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La negligenza, e quasi la cecità, della sinistra e della sua intellighentsia
dinanzi a questo fenomeno deriva dalla situazione con cui hanno guardato alla cultura delle
masse, che è stata considerata sempre marginale rispetto al potere presunto vero, cioè alla
dimensione politica ed economica. Raffaele Simone
Essere spettatori di Videocracy è un’esperienza profondamente sgradevole. Durante la
proiezione del documentario è percepibile un diffuso imbarazzo, che ogni tanto è rotto da
qualche risata liberatoria. Ma quelle risate, appena risuonano, più che liberare incatenano
maggiormente alla propria vergogna. Poi c’è lo schifo. Uno schifo da tagliare col coltello.
E quindi la nausea di nervi, veri e propri crampi. E quando ti alzi e vedi gli altri
spettatori come te, e sai già fin d’ora che se ne andranno come se niente fosse, come si
esce ogni sera da un cinema, un po’ stralunati e un po’ eccitati, ti piomba di nuovo
addosso la vergogna, quasi fossimo tutti quanti testimoni passivi e docili di un crimine
detestabile, concluso il quale ognuno se ne va solitario, omertoso e impotente a casa propria.
Strano effetto, davvero.
Ma come? Non avevo io letto Anders, Debord, Baudrillard, Bauman? Non avevo letto Barbaceto,
Travaglio, Perniola,
la Benedetti
, Luperini? Non conoscevo già tutta questa vicenda a memoria? Non avrei dovuto essere immune
dallo shock? Non ho forse letto analisi e ascoltato dibattiti sul genocidio culturale, sulla
rivoluzione mediatica degli anni Ottanta? Sul grande smottamento antropologico, cominciato con
Drive in?
Non sono forse un tipico esemplare di quella classe media acculturata che, grazie ad una certa
memoria storica e ad una formazione umanistica, si sente sufficientemente critica nei
confronti del mondo che lo circonda? Addirittura, non sono forse un esemplare medio di quello
che è una volta si sarebbe chiamato intellettuale di sinistra, uno cioè che crede nel valore
della ricerca e del dibattito pubblico, nel valore della scienza e della letteratura, per
rendere il mondo più giusto? E non sono, infine, un insegnante di liceo, che ha quasi ogni
giorno un contatto diretto con le “nuove generazioni”? Io, dunque, non sapevo? Non ne
sapevo abbastanza di com’è l’Italia, di come è diventata? Ma non lo sappiamo tutti, da
tanto tempo? Ma allora perché quel senso desolante e irrimediabile di umiliazione, che solo
un antidolorifico coi fiocchi, un oppiaceo in polvere, avrebbe potuto lenire?
La prima risposta che trovo, non so quanto corretta, è questa: il mio sapere è stato a lungo
scisso dal mio sentire. Il mio sistema morale deve aver trovato una strategia alquanto
vigliacca di sopravvivenza, da un lato mandava avanti la mente libresca, la nutriva di dati e
concetti, dall’altro ottundeva il sensorio, lo teneva al riparo dalla “malvagità del
banale”, per utilizzare una formula letta da qualche parte e che rovescia assai
ragionevolmente il titolo della Arendt. Non è forse stato il mio (il nostro) un ritiro
sull’Aventino? Non già un ritiro parlamentare, una rinuncia politica, una protesta sterile
e controproducente. No, un ritiro estetico, e non della classe politica, bensì di una certa
società civile. Abbiamo fatto di tutto per non percepire, mentre intanto blandivamo la
coscienza, nutrendola di letture e tavole rotonde sull’informazione.
Da tempo immemorabile la sinistra grida “al lupo al lupo”, parlando di regime, di guasto
della democrazia, di monopolio dell’informazione. La sinistra istituzionale, quella che fa
riferimento al PD, dovrebbe su questa questione tacere per sempre. Forse per inconsapevole
terrore di quella stessa ideologia, di cui è stata prigioniera nel suo remoto passato di PCI
filosovietico, forse per consapevole contrabbando politico con Berlusconi, essa ha rinunciato
ad ostacolare la frana in corso. Nessuna legge ha intralciato il massivo esperimento
antropologico del Grande Intrattenitore. Sanare i conti, è stata la priorità dei governi di
centro-sinistra, mentre le menti, quotidianamente, si guastavano. Ma poiché il partito si era
finalmente de-ideologizzato, poco si curava di questo versante e di coloro che in esso
moltiplicavano cantieri. Quanto a certa sinistra radicale, la sua vocazione al settarismo
l’ha completamente immunizzata dal problema. Essendo i compagni autentici una ristretta e
gelosa élite, e vivendo essi tra di loro, perfettamente adeguati alla psicologia
dell’assedio, e dotati infine della celebre pazienza rivoluzionaria, possono attraversare
deserti estetici e antropologici senza battere ciglio. La dura necessità della lotta li ha
anestetizzati in partenza. Quando dunque si parla di attacco ai diritti civili e si addita con
scandalo, da Repubblica al manifesto, la costituzione bistrattata, si spara in parte fuori
bersaglio. Non che ognuno di questi allarmi sia fasullo, ma essi ignorano l’isolamento
estetico da cui vengono lanciati. Chi pensa alla costituzione ha una mente libresca, chi
continua ad amare Berlusconi ha una mente televisiva. Questa banale affermazione ha
conseguenze, storicamente, tragiche. Nel senso più tecnico e appropriato del termine. Le
condizioni di vita, nel paese, possono peggiorare per un numero sempre più ampio di persone,
senza che ciò alzi di un grado la cosiddetta conflittualità sociale. Questa è
l’implacabile legge di quello che io chiamerei “fascismo estetico”.
Che cos’è il “fascismo estetico”? Le sequenze iniziali e finali di Videocracy lo
illustrano perfettamente. Il “fascismo estetico” è quella lotta per la salvezza
sociale che impegna ogni componente dei ceti popolari, nella più assoluta solitudine, sul
terreno della propria immagine. Nell’epoca della fine della mobilità sociale e del
lento disfacimento della classe media, il nemico di classe non esiste più, come non esistono
più alleati nella lotta per il miglioramento delle condizioni di vita. Vi è un’unica fede,
quella della trasformazione individuale. Non una religiosa rivoluzione interiore, ma una laica
e materialista metamorfosi della propria immagine. Il giovane operaio bresciano che è
intollerante nei confronti del proprio lavoro, che si rifiuta ostinatamente a un destino di
tornitore a vita, ha di fronte a sé un’unica via di salvezza che, tragicamente, è in realtà
la sua maledizione. Egli vive da anni nella costruzione di un personaggio televisivo
attraverso una dura disciplina fisica, che lo rende straordinariamente atletico e prestante.
Ha ininterrottamente lavorato sulla propria immagine, ossia sul proprio corpo, sulla gestualità,
sugli abiti. Ma per lui, probabilmente, non verrà alcuna salvezza. Ruoterà per sempre, come
in un girone infernale, intorno alla ribalta televisiva, senza mai poter abbandonare il suo
posto di spettatore ed accedervi. Per lui, il salto sociale non avverrà mai, anzi si
cumuleranno, su un terreno nuovo e diverso da quello della fabbrica, delle umiliazioni
ulteriori. Passerà di casting in casting, calcherà gli studi televisivi, solo per mettersi
tra le sagome indifferenziate di coloro che ridono e applaudono. Non diventerà, nonostante le
ore quotidiane di palestra, la dieta, i sacrifici di tempo e denaro, famoso, e quindi neppure
ricco, e quindi neppure attraente da un punto di vista sociale. Resterà un qualsiasi operaio
non qualificato, di quelli guardati con sufficienza dalle compagnie femminili di paese.
Per le giovani e giovanissime donne, il fascismo estetico presenta un quadro, se possibile, più
cinico e disperato. In un mondo del lavoro ancora sessista, la via della realizzazione
professionale passa per la prostituzione spontanea. Si parla sui giornali della
propensione del premier erotomane per le minorenni. Si parla con orrore di violenza sulle
donne, di abusi e aggressioni sessuali. Nell’ultima sequenza di Videocracy, un gruppone di
giovanissime aspiranti veline è ripreso mentre ancheggia a suon di musica, nel modo che
ognuna immagina il più sensuale e provocante possibile. Quanti di questi corpi sono
volontariamente sacrificati ai molteplici intermediari dell’industria dell’immagine? Sotto
l’occhio complice della famiglia, del gruppo di amici, della comunità di paese, che
preferisce ignorare il prezzo imposto dal raggiungimento di una tanto agognata apparizione
televisiva? Anche qui non sfugge la condizione tragica che impone al mondo femminile di
raggiungere la propria salvezza sociale – l’autonomia professionale – attraverso la dura
prova del baratto sessuale, poiché l’unica merce di scambio che una donna può offrire, in
quel mercato gestito dall’uomo, è il corpo. Se poi sia peggio, quanto a prostituzione
spontanea, quella dei corpi, riservata alle donne, rispetto a quella delle menti – e quali
menti! –, riservata agli uomini, non sarò certo io a dirlo, che non sono avvezzo né
all’una né all’altra.
Insomma, nonostante tutto ciò che che sapevo (o supponevo sapere), la visione di Videocracy
mi ha prodotto uno shock cognitivo, che mi ha spinto ad elaborare il nuovo concetto di
“fascismo estetico”. Innanzitutto ho pensato che ci è davvero mancato un Pasolini, come
cronista di questo terrificante esperimento di massa. Non il Pasolini che viene sempre
invocato, quello del genocidio culturale e della fine del mondo contadino. Il Pasolini degli
anni Settanta, quello delle Lettere Luterane per intenderci, non scopre niente, da un punto di
vista intellettuale. Dice cose che altri studiosi e scrittori, filosofi e sociologi, hanno già
detto almeno una decina d’anni prima. La forza e la necessità dell’urlo di Pasolini viene
dal fatto che, quello che altri hanno saputo prima, lui lo sente dopo. Altri, più lucidamente
di lui, avevano analizzato la rivoluzione antropologica, che stava segnando la scomparsa della
cultura popolare e contadina. Ma lui è stato in grado di patire fino in fondo l’esperienza
di questa scomparsa, proprio in virtù di quel contatto con i ceti popolari di cui era
continuamente alla ricerca. Lui l’ha vissuta su di un piano estetico più che politico e
intellettuale. E proprio per questo ne ha misurato più coraggiosamente di altri la portata.
Molti di noi, nel trentennio di ascesa della videocrazia, si sono difesi proprio
dall’esperienza estetica che il nuovo regime imponeva. Mi prendo come esempio, in quanto so
bene di non rappresentare un’eccezione, semmai una minoranza. In un momento imprecisato,
all’inizio degli anni Novanta, ho smesso di guardare la televisione. Ho compiuto questo
gesto semplice: ho portato in solaio il televisore, e da allora guardo la tele assai
raramente, a casa di qualcun altro. È una colpa? Posso andarne fiero? Potevo fare altrimenti?
(Una delle frasi che appaiono in coda a Videocracy afferma: Oggi l’80% della popolazione
italiana ha la televisione come prima fonte di informazione.) Lo ammetto, ad un certo
punto mi sono rifiutato di sottopormi compiutamente all’esperimento che Silvio Berlusconi
stava realizzando sul pubblico televisivo italiano. Lo avrò fatto per privilegio di classe,
per intolleranza personale, per istinto di sopravvivenza… non sono sicuro di conoscerne il
vero motivo, ma sicuramente l’ho fatto. Il problema è che, in questo modo, ho finito per
ignorare l’entità del disastro. Aggravante ulteriore è stata la latitanza dal suolo patrio
per alcuni anni. È pur vero che, ogniqualvolta mi è capitato in questi anni di vedere un
programma d’intrattenimento, faticavo a credere ai miei occhi e alle mie orecchie. Mi
dicevo: “Ma come è possibile che le donne italiane accettino questo?” (Non parlo qui
d’informazione. Delle mezze verità dei telegiornali, della censura spontanea o imposta,
della manipolazione e della propaganda. Parlo proprio dei programmi di puro intrattenimento,
con la presenza del pubblico: dai quiz ai reality show.)
Ma le occasioni di spaesamento si moltiplicavano anche nella vita reale. L’avvento in città
di automobili sempre più implausibili: le fuoristrada con la sbarra di metallo antibufalo, o
quelle nere con i vetri oscurati da gangster. La moltiplicazione davanti a qualsiasi locale
dalla luminaria un po’ esotica d’ingombranti e inutili buttafuori. Ricordo la scoperta di
ambienti a tal punto ridicoli, da sembrare irreali. Un conoscente una sera m’introdusse, con
un paio di amici, al “Just Cavalli Café”, un locale esclusivo – o che si pretende tale
– di Milano, frequentato da gente della moda, del calcio e della televisione. C’erano due
ragazze in tailleur all’entrata con le liste degli invitati: una miscela di doganieri,
hostess, e maestrine terribili: serie come la morte. Nel ristorante dei Vip – o presunti
tali – gli uomini sembravano controfigure più o meno riuscite di Fabrizio Corona, ma
generalmente col cranio rasato; le donne, presentatrici più o meno plausibili alla ricerca
disperata di contatti importanti. Sociologicamente nulla di speciale: nuovi arricchiti.
Atmosfera: Mosca anni Duemila, magari senza pistole automatiche nella giacca. Ma
l’arredamento, gli abiti, la gestualità erano ciò che più mi sorprendeva. Tutto si
svolgeva come su una ribalta televisiva, ma mi sfuggiva la regola del gioco, dal momento che
di spettatori non ce n’erano. Quando si dice “apparire”, non si è detto ancora nulla.
Uno, infatti, pensa subito ad una politica dell’apparire, all’apparenza come mezzo. Ma nel
“fascismo estetico” – e lo capisco tardi – mezzo e fine finiscono per confondersi. La
disciplina dell’apparire, il quotidiano esercizio per diventare belli ed eleganti, non
ammette basse strumentalizzazioni. Raggiungere lo splendore di un’immagine si trasforma nel
fine in sé.
E tutte le volte che a Milano camminavo per certe vie o passavo davanti a certi caffè o
discoteche, mi chiedevo: “Ma chi sono questi?” Era snobismo? È stato snobismo smettere di
avere la tele in casa? Questa è l’accusa più in voga oggi rivolta a chi rimane estraneo ai
grandi compiti imposti dal “fascismo estetico”. Le mie ragioni, però, non sono state
sociali, ma estetiche: era una vigliacca necessità di preservarmi da tanta bruttura e banalità,
da tanto conformismo, che mi ha reso cieco alle grandi trasformazioni. Non ne ero ignaro, ma
non percepivo il disegno unitario e la macchina potente che le governava. Ora vedo l’enorme
sforzo di essere belli, il rovello perenne, la disciplina marziale dell’apparire, a cui una
gran quantità di giovani italiani è sottoposta. È affascinante constatare fino a che punto,
in certi caffè o per certe vie, ci siano solo ragazze accuratamente truccate che indossano
abiti vistosi e attraenti, e ragazzi con muscolature e tatuaggi opportuni. Tutte e tutti
abbronzati. L’unica nota inquietante in tanta bellezza è lo spettro aleggiante della
clonazione. Tutti questi belli e queste belle, disinvolti e ridanciani, si assomigliano
maledettamente. Hanno lo stesso taglio di capelli, gli stessi occhiali, le stesse magliette,
gli stessi tatuaggi. Non solo, ma il loro sforzo perenne, la loro aspra disciplina, li rende
anche tremendamente aggressivi. Questa è una caratteristica del “fascismo estetico”: vi
è un sovrano disprezzo per colui che non si piega alla stessa rigida regolamentazione. Costui
non è visto semplicemente come un “brutto”, uno “sfigato”, perché privo di opportuna
abbronzatura e tatuaggio, ma è considerato in qualche modo una minaccia, anzi uno sberleffo
vivente di fronte allo zelo dei belli-a-tutti-i-costi. Vi è un grande risentimento in questi
“sacerdoti del corpo scolpito e dell’abito perfetto” per colui che non appartiene alla
loro tribù. E mostra di vivere, di divertirsi, di amare, senza intrupparsi nel loro corteo e
senza condividere i loro riti impietosi.
Non m’interessa più di tanto, in realtà, proporre una fenomenologia dell’italiano dedito
all’ossessiva e conformista cura della propria immagine. Ognuno ha di fronte a sé una
quantità di esempi sufficientemente eloquenti. Il punto è un altro. E riguarda la mia (e di
altri) grande capacità di astrazione e di oblio di fronte a tutto ciò. Accettare fino in
fondo quanto è accaduto, guardarlo in faccia senza schermi intellettuali, è un compito
arduo. Lo è soprattutto per chi vive ancora tra due mondi, tra quello della lettera e quello
dell’immagine, tra la cultura del libro e l’impero della televisione.
Andrea Inglese
Fonte: www.nazioneindiana.com
Link. http://www.nazioneindiana.com/2009/09/09/videocracy-o-del-fascismo-estetico/
9..09.2009
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