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E
se pregare facesse bene alla salute? Gli interrogativi sull'influenza
delle azioni divine nel destino e nel benessere degli uomini si perdono
nella notte dei tempi e, quando la scienza prova ad avvicinarsi alla
questione affrontandola con i tradizionali metodi di ricerca, le cose di
complicano.
Eppure gli scienziati non si arrendono e continuano a studiare, e con loro
anche importanti istituzioni come il National Institutes of Health (Nih),
il più importante organismo di ricerca pubblico del mondo, gestito dal
governo federale americano. Proprio l'Nih negli ultimi anni ha promosso
numerosi studi sulla relazione che interrompe tra la medicina, la
preghiera e la spiritualità ed ha sostenuto, e finanziato, la creazione
di un centro totalmente dedicato a queste ricerche: il Nccam (National
Center for Complementary and Alternative Medicine, che dal 1998 studia i
meccanismi che intercorrono tra la mente e il corpo e le reazioni,
fisiologiche e psicologiche, che vengono attivate grazie a pratiche
spirituali come la preghiera ma anche la meditazione, lo yoga, il tai chi
e altre.
L'interesse verso questi temi è aumentato negli ultimi anni soprattutto
negli Stati Uniti, sulla spinta della New Age e di un numero sempre più
elevato di persone che si definiscono credenti e che affidano alla loro
fede grandi aspettative, certamente maggiori di quelle che ripongono sui
medici. Per quanto riguarda l'opinione pubblica americana, i sondaggi
stupiscono ma parlano chiaro. Il 79 per cento della popolazione
statunitense è convinta che la fede può aiutare le persone a guarire da
una malattia, il 63 per cento pensa che i medici dovrebbero parlare di
questi aspetti con i pazienti, mentre il 48 per cento delle persone che
sono state ricoverate in ospedale, ammette persino che avrebbe apprezzato,
in quella circostanza, che il medico avesse pregato assieme a loro.
Queste convinzioni convivono con una medicina ipertecnologica e sono molto
diffuse non solo tra i cittadini che hanno una fede ma tra gli stessi
medici. Una ricerca condotta negli Stati Uniti dall'American Academy of
Family Phsicians, una delle principali società scientifiche dei medici di
medicina generale, ha messo in luce che il 99 per cento dei medici di
famiglia pensa che il credere in un Dio possa avere un effetto benefico
sulla guarigione e il 75 per cento ritiene utile la preghiera, non solo se
la richiesta di aiuto alla divinità viene espressa dal malato ma anche
per intercessione, ovvero da parte dei familiari del paziente, dagli amici
o da gruppi di preghiera. Un'ulteriore testimonianza dell'interesse
crescente attorno al tema del rapporto tra religione e medicina si
riscontra nel numero sempre maggiore di università americane (ormai più
di trenta, compresa la prestigiosa Harvard Medical School), che negli
ultimi dieci anni hanno introdotto nei programmi di laurea delle facoltà
di medicina anche corsi di "Religione, spiritualità e salute".
La questione non va considerata come una semplice moda passeggera legata
allo spirito del tempo, ma va affrontata da due diversi punti di vista,
quello strettamente scientifico e quello etico.
Un recente studio, pubblicato lo scorso luglio dalla rivista "Lancet"
si è occupato dell'impatto delle terapie noetiche, cioè che non
prevedono il ricorso a farmaci, alla chirurgia o ad altri interventi
tangibili, sul percorso di guarigione di pazienti con gravi problemi
cardiaci, come l'infarto. Una delle terapie analizzate è stata proprio la
preghiera nell'ambito di un'analisi condotta su 748 pazienti ricoverati in
unità coronarica. Tutti avevano firmato un consenso informato in cui si
spiegava che un gruppo di malati, pari circa alla metà, avrebbe ricevuto
oltre alle cure mediche, anche delle preghiere; i nominativi di alcuni di
loro sarebbero infatti stati consegnati a gruppi di fedeli di varie
religioni, cristiani, ebrei, buddisti e musulmani, che avrebbero pregato
per la loro guarigione. Per assicurare l'obiettività dei risultati, i
pazienti non sapevano a quale gruppo erano stati assegnati e quindi
nessuno poteva immaginare se, al di fuori dell'ospedale, qualcuno pregava
per il bene della sua salute, oppure se la sua sorte era affidata
esclusivamente alle terapie mediche. Le valutazioni al termine della
ricerca hanno mostrato che il gruppo di pazienti che ha ricevuto le
preghiere non ha avuto un miglioramento immediato delle condizioni
cliniche rispetto agli altri, ma si è tuttavia osservata una riduzione
del 36 per cento delle complicanze e una minore mortalità a sei mesi
dall'attacco di cuore.
Risultati sorprendenti e controversi, accolti con grande prudenza dalla
comunità dei ricercatori, poco propensi a considerare come attendibili
dei dati che si prestano a facili interpretazioni e, soprattutto, i cui
meccanismi restano sconosciuti alla scienza.
Altre ricerche volte a scoprire un'eventuale relazione tra la fede, la
preghiera ed i processi di guarigione hanno fatto discutere e molte di
queste, condotte con metodi inattaccabili dal punto di vista delle
procedure e della rigorosità, sono state pubblicate da riviste mediche
autorevoli. L'attenzione si è concentrata soprattutto sui pazienti
oncologici oppure quelli con problemi cardiaci e ricoverati in unità
coronariche. Un gruppo di ricercatori della Duke University nel Nord
Carolina, per esempio, ha sostenuto il legame tra la pratica religiosa e
la pressione sanguigna, dimostrando che chi segue le funzioni religiose,
frequenta regolarmente la chiesa e legge la Bibbia con assiduità mantiene
la pressione bassa anche nella terza età, quando i rischi di innalzamento
dei valori sono molto frequenti, diminuendo di conseguenza il pericolo di
infarto o di altri problemi cardiovascolari.
Gli effetti positivi dell'andare a messa sono stati osservati anche nel
percorso riabilitativo delle persone operate all'anca e c'è che si è
spinto ad individuare dei vantaggi anche sull'aspettativa di vita . Due
diversi studi, condotti su un vasto campione di persone, avrebbero infatti
messo in evidenza una minore mortalità fra le persone che vanno a messa:
un dato riscontrabile tuttavia solo tra le donne. Certo, di fronte a
risultati così poco scientifici, i dubbi si moltiplicano eppure non
bastano ad archiviare la questione. Per ognuno degli studi esaminati, la
scienza non riesce ad attribuire una spiegazione univoca e a dare
certezze, l'interpretazione si orienta in base a chi analizza, se è laico
o credente.
Nel primo caso si pensa che la preghiera, come anche la musica o la
pranoterapia possano indurre dei meccanismi fisiologici, come la
vasodilatazione o il rilassamento, che contribuiscono al generale
miglioramento delle condizioni di salute dei pazienti. Oppure c'è chi
sostiene che la preghiera potrebbe avere un effetto placebo, e indurre
benefici sulla salute di chi prega, dal momento che la sua azione porterà
a dei risultati positivi.
Per chi crede in un Dio, invece, è tutto più semplice e il merito va
attribuito all'appello rivolto alla divinità e alla sua risposta positiva
nel momento del bisogno.
Complessivamente comunque, il 57 per cento degli studi condotti su questo
tema dimostra che la preghiera, di qualunque religione si tratti, esercita
un ruolo positivo nel percorso verso la guarigione.
Tutti questi elementi, riscontrabili empiricamente, ma non spiegabili
scientificamente, conducono i medici a porsi degli interrogativi di tipo
clinico: se infatti è dimostrato, o per lo meno ampiamente riconosciuto,
che la preghiera può servire a migliorare le condizioni di salute di un
ammalato, allora il medico avrebbe il dovere di includere nelle sue
indicazioni al paziente oltre alla terapia anche il suggerimento di
determinati comportamenti? In altre parole, se i medici hanno il dovere di
suggerire ai pazienti che cosa mangiare, che sport fare, quali
comportamenti adottare, o evitare, per mantenersi in buona salute o per
guarire, perchè non dovrebbero prescrivere, ai credenti, anche una
discreta dose di preghiere?
Proviamo a fare un altro esempio: i dati della letteratura scientifica
dimostrano che chi si sposa, o chi conduce una vita di coppia stabile,
vive più a lungo rispetto a chi sceglie una vita da single.
Si potrebbe allora immaginare che il medico di famiglia suggerisca al suo
paziente arrivato in età da matrimonio, di mettere su famiglia per il
bene della sua salute e della sua vecchiaia? Dovrebbe forse indirizzarlo
ad un sito di incontri su Internet? Mi pare difficile, di più,
impossibile.
Sono questioni che riguardano la sfera personale di ognuno, come anche la
religione, in cui il medico non ha alcun diritto di intromettersi.
Esistono però delle circostanze che valgono come eccezioni.
Personalmente, reputo che se un medico ed un paziente, entrambi credenti,
si trovano a confrontarsi sul tema della fede, non ci sia nulla di
sbagliato dell'incoraggiare lui e la famiglia ad affidarsi alla preghiera,
anche come fonte di sollievo e conforto morale nel momento di difficoltà.
Io ammetto di farlo e di averlo fatto, soprattutto quando vedo i limiti
delle possibilità messe a disposizione dalla medicina e quando sono
consapevole che è stato fatto tutto il possibile per curare un paziente.
Ma parto dal presupposto che questo tipo di dialogo può avvenire solo se
entrambi, medico e paziente, condividono la stessa convinzione
sull'esistenza di Dio. Non mi pare che in questo senso ci possa essere
alcuna controindicazione, anzi sono convinto che in alcuni casi un dialogo
sulla fede può rappresentare un elemento che avvicina il paziente al suo
medico, accresce la fiducia, diminuisce il senso di solitudine.
Un feeling positivo tra medico e paziente dovrebbe comunque stabilirsi
sempre, fede o non fede, sulla base del rispetto della dignità di chi
soffre.
Non si tratta dunque di dire sì o no alla preghiera o di sostituire gli
antibiotici con un brano della Bibbia o del Corano; le terapie noetiche
tuttavia non vanno eliminate dal percorso terapeutico ma piuttosto
affiancate alla medicina tradizionale, che invece spesso tende a
rifiutarle mostrando un senso di superiorità che forse invece è solo
arroganza.
La preghiera è a mio avviso un elemento di conforto che, da un punto di
vista clinico, aiuta il malato almeno quanto ascoltare una musica a cui si
è particolarmente affezionati; entrambe possono avere un'influenza
positiva sul cervello, i cui meccanismi ci sono ancora in gran parte
sconosciuti, e scatenare delle reazioni che aiutano nel metodo di cura e
nel percorso verso la guarigione. |
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CERCHIAMO
UN'ENERGIA FUORI DI NOIC
Colloquio con Gioacchino Pagliaro Emilia CIcerone |
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Superare i confini
dell'individualità, e del
dolore della malattia che ci affligge, può aiutare a stare meglio:
si spiegherebbe così l'efficacia terapeutica di preghiera
meditazione secondo la visione in una nuova corrente della
psicologia clinica. Ne abbiamo parlato con Gioacchino Pagliaro,
direttore dell'Unità operativa do Psicologia clinica ospedaliera
dell'Ausl di Bologna, l'unica azienda sanitaria in Italia a offrire
ai dipendenti corsi di meditazione e pratiche psico-corporee per la
gestione dello stress, che a maggio organizza un convegno su
"Emozioni, malattia e benessere": ospite d'onore Herbert
Benson dell'Università di Harvard, pioniere con il suo Mind Boby
Institute degli studi scientifici sull'effetto della meditazione.
Dottor Pagliaro, cosa vuol dire "superare
i confini dell'individualità"?
"Tutti sentiamo l'esigenza di
entrare in contatto con un'energia esterna, con qualcosa che è al
di fuori di noi. Ho visto persone di ogni età e formazione che sono
riuscite a integrare la meditazione all'interno della loro realtà,
traendone beneficio".
Meditazione e preghiera sono però due
cose diverse
Hanno in comune lo sforzo per superare i confini del nostro io.
Certo, la meditazione può anche essere laica. Oppure legata ad
un'esperienza di fede, come l'invocazione di un Buddha e la recita
del rosario, un meccanismo di ripetizione di formule che
contribuisce a generare benessere.
Una strada diversa da quella praticata
dalla psicologia occidentale.
La nostra psicoterapia nasce per rafforzare e guarire l'io. Ma da
decenni molte scuole, come quella transpersonale, utilizzano
tecniche nate dalla tradizione orientale. Che ci spinge a un senso
di totalità che va oltre i nostri confini corporei.
Mantra e preghiere sostituiranno i farmaci?
I tibetani ci sgridano perchè tendiamo a usare la meditazione in
senso riduttivo, come fosse una pillola antistress, anche se spesso
il nostro stile di vita rende difficile fare di più. Però queste
tecniche sono uno strumento accessibile ed economico: non an'alternativa
ai farmaci, ma un alleato potente
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E'
COME FARE DEL SESSOC
Colloquio con Piergiorgio Strata di
Paola Emilia Cicerone |
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"Noi umani
non siamo altro che sofisticati, complessi aggregati di molecole. E
il futuro della neurobiologia sta proprio nello sforzo di capire da
quali interazioni nascano eventi cerebrali complessi
come il piacere o il dolore": parola di Piergiorgio Strata,
ordinario di Neurofisiologia all'Università di Torino. Gli abbiamo
chiesto di spiegarci perchè, dal suo punto di vista, pregare fa
bene alla salute.
Professor Strata, come spiega la fede che
guarisce?
"Più che fede, parlerei di benessere generato dal far parte di
una comunità religiosa, e da alcune pratiche meditative che hanno
precisi effetti fisiologici antistress: rallentamento delle
attività cerebrali, del metabolismo, del battito cardiaco. E'
ragionevole pensare che una preghiera abbia effetti analoghi, aiuti
a mettere l'organismo in uno stato di riposo.
E' solo un modo per superare lo stress?
E' solo un modo per superare lo stress.
Lo stress è un meccanismo di difesa, attiva una serie di
automatismi fisiologici, mediati dai cosiddetti ormoni dello stress
come il cortisolo, che ci consentono di far fronte a un'emergenza.
In noi umani, più complessi degli altri mammiferi, spesso lo stress
non nasce da reali emergenze biologiche, ma da fattori psicologici o
sociali. Come la povertà, l'incertezza del futuro, l'incapacità di
dare un senso alla nostra vita".
Ancora non è chiaro come mai la preghiera
può essere d'aiuto.
Credere, ma anche far parte di una comunità religiosa, aiuta a
rispondere a quel bisogno di significato che emerge dalla
complessità della nostra corteccia cerebrale. Spesso a generare
stress è l'isolamento, la sensazione di non avere qualcuno cui
chiedere aiuto. E tutto questo può venire proprio dall'appartenenza
a una comunità religiosa".
Con quali effetti sulla biochimica del cervello?
Dare un senso alla nostra esistenza agisce sui centri del piacere,
ossia sul sistema limbico del nostro cervello. Con un meccanismo
più sofisticato, ma in sostanza non molto diverso da quello che
genera il piacere per il cibo o il sesso.
Per il nostro cervello pregare equivale a fare
sesso?
E' molto probabile che nel nostro cervello ci sia un unico centro
del piacere, situato nel sistema libico, e attivato da tutti gli
stimoli che consideriamo piacevoli: il piacere fisico, ma anche la
sensazione di soddisfazione che può essere legata alla preghiera.
Anche se credo che l'efficacia di preghiera o meditazione nasca
soprattutto dal fatto che riduce lo stress.
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