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Prima
Lettera
Kirghisia, 3 luglio
Cari amici, non sono venuto in Kirghisia per mia volontà o per trascorrere le ferie, ma per
caso. Improvvisamente ho assistito al miracolo di una società nascente, a misura d’uomo,
dove ognuno sembra poter gestire il proprio destino e la serenità permanente non è un
utopia, ma un bene reale e comune.
Qui sembra essere accaduto tutto ciò che negli altri Paesi del mondo, da secoli, non riesce
ad accadere.
Arrivando in Kirghisia ho
avuto la sensazione di “tornare” in un luogo nel quale in realtà non ero mai stato. Forse
perché da sempre sognavo che esistesse. Il mio strano “ritorno” in questo meraviglioso
Paese, è accaduto dunque casualmente. Per ragioni tecniche, l’aereo sul quale viaggiavo ha
dovuto fare scalo due giorni nella capitale.
Qui in Kirghisia, in ogni settore pubblico e privato, non si lavora più di tre ore al giorno,
a pieno stipendio, con la riserva di un’eventuale ora di straordinario. Le rimanenti 20 o 21
ore della giornata vengono dedicate al sonno, al cibo, alla creatività, all’amore, alla
vita, a se stessi, ai propri figli e ai propri simili. La produttività si è così
triplicata, dato che una persona felice sembra essere in grado di produrre, in un giorno, più
di quanto un essere sottomesso e frustrato riesce a produrre in una settimana. In questo
contesto, il concetto di “ferie” appare goffo e perfino insensato, qui dove tutto sembra
organizzato per festeggiare ogni giorno la vita.
L’attuale concetto occidentale di ferie, invece, risulta feroce, quanto la concezione stessa
del lavoro, non soltanto perché interferisce in modo profondo con il senso della libertà, ma
perché ne trasforma e deforma il significato. Nel periodo delle ferie, milioni di persone
sono obbligate a divertirsi, così come nel resto dell’anno sono obbligate a lavorare senza tregua, a
sognare di trovare un lavoro o a guarire dai guasti e dalle malattie, causate da un’attività
lavorativa coatta e quotidiana. Questo meccanismo delle otto
ore di lavoro ogni giorno, produce da sempre tensioni sociali, nevrosi, depressioni,
malattie e soprattutto la sensazione precisa di perdere per sempre l’occasione della vita.
La proposta risanatrice di questi invisibili orrori, si è risolta nello Stato della Kirghisia,
dove sono state realizzate una serie di riforme che in pochi anni hanno modificato le
abitudini e i comportamenti dei suoi cittadini.
La corruzione politica si è azzerata perché in questo Paese, chi appartiene all’apparato
governativo, esercita il proprio ruolo in forma di “volontariato”, semplicemente
continuando a mantenere per tutta la durata del mandato politico lo stesso stipendio che
percepiva nella sua precedente attività. Quando ho saputo che ogni realtà politica nasce da
una forma di volontariato, ho finalmente capito perché, ogni volta che vedo un rappresentante
del parlamento italiano parlare alla televisione, c’è qualcosa sul suo volto che rivela
un’incolmabile lontananza da ciò che sta dicendo. Ecco, ora mi è chiaro che chiunque
abbia, come i nostri deputati occidentali, uno stipendio minimo di quaranta milioni di lire
(circa 20.000 euro) al mese, non può in alcun modo essere convincente, in ciò che dice,
pensa o fa.
Qui in Kirghisia, la possibilità di dedicare quotidianamente alla vita almeno mezza giornata
ha consentito la realizzazione di rapporti completamente nuovi tra padri e figli, tra colleghi
di lavoro e vicini di casa. Finalmente i genitori hanno il tempo di conoscersi veramente tra
loro e di frequentare i propri figli. I parchi sono ogni giorno ricolmi di persone e il
traffico stradale è oltre quattro volte inferiore, dato il variare degli orari di lavoro. Le
fabbriche sono in attività produttiva continua, ma chi fa i turni di notte lavora solo due
ore. Già al terzo anno di questa singolare esperienza è stato rilevato un fenomeno molto
importante. Il consumo di droghe, sigarette, alcolici è diminuito in modo quasi totale e i
farmaci rimangono in gran parte invenduti. Certo, tutto ciò può sembrare incredibile a chi,
come voi cari amici, è costretto a credere che l’attuale organizzazione dell’esistenza in
occidente sia la sola possibile.
In Kirghisia, la gestione dello Stato, oltre a essere una forma di volontariato, si esprime in
due governi, uno si occupa della gestione quotidiana della cosa pubblica, l’altro si dedica
esclusivamente al miglioramento delle strutture. Ho incontrato il Ministro per il
Miglioramento delle Attività lavorative che ha in progetto, nel prossimo quinquennio, di
ridurre ulteriormente per tutti il lavoro obbligatorio a due ore al giorno invece delle
attuali tre. Il Ministro è convinto che solo una umanità liberata dal lavoro possa essere
veramente produttiva. E’ anche certo che si possa scoprire l’operosità del fare, solo
realizzando, nel tempo libero, ciò che si desidera. Ho fatto bene a decidere di rimanere in
Kirghisia, e non me ne andrò finchè continuerò ad avere questa strana sensazione di vivere,
qui, all’interno di un sogno comune.
Un abbraccio a tutti.
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