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In un solo anno sono stati acquisiti di oltre 45 milioni di ettari
di terreni da parte di multinazionali nel nei Paesi del Sud del Mondo. È il fenomeno del land
grabbing, con la conquista di terreni per uso agricolo, soprattutto destinati ai biocarburanti.
Il rapporto lacunoso della Banca Mondiale
È
con il termine “land grabbing” che almeno da due anni molte associazioni della società
civile e di agricoltori denunciano la corsa all’accaparramento delle terre, soprattutto in
Africa ma anche in alcuni Paesi del sud-est asiatico e dell’America Latina.
Fece scalpore a marzo del 2009 il caso della Daewoo Logistic, che in Madagascar affittò per
99 anni un territorio grande come la metà del Belgio, 1, 3 milioni di ettari, per seminare
mais e palme da olio.
L’accordo non prevedeva il pagamento di nessun affitto, si basava solo sulla promessa da
parte del grande gruppo industriale sudcoreano di investire in infrastrutture e creare nuovi
posti di lavoro in cambio del diritto a coltivare. Il caso è stato al centro della rivolta
che ha rovesciato il presidente Marc Ravalomanana e l’èlite al governo, accusata di
svendere la terra dei contadini in cambio di tangenti.
Il rapporto sul land grabbing più volte annunciato dalla Banca
Mondiale (doveva essere pubblicato ad aprile) è finalmente uscito a settembre dopo aver
suscitato forti aspettative.
Ma il risultato è "una delusione e un fallimento", così ha commentato senza mezzi
termini GRAIN, organizzazione che supporta i contadini e i movimenti sociali perché le
comunità locali possano dire la loro sull’uso delle terre che abitano.
La Banca
aveva detto che avrebbe documentato le acquisizioni di terre
raccogliendo informazioni sul campo in 30 Paesi, invece ne ha indagati solo 14 basandosi sui
risultati raccolti da GRAIN sul suo sito.
I numeri sono comunque imbarazzanti: il rapporto conferma che fra il
2008 e il 2009 sono stati acquisiti di oltre 45 milioni di ettari di terreni per uso agricolo,
contro appena quattro milioni fra il 1998 e il 2008. E parla di una vera e propria
"corsa" all’accaparramento di terra, avvenuta principalmente in Africa.
Ma questo si sapeva già, dicono in coro le ong. Quello che
la Banca
poteva fare e non ha fatto è sollevare il velo su chi sono gli investitori. Per esempio
rispondendo alle seguenti domande: Chi sono? Di cosa si occupano? Quanti di questi
investimenti sono privati e quanti pubblici? "Senza questo tipo di informazioni non si può
analizzare u
n granché" afferma GRAIN. "Per esempio alcune aziende hanno detto in diverse
occasioni che i loro investimenti non tengono in conto la sicurezza alimentare. Che sono
business, puro e semplice. Capire chi è coinvolto nelle acquisizioni di terre e per quale
scopo sarebbe stato molto utile".
Le comunità hanno il diritto di avere accesso ai termini dei contratti stilati tra i loro
governi e le aziende che acquisiscono la terra, rivendicano da tempo le associazioni della
società civile. "Un’altra cosa utile che
la Banca
avrebbe potuto fare è rendere di pubblico dominio i contratti. E invece non l’ha
fatto" denuncia ancora GRAIN. E questo nonostante la sua direttrice generale Ngozi
Okojo-Iweala, a commento del rapporto, abbia sottolineato "la necessità di rendere più
trasparenti gli acquisti di terreni".
"Forse
la BM
non era più di tanto interessata a sollevare il velo" è il dubbio sollevato da GRAIN.
Il ramo della Banca che si occupa degli investimenti commerciali, l’International Finance
Corporation, è uno dei principali investitori in fondi di private equity che stanno
acquistando i diritti sulle terre, e la sua agenzia for profit che promuove gli investimenti
esteri nei Paesi in via di sviluppo,
la Multilateral Investment
Guarantee Agency (MIGA), sta fornendo una copertura assicurativa ai progetti agricoli delle
aziende. MIGA, per esempio, ha garantito 50 milioni di dollari a copertura di un investimento
di 300 milioni di dollari di Chayton Capital in Zambia e Botswana. In altre operazioni, come
quelle compiute in Africa dall’hedge fund britannico Silver Street Capital, il ruolo della
MIGA è stato cruciale.
Fonte:
Unimondo.org
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