"Cani e porci, la vita a Vallevegan. La
fattoria degli animali (liberi)"
Alle
porte di Roma un’oasi verde dove umani e bestie vivono in comune. A ciascuno il suo, in libertà.
Spazio di undici ettari di terreno per
lo più incolto e messo a disposizione degli animali.
tratto da http://www.promiseland.it
del 10 luglio 2008 Fonte: Liberazione Animale
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Uscire dall’autostrada che da Roma
porta a Napoli e muoversi lungo le vie della campagna laziale, tra prati, monti e boschi che
cambiano colore con la stagione, mentre la provincia romana sconfina in Ciociaria. Lasciarsi
alle spalle la baraonda di rumori cittadini e d’improvviso circondarsi di verde.
Vallevegan è una Fondazione nata nel
2006, quando vennero rilevati a basso costo i terreni di un grande allevatore che aveva
cessato la sua attività. Con la terra e il casale, anche alcuni animali: un paio di cani,
piccioni allevati, conigli. Annessi alle proprietà, i fondatori hanno trovato anche gli
attrezzi della precedente attività, oggi esposti in una cantina che fa da macabro museo:
coltelli, tenaglie, strumenti per castrare, tagliare, amputare. «Tutti gli animali che abbiamo –
racconta Piero Liberati, uno dei fondatori di Vallevegan – vengono da gravi situazioni di
disagio. Per lo più sono animali che le forze dell’ordine ci hanno portato dopo alcuni
sequestri: è il caso di molti cani, dei due bufali, delle tortore o di alcuni degli anatidi,
conigli e galline».
La questione non è solo ospitare
animali, ma gestirli. Ciascuno con i suoi bisogni, le sue particolarità: il cane troppo
vivace, quello insicuro perché ancora traumatizzato, il maiale che va tenuto a bada quando
gli altri mangiano, gli animali che arrivano malati e che vanno seguiti ciascuno con un
trattamento personalizzato. Faticoso ma gratificante: recuperare gli animali ai loro istinti e
alle necessità etologiche, a piccoli passi e con molta attenzione. E in cambio imparare
qualcosa da ognuno di loro. Nelle intenzioni di fondatori e attivisti, Vallevegan non vuole
essere un’Arca di Noé ma un luogo di liberazione. Per chiunque ci viva: «Il nostro obiettivo è quello di
dare a questi animali il maggior grado di libertà possibile e la facoltà di interagire con i
propri simili. Ovviamente rispettando le caratteristiche della specie e le necessità del
singolo».
Per ogni animale si studia la
soluzione migliore: per galline, conigli e il capretto ad esempio sono stati costruiti grandi
recinti nei terreni, per alcuni roditori un sistema protetto di cunicoli, le tartarughe hanno
a disposizione un recinto con un laghetto. Cani, gatti, maiali, bufali, piccioni invece vivono
del tutto liberi. «Collaboriamo con il Nirda del Corpo
Forestale di Stato (Nucleo Investigativo per i Reati in Danno agli Animali, ndr) per ospitare
animali e associazioni come Acl e Quinto Mondo per le adozioni dai canili. Facciamo parte di
un network che si occupa di prendere dai laboratori roditori rimasti vivi dopo il protocollo
sperimentale e destinati altrimenti alla soppressione. Ci occupiamo di caccia, pesca e
bracconaggio, sia esponendoci in prima persona che lavorando con C’è un sito internet: (www.vallevegan.org),
un forum, gallerie fotografiche, una mailing list: si organizzano veri e propri campi contro
il bracconaggio e la caccia in Italia, presidi e manifestazioni contro pellicce e vivisezione.
Vallevegan insomma non è un’enclave di asceti, ma uno spazio fisico e mentale dove
costruire con la pratica uno stile di vita: «Puntiamo all’autosufficienza e
all’autoproduzione, stiamo provando a coltivare il cibo di cui abbiamo bisogno per noi
stessi e per gli ospiti che ci vengono a trovare. Chi viene qui contribuisce come può: con la
sua compagnia, costruendo o riparando recinti, utensili e strutture, oppure aiutandoci a dare
da mangiare agli animali o portando cibo per loro». E in effetti di persone ne arrivano a
ritmo continuo. Non solo dall’Italia: hanno fatto tappa attivisti spagnoli, inglesi,
statunitensi, portoghesi, iraniani, siriani, ungheresi, ceki. Per lo più gente intenzionata a
vivere concretamente concetti come decrescita, liberazione dal culto del consumo,
autosufficienza. E ovviamente contatto con gli animali. Che secondo delle norme tacite e
accettate da tutti più che accarezzarli, coccolarli o vezzeggiarli vuol dire aiutarli a
recuperare la libertà: «Essere qui ci regala la concreta
possibilità di decidere il senso della nostra vita, i nostri ritmi. Imparare a vivere in
comune, dividendoci responsabilità, diritti e doveri. E offrire l’identica possibilità
agli animali presenti e sottratti a un’esistenza di detenzione, maltrattamenti, sfruttamento».
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