attualmente si presenta con i suoi risultati certi e con la sua vasta tipologia di benefici ottenuti ormai su diverse centinaia di persone.

Poiché la sua anima è indiana ho voluto chiamare questo massaggio Suryacandrabhiseca. Il suo primo nome è legato al sole (Surya in sanscrito) poiché ha la qualità di risvegliare l’energia primordiale creativa. Nel nostro sistema solare al sole si attribuisce, appunto, la vita in combinazione con l’elemento femminile “Candra” (la luna (la c si pronuncia dolce come ad esempio in “ciascuno”) e tutte le importanti caratteristiche ad esso legate. Questo massaggio intende dunque operare a stretto contatto con l’armonia e l’equilibrio del maschile e del femminile nella natura. La realizzazione di tale equilibrio porta ad un profondo stato di piacere, gioia e appagamento generale, senza per questo trascurare l’effetto terapeutico.

Con il terzo vocabolo “Abhiseca” (la s deve essere pronunciata come nell’italiano sciare) ho voluto ricordare un antico rito di consacrazione che consisteva soprattutto in una unzione o aspersione con acqua unita a riti sussidiari, riservata ai re. Il suo fine era quello di assicurare il prolungamento della vita o addirittura l’immortalità dei sovrani.

Svariati sono i benefici che questo metodo può offrire: innanzitutto è sicuramente un elemento integrante per prevenire le conseguenze di squilibri psicofisici, ma a livello più propriamente fisico, dona elasticità al corpo, migliora la circolazione rivitalizzando l’organismo nei punti cosiddetti “morti” che tendono a perdere la sensibilità, agisce inoltre sulle ghiandole ed è rilassante e disintossicante. Dal punto di vista emotivo esso risveglia la passione e riesce a portare fuori l’energia inespressa del paziente trasformandola in amore a tutti i livelli. In qualche caso è risultato utile per curare l’impotenza e l’infertilità.

Nel nostro massaggio si utilizza come olio di base il sesamo, un’olio usato in tutta l’india che specialmente durante l’inverno dovrebbe essere riscaldato. Mescolato a qualche goccia di essenza profumata lo si usa per trattare l’intero corpo (persino i capelli).

L’ambiente dove ha luogo la terapia deve essere caldo, accogliente e anch’esso profumato; la luce morbida e in nessun caso si dovrà fare sentire dolore al paziente. A proposito di quest’ultimo punto, c’è da dire che il maggiore ostacolo che oggi si incontra nel far rilassare le persone è lo stato di sfiducia che le stesse, in generale, hanno accumulato nelle delusioni causate da cattive relazioni con altri o negli insuccessi. Questo stato si presenta sotto forma di apprensione e le tiene costantemente tese e vigili. La paura inconscia di essere ancora ingannati le tormenta e impedisce loro di lasciarsi andare completamente anche nelle mani del terapeuta. Ecco perché se fate sentire dolore al paziente non fate altro che riportarlo in uno stato di attenta vigilanza poiché egli teme che la manovra seguente possa ancora ferirlo.

Il metodo di massaggio che propongo dunque è molto attento verso questa direzione. Esso consta di 152 ordinate manovre che producono effetti diversi ed in qualche caso straordinari soprattutto per quanto riguarda la rimozione delle cause dello stress profondo.
 
L'antico stretching dei monasteri indiani si fa in coppia
di
Amadio Bianchi



I disturbi che lo stress o una errata posizione, mantenuta per lungo tempo, possono causare, sono molti: il più classico è rappresentato da quel fastidioso dolorino interno che si presenta fra le scapole. Tipica è anche la “somatizzazione” di tensione sulle spalle o nel collo che determina la contrazione sia dei “trapezi”, i muscoli fra le spalle ed il collo, sia degli “spinali allungati”, muscoli che salgono a lato delle cervicali. In presenza di tali disturbi si è in genere disorientati, in quanto molto difficili da rimuovere con semplici esercizi. Talvolta si ricerca un po’ di sollievo con mezzi artificiali come le pillole antidolorifiche ma, trascorso il loro effetto, riaffiora il dolore. Naturalmente, ognuno dovrebbe impegnarsi per comprendere e rimuovere le cause dei disagi, adottando come conseguenza un nuovo stile di vita e posizioni più naturali, alternate da esercizi di scioglimento. Un rimedio naturale ed immediato, tuttavia, potrebbe essere costituito dall’applicazione di manovre dell’antico stretching dei monasteri indiani

In alcuni eremi indiani (detti Ashram) dove le lunghe pratiche di preghiera, concentrazione e meditazione costringono i monaci per ore immobili, in posizione seduta, dove cioè, per lasciare più spazio ad un livello contemplativo-ascetico, l’attività fisica è pressoché assente, si pratica una sorta di stretching a due, il quale permette al corpo di ritrovare una certa elasticità e alla colonna vertebrale l’assetto ideale per proseguire nelle pratiche. Anche ai “meditanti” capita di provare tensione nel collo, nelle spalle e nella parte alta della schiena o addirittura un fastidioso dolorino tra le scapole dovuto al mantenimento di una posizione sbagliata, proprio come all’impiegato che per molte ore sta seduto nella scrivania del suo ufficio, soprattutto oggi con l’avvento dei computer.

Per vincere il disagio causato dal dolore, ecco la sequenza che vi consiglio:

collocate il soggetto da trattare in posizione seduta sul pavimento e con la schiena il più possibile diritta. Massaggiate i trapezi muovendo i pollici dal basso verso l’alto con insistenza per provocarne la decontrazione (foto n.1). Aumentando gradatamente la pressione, fate in modo che la vostra azione possa giungere più in profondità nei muscoli elevatori delle scapole e in alto, sul collo, nei semispinali.

Dopo aver posizionato il braccio destro in sospensione statica, ripiegato e parallelo al pavimento, con il taglio della mano, reso morbido dalle dita aperte e flessibili, percuotete il trapezio (avendo cura di non percuotere la cuffia dei rotatori), poi il deltoide e il braccio fino al gomito (foto n.2).

Con la sinistra afferrate la mano destra del soggetto e, se vi è possibile, portatela sulla colonna vertebrale tra le scapole. Mentre con la stessa mano spingete decisamente, con la destra tirate con precauzione (foto n.3). Questa manovra concorre ad eliminare l’indolenzimento talvolta presente nell’area dorsale.

Sciogliete la posizione precedente e con cautela fate ruotare il braccio fino a portare il dorso della mano destra in prossimità del centro fra le scapole. La vostra mano destra spingendo delicatamente sul gomito aiuta la mano del paziente a raggiungere la posizione (foto n.4). Possiamo considerare questa manovra una estensione e controposizione della precedente. Mentre la mano sinistra esercita una consistente pressione sulla mano del soggetto e per conseguenza sulle dorsali, la destra tira delicatamente il gomito destro (foto n.5).

Il braccio viene ora sollevato e mantenuto fermo, parallelo al pavimento dalla vostra mano sinistra mentre con la destra fate ruotare l’avambraccio prima verso l’alto e poi verso il basso (foto n.6). Tale movimento e diretto allo “sblocco” della cuffia dei rotatori donandole salute, elasticità e scioltezza

Ora, prima di proseguire, le manovre illustrate nelle fotografie 1-2-3-4-5-6 dovranno essere eseguite anche sul lato sinistro del corpo.

Appoggiate, in seguito, il ginocchio destro più in alto che potete sulle dorsali, posizionandolo un po’ di sbieco per non far male ( la colonna vertebrale va collocata a lato della rotula), quindi tirate verso di voi risolutamente le spalle con entrambe le mani e mantenete la trazione per almeno 15/20 secondi (foto n.7). Sospingete in avanti il busto per consentire al ginocchio di scendere di un paio di vertebre e ripetete la trazione mantenendola con rinnovato vigore. Poi ancora scendete di altre due vertebre e fatelo di nuovo. Queste trazioni sono un “toccasana” per i disturbi dorsali e spesso riescono da sole ad annullare i dolori di questa zona.

Sedetevi sul pavimento ad una certa distanza, appoggiate la pianta del piede destro sulla colonna vertebrale tra le scapole, afferrate i polsi e tirate, anche in questo caso, almeno per 15/20 secondi, invitando la persona a rilassarsi completamente verso di voi (foto n.8). Ripetete afferrando prima le braccia ripiegate all’altezza dei gomiti ed infine, mentre il piede rimane sempre fermo nella stessa posizione, le spalle.

In conclusione, proponete alla persona di incrociare le braccia e portare le mani sulle scapole. Mentre collaborate tirando per i gomiti, lo invitate a respirare profondamente e trattenere il respiro. L’aria contenuta nei polmoni, messa sotto pressione, provocherà una spinta verso l’esterno che parzialmente compenserà l’effetto di tutte le manovre di inarcamento fin qui eseguite.

Autorilassamento, per cancellare lo stress
di Amadio Bianchi



Senza ombra di dubbio, con il suo moderno atteggiamento l’uomo ha danneggiato e sciupa continuamente la capacità di rilassarsi. Ciò accade poiché vive in continuazione nello stato di attenzione e di veglia attraverso le continue preoccupazioni che la vita moderna può infliggergli, soprattutto se tali preoccupazioni non le sa gestire attraverso il non coinvolgimento. Le tensioni conseguenti si somatizzano nel corpo trasformandosi in contrazioni, attive giorno e notte, che consumano in breve tempo tutta l’energia. Per capire cosa accade, provate a stringere la mano a pugno con forza e mantenete la contrazione fino a quando vi è possibile. Il consumo di energia conseguente vi farà sentire stanchi e desiderare di interrompere l’esperimento. Questo è ciò che accade per ogni contrazione, piccola o grande, della quale siete consapevoli o no, presente nel vostro corpo. Persino il mantenere la fronte corrugata rappresenta una lenta ma inesorabile emorragia di energia.

Essere consapevoli della somatizzazione delle nostre tensioni

Il primo e più importante percorso che si deve compiere, quando si decide di alzare o ripristinare la qualità del rilassamento, è un percorso di consapevolezza. E’ grazie alla consapevolezza che scopriamo dove le nostre tensioni si somatizzano, ed è grazie alla consapevolezza che possiamo intervenire modificando atteggiamenti e abitudini anche croniche che provocano ipertensione e disturbi nervosi. A molti soggetti capita, ad esempio, di mantenere le mascelle serrate o altre parti del corpo contratte, anche mentre dormono o sognano. Questi soggetti sono destinati ad un pessimo risveglio e abitualmente cominciano la loro giornata stanchi ancora prima di lavorare. Tutto ciò porta ad un accumulo di tensione che oggi va sotto il nome di stress. Meglio dunque dedicare qualche minuto al giorno alla pratica che qui di seguito vi consiglio prima che sia troppo tardi:

al termine della vostra giornata di lavoro, oppure ogni qualvolta ne avete l’occasione, in ambiente adeguato, create le condizioni idonee, stando attenti, per esempio, che rumori o altro non possano disturbarvi durante la pratica. Sdraiatevi sul pavimento, abbandonando totalmente il corpo. La chiave del successo sta proprio nel significato di questa parola: “abbandono”. Realizzare un abbandono totale è assai difficile poiché per farlo bisogna ripristinare quell’atteggiamento di fiducia che l’uomo ha lasciato sul campo delle sue battaglie perdute (almeno crede fino a che non scopre che le battaglie perdute sono, invece, grandi momenti di crescita, soprattutto interiore ).

Sdraiatevi dunque fiduciosi e divenite consapevoli di tutto il corpo, tutto il corpo intero. Lasciate cadere le punte dei piedi verso l’esterno e girate il palmo delle mani verso l’alto per impedire al senso del tatto di mantenervi vincolati al piano materiale. Avvicinate leggermente il mento allo sterno diminuendo così la curva delle cervicali e distendete il viso rilassandolo in ogni sua parte. (Dovete sapere che all’occhio di un esperto, il viso appare come una carta geografica delle tensioni mentali).

'Io mi sto rilassando'

Per qualche attimo tentate con i vostri mezzi di rilassarvi, nel miglior modo possibile, anzi dite a voi stessi: io mi sto rilassando. Questo serve a trasferire la vostra attenzione in ciò che state facendo. Passate in rassegna, mentalmente tutto il corpo e sciogliete ogni contrazione che individuate. Cercate di rimanere immobili fino al termine della pratica.

Ora, noterete che è davvero difficile distrarsi dal contenuto ordinario della mente, composto di memorie, di quanto è accaduto durante la giornata o addirittura nel passato. La via della “consapevolezza è invece fatta di ”presente”. Del “Qui e ora”, come affermano le scuole orientali, per le quali questa è l’unica cosa che veramente conta. Quante persone, infatti, si rovinano la vita vivendo immersi in passate esperienze spiacevoli, ormai insensibili ai messaggi di gioia e piacere che la natura invia loro continuamente? Vi affermo questo perché sappiate cogliere il gradevole messaggio che la tecnica di rilassamento, qui proposta, rappresenta. Essa è un momento che appartiene al vostro presente, un momento di gioia, la gioia di sentirsi e di abbandonarsi piacevolmente al pervadere dell’energia universale. Quest’ultima entrerà in voi, non appena si verificheranno le giuste circostanze: quando il vostro corpo e la vostra mente privi di tensioni si apriranno permettendo alla stessa di permearli.

Concentrarsi sul respiro

Il mezzo migliore per mantenere la mente nel presente con continuità è la concentrazione sul respiro. Nello stesso tempo tale concentrazione consente di tenere sotto controllo il piano emotivo. Regolando e bilanciando il flusso dell’aria che entra nei polmoni attraverso le narici, in modo che l’inspiro e l’espiro risultino uguali, raggiungerete un proficuo stato di armonia ed equilibrio. Contate mentalmente e fate durare 6 secondi sia l’inspiro che l’espiro. Continuate così fino a quando il tempo che avete destinato alla vostra pratica sarà terminato. Uscite dalla situazione in modo assai graduale: pur rimanendo ancora immobili, riportate l’attenzione sul corpo, sul piano fisico e introducete l’idea che dovrete muovervi.

Iniziate il risveglio muovendo le dita dei piedi, poi le dita delle mani. Ruotate dolcemente il capo a destra e a sinistra e lasciatevi in seguito andare a progressivi movimenti, sempre più ampi, fino a quando non vi verrà voglia di stirarvi, come se vi foste appena svegliati. Sempre con calma riportatevi seduti e quando vi sentite pronti alzatevi in piedi. La vostra pratica è terminata.


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