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Caro
reverendo, mi perdoni perché ho peccato. Questa notte mi sono svegliato con una parola che mi
picchiava in testa come un martello: Compra! Compra! Compra! Sono corso nel centro commerciale
più vicino e ho speso 55 dollari in cose di cui non avevo bisogno: il diavolo ha vinto".
Nell'intimità di un confessionale online si rivelano i peccati più turpi. Chissà se, grazie
al suo mea-culpa sul sito
il povero "peccaminosamente vostro, Michael" verrà salvato nell'ora buia della
Shopocalypse.
Il nuovo Giorno del giudizio, profetizza dal suo pulpito informatico il reverendo Billy
della Stop Shopping Church di New York, sarà infatti quello dell'apocalisse del consumo:
quando l'attuale ritmo di sviluppo e di logoramento delle risorse ambientali porterà il mondo
al collasso. Ma non è soltanto una chiesa semiseria e radicalmente anti-consumista a
sostenere che il mondo viaggia rapido verso il capolinea dell'autoconsunzione. Né i
"peccatori" sono solo i 26 milioni di americani affetti, come Michael, da sindrome
da shopping compulsivo.
Il calcolo della "impronta ecologica" - indice statistico che misura l'impatto umano
sull'ambiente, mettendo in relazione il consumo di risorse con la capacità della Terra di
rigenerarle - segnala che, con le nostre automobili, le nostre corse al supermercato, i nostri
carrelli della spesa troppo pieni, ci siamo infilati in un vicolo cieco. L'area di terra
necessaria per rigenerare ciò che consumiamo e per assorbire i nostri rifiuti è oggi, in
media, di
1.9 ettari
a persona. Per sostenerci tutti, serve già un pianeta e mezzo. Che accadrebbe se sui
nastri dei supermarket di Pechino passasse la stessa quantità di merce venduta in un Wal-Mart
di New York? E se un miliardo e mezzo di cinesi lasciasse al proprio passaggio gli stessi
9.57 ettari
di impronta di un americano? Fra trent'anni, procedendo a questo tasso di crescita, non
basteranno 15 pianeti per saziare la nostra bulimia da consumo.
Gli analisti della post-autistic
economy, nata sulle ceneri delle ormai sorpassate teorie economiche liberiste,
non hanno dubbi: l'accelerazione dei consumi per produrre beni non necessari ha distorto,
nel ventennio passato, l'intero sistema economico. E l'uso spregiudicato delle materie
prime ha provocato gravi danni ambientali e allargato il divario tra Occidente
industrializzato e Paesi in via di sviluppo.
In discussione, quindi, è l'intero ingranaggio capitalista che quotidianamente ci macina:
ardere di desiderio per prodotti di cui non abbiamo bisogno, lasciarci ipnotizzare dalle esche
del marketing sugli scaffali del supermercato, metterci in fila alle casse pronti a strisciare
la carta di credito, produrre altri rifiuti che non possiamo smaltire.
Chi è senza peccato scagli la prima pietra.
Qualcuno, come il reverendo Billy, ha scelto di passare all'azione. Arrivato a Manhattan dalla
California nel 1990, Billy Talen, attore e ambientalista, non si è fatto incantare dalle
mille luci di New York: "Time Square era un luna park del consumo, un avamposto delle
multinazionali", racconta, "ho sentito di dover fare qualcosa".
La vocazione lo ha portato a cotonarsi i capelli, a indossare un clergyman e colpire al cuore,
tuonando dai suoi pulpiti improvvisati "Starbucks is the devil!", riferito alla
diabolica multinazionale del frappuccino. Oggi Billy - alle cui avventure è dedicato il
documentario What would Jesus buy?, prodotto da Morgan Spurlock, continua a predicare, ma,
dopo quasi vent'anni e un buon numero di arresti, ha riunito intorno a sé i fedeli della Stop
Shopping Church. "Il consumismo sta avendo la meglio sugli esseri umani", spiega il
reverendo, "le corporation vogliono che le esperienze della nostra vita passino
esclusivamente attraverso i loro prodotti.
Noi,
invece, vogliamo ritornare a una dimensione autentica. Ricordare ai bambini che l'amore è il
regalo più economico". Per farlo, oltre a esorcizzare i demoni tra gli scaffali del
Wal-Mart o a mettere in croce Mickey Mouse, i seguaci di Billy difendono i negozi indipendenti
dall'imperare del franchising, si schierano al fianco dei piccoli produttori in lotta contro i
supermall e oppongono resistenza al progressivo incedere della gentrification.
Per qualcuno, però, non basta ancora: i Compacters,
attivisti nati negli Usa, hanno fatto una scelta più radicale. Se il consumismo sta
distruggendo il mondo, l'unica salvezza è smettere di comprare: loro hanno cominciato con
l'idea che, dilatando nel tempo il Buy Nothing Day ideato nel 1992 dal pubblicitario Ted Dave
e lanciato attraverso il magazine canadese Adbusters, potevano disintossicarsi dallo shopping.
Due le regole fondamentali: non acquistare niente (eccetto medicine, generi alimentari di
prima necessità e prodotti per l'igiene personale) e, invece, prendere in prestito, barattare
o, a mali estremi, comprare usato. Contando sullo spirito rivoluzionario che sperano di aver
ereditato dai padri pellegrini del Mayflower Compact (primo patto politico-religioso
sottoscritto nella colonia di Plymouth nel 1620), i Compacters attutiscono l'impatto
ambientale e socioeconomico del loro passaggio sulla Terra chiamandosi fuori dalla corsa al
consumo: "Riciclare non è abbastanza", dice John Perry, uno dei fondatori,
"noi miriamo al cuore del mercato, prima che il consumismo ci distrugga".
E, mentre centinaia di migliaia di persone continuano a mettersi in coda alla cassa, i
Compacters cercano di districarsi in dilemmi morali come "mi si è rotta la tendina della
doccia, posso comprarne una nuova?", in grado di mobilitare - attraverso il loro blog su
Yahoo - tutti gli ottomila membri della comunità. T
Tra
le mura del suo appartamento di Manhattan, anche Colin Beavan, scrittore quarantatreenne
meglio noto come No
Impact Man, viaggia sulla stessa rotta: dalla fine del 2006 vive, con la
moglie, la figlia e il cane Frankie, cercando di azzerare il proprio impatto ambientale.
Niente carne, niente spazzatura, niente emissioni di diossido di carbonio. Abolite anche
plastica, tv e carta igienica. Via libera, invece, al monopattino e al cibo bio. Per i
"forzati della toilet paper" ci sono però soluzioni meno drastiche.
"L'obiettivo,
oggi", spiega l'economista Alberto Castagnola, tra i fondatori, a Roma, della Città
dell'Altra Economia, primo spazio europeo dedicato al commercio a basso impatto
e all'equa distribuzione dei profitti, "è il consumo critico: valutare ogni oggetto che
si acquista, domandandoci se, per produrlo o smaltirlo, si arrecano danni all'ambiente, alla
salute umana o ai contesti sociali di altri Paesi". Per uno shopping consapevole sono
nati, su Internet, database come Alonovo
, che integrano le informazioni sul livello di sostenibilità delle multinazionali. Comprando
online attraverso Alonovo si può valutare, oltre a prezzo e qualità della merce, anche
l'impatto ambientale di chi la produce. Sempre in rete, spuntano esperimenti di imprenditoria
alternativa come le Blackspot Sneakers, scarpe vegane ed ecosostenibili. Prodotte da una
piccola fabbrica portoghese, le scarpe - in fibra organica trattata senza l'impiego di
prodotti chimici - sono il primo passo di una più vasta Blackspot campaign. Missione, creare
una cooperativa mondiale di consumatori in grado di riequilibrare, attraverso l'uso condiviso
di un marchio open-source, lo strapotere delle multinazionali.
Le 25mila paia di sneakers vendute fin qui non sono forse abbastanza per far tremare colossi
come Nike, ma, dove non arrivano le scarpe, possono spingersi le più incisive strategie dei
Culture Jammers. Scrittori, ambientalisti, economisti, pubblicitari anarchici: i Jammers sono
la nemesi delle corporation, i Robin Hood che osano sfidarle sul loro stesso terreno.
Stravolgendo in chiave paradossale le campagne dei grandi marchi, evidenziano le strutture di
potere socialmente ed ecologicamente negative annidate nella comunicazione delle corporation.
Dai
Re-Code, web-service gratuito che crea codici a barre da sovrapporre a quelli dei prodotti in
vendita per ristabilirne il "giusto" prezzo, fino al brand fantasma Yomango. Più
che un marchio, un'utopia, Yomango, "giovane, ribelle e spregiudicato" come una
qualsiasi marca di jeans, è un'etichetta che non prevede la produzione di alcuna merce: si
applica solo agli oggetti rubati.
Thanx
to Dweb
La
crociata dell'attore finto prete
"Guerra allo shopping diabolico"
Bill Talen, 52 anni,
noto come reverendo Billy, combatte da anni contro le grandi corporation Usa a colpi di teatro
e fede. Nel
'
97 ha
fondato
la Church
of Stop Shopping, sorta di congrega artistico-religiosa. Lo aiuta un coro di 25 persone.
di ALESSANDRA RETICO
NEW
YORK - I peccatori hanno nomi che milioni
di persone al mondo conoscono: da Starbucks, il gigante del caffellatte e derivati made in Usa
alle varie monarchie assolute alla McDonald's, Pizza Hut, Disney, Wal-Mart, Nike. Ci siamo
capiti: le grandi corporation e i brand a stelle e strisce. Ma la sua non è una battaglia
politica culturale alla Naomi Klein, no global e no logo insomma.
Quella di Reverendo Billy, nome col quale anche la polizia ormai lo conosce, è una vera e
propria crociata portata avanti a colpi di Alleluja e Amen che scaglia come esorcismi e
anatemi contro le catene ingoia soldi e sfascia quartieri della modernità. Ma soprattutto di
questo sono rei i marchi: che non solo hanno cancellato il particolare e il casalingo
geografico, ma anche quello del cuore e della spiritualità individuale. E allora ci vuole un
magistero, una scuola, un rito e anzi una Chiesa che ci ricordi che "il prodotto ha più
bisogno di te di quanto tu non abbia bisogno di lui".
Solo con questo slogan, tra i suoi preferiti, si può capire perché un 52enne cresciuto nel
Minnesota con un educazione calvinista, svezzato a San Francisco dove ha fondato un teatro
d'avanguardia dal titolo "Vita e Acqua" e poi dal '94 definitivamente newyorkese
residente ora a Hell's Kitchen, si sia reinventato non solo il nome (all'anagrafe il reverendo
è registrato come Bill Talen), ma anche una congrega artistico spirituale che è la 'Church
of Stop Shopping', la 'Chiesa per la fine dello shopping'.
Niente di religioso in senso canonico, ma un movimento - ridefinito di guerrilla theater - che
con un sincretismo piuttosto innovativo raggruma umori e 'fedi' disparate: le performance di
strada teatrali e i flasmob (le riunioni di gruppo improvvise e spesso non sense), la new age
e la disobbedienza civile, il liberalismo economico della sinistra e il conservatorismo
regionale della destra.
In quattro folte pagine l'ultimo New York
Times Magazine racconta Talen: capelli bianchi e clergymen in tono, colletto bianco da
prete "che trovi a 5 dollari" e ti fa monaco "anche se fede non hai, ma se
pensi di averla ti viene", il reverendo Billy dal '97 porta avanti una guerra dissacrante
nel ruolo messianico-artistico del redentore di tutti noi schiavi del mito dello shopping
organizzando incursioni a sorpresa nelle grandi catene americane (e non solo). Accanto a lui,
un 'coro' gospel di 25 fedelissimi vestiti con tonache giallo oro e blu, tra cui sua moglie
Savitri Durkee, anche lei un'artista, un paio di ex impiegati di Starbucks, alcuni militanti
no global e altri ancora religiosi sul serio.
Il loro attacco redentivo: entrano nell'inferno commerciale preso come obiettivo facendo finta
di non conoscersi e quando sentono che è il momento si raggruppano in un punto alzando in
cielo un canto in cui recitano le liriche di Talen. Una, proprio giorni fa in uno Starbucks a
Los Angeles: "Questo è un posto abusivo. E' atterrato nel quartiere come un alieno
venuto dalla spazio con la sua falsa aria bohemien e il latte fresco geneticamente modificato.
Ma la buona novella è che non non abbiamo bisogno di tutto ciò". E allora compare lui,
l'angelo antishopping, che tra un Alleluja e un Amen recita il suo sermone alle casse per
liberarle dal maligno dio dello shopping, un appuntamento talmente fisso da costringere la
catena del caffè Usa a sfornare un 'memoo ufficiale per i suoi impiegati dal titolo "Che
fare se Reverendo Billy compare alle casse", che Talen ha reputato così autopromozionale
da appropriarsene per un suo libro.
Quello che succede è che il prete attore viene più volte fermato dalla polizia ma
ultimamente, avendolo promesso alla moglie, scappa prima di essere arrestato. Su du lui pende
un veto: stare alla larga (almeno
230 metri
) dai 1481 Starbucks della California. Ma ce ne vuole per fermare i "retail interventions",
come Tale chiama i suoi attacchi-interventi antishopping. Se non crecefigge Mickey Mouse come
ha già fatto di fronte a un negozio della Disney, Reverendo Billy si organizza su Internet
(www.revbilly.com) o nella chiesa newyorchese di Saint Marks in the Bowery nell'East Village
dove usa tenere celebri e affollate prediche che si fondano sui concetti biblici del
postconsumismo che "comprare non è poi così interessante come non farlo".
Prossimo appuntamento il 29 agosto, alla vigilia della convention repubblicana a New York (30
agosto- 2 settembre). Nell'agenda di Talen il matrimonio o la replica del matrimonio per
chiunque voglia sposarsi a Central Park recitando tra le promesse nuziali il Primo Emendemento
(l'articolo della Costituzione che tutela la libertà di espressione) e una protesta a favore
dei piccoli negozianti, costretti a chiudere per motivi di sicurezza intorno al Madison Square
Garden, sede della convention.
Oltre Talen ci saranno 70 suoi imitatori (comprare un collare bianco è facile ed economico)
che predicheranno la disobbedienza commerciale: "Agire locale, pensare globale" ama
dire Talen che ai nuovi o potenziali adepti della Chiesa antishopping promette, un po' ironico
e un po' no, 'carte di credito esorciste' che scaccino la tentazione a spendere perché
astenersi è salvarsi "dal mare in cui stiamo affondando, quello dei non-dettagli".
Forse il diavolo, che un tempo sembrava si nascondesse proprio lì, dove dettagli c'erano, ha
cambiato gusti.
(23 agosto 2004)
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