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Il
fatto è che io andavo male a scuola e da questo lei non si è mai più ripresa. Oggi che la
sua coscienza di donna molto anziana abbandona i lidi del presente per rifluire piano verso i
lontani arcipelaghi della memoria, i primi scogli che affiorano le rammentano l’ansia che la
tormentò per tutta la mia carriera scolastica.
Mi rivolge uno sguardo preoccupato e, lentamente: “Che cosa fai nella vita?”. Il mio
avvenire le parve da subito talmente compromesso che non è mai stata davvero sicura del mio
presente. Poiché non ero destinato a un avvenire, non le parevo equipaggiato per durare. Ero
il suo figlio precario. Eppure sapeva che ce l’avevo fatta da quando nel settembre del 1969
ero entrato nella mia prima classe in qualità di professore. Ma nei decenni che seguirono
(cioè per tutta la durata della mia vita adulta), la sua ansia resistette segretamente a
tutte le “dimostrazioni di successo” che le portavano le mie telefonate, le mie lettere,
le mie visite, la pubblicazione dei miei libri, gli articoli di giornale o le mie apparizioni
nei programmi culturali della tivù.
Né la stabilità della mia vita professionale né il riconoscimento del mio lavoro
letterario, nulla di ciò che sentiva dire su di me da terzi o che poteva leggere sui giornali
era in grado di rassicurarla del tutto. Certo, si rallegrava con gli amici, conveniva che mio
padre, morto prima di conoscerli, ne sarebbe stato felice, ma nel segreto del suo cuore
sopravviveva l’ansia suscitata dal cattivo studente degli inizi. Così si esprimeva il suo
amore di madre; quando la stuzzicavo sulle delizie dell’ansia materna, lei rispondeva a tono
con una battuta degna di Woody Allen: “Che vuoi farci, non tutte le ebree sono madri, ma
tutte le madri sono ebree”.
E oggi che la mia vecchia madre ebrea non è più nel presente, c’è di nuovo quell’ansia
nei suoi occhi quando si posano sul suo ultimo nato di sessant’anni. Un’ansia che sembra
aver perduto intensità, un’angoscia fossile, ormai solo una vecchia abitudine, ma
abbastanza viva perché la mamma mi chieda, posando una mano sulla mia al momento di
salutarci: “Ce l’hai una casa, a Perigi?”.
Insomma,
andavo male a scuola. Ogni sera della mia infanzia tornavo a casa perseguitato dalla scuola. I
miei voti sul diario dicevano la riprovazione dei miei maestri. Quando non ero l’ultimo
della classe, ero il penultimo. (Evviva!) Refrattario dapprima all’aritmetica, poi alla
matematica, profondamente disortografico, poco incline alla memorizzazione delle date e alla
memorizzazione delle date e alla localizzazione dei luoghi geografici, inadatto
all’apprendimento delle lingue straniere, ritenuto pigro (lezioni non studiate, compiti non
fatti), portavo a casa risultati pessimi che non erano riscattati né dalla musica, né dallo
sport né peraltro da alcuna attività parascolastica. “Capisci? Capisci o no quello che ti
spiego?” Non capivo. Questa inattitudine a capire aveva radici così lontane che la famiglia
aveva immaginato una leggenda per datarne le origini: il mio apprendimento dell’alfabeto. Ho
sempre sentito dire che mi ci era voluto un anno intero per imparare la lettera a. La lettera
a, in un anno. Il deserto della mia ignoranza cominciava al di là dell’invalicabile b.
”Niente panico, tra ventisei anni padroneggerà perfettamente l’alfabeto”.
Così
ironizzava mio padre per esorcizzate i suoi stessi timori. Molti anni dopo, mentre ripetevo
l’ultimo anno delle superiori inseguendo un diploma di maturità che si ostinava a
sfuggirmi, farà questa battuta: “Non preoccuparti, anche per la maturità alla fine si
acquisiscono degli automatismi…”.
O, nel settembre del 1968, quando ho avuto finalmente in tasca la mia laurea in lettere: “Ti
ci è voluta una rivoluzione per la laurea, dobbiamo temere una guerra mondiale per il
dottorato?”.
Detto senza alcuna particolare malignità. Era la nostra forma di complicità. Mio padre e io
abbiamo optato molto presto per il sorriso.
Ma
torniamo ai miei inizi. Ultimogenito di quattro fratelli, ero un caso a parte. I miei genitori
non avevano avuto occasione di fare pratica con i miei fratelli maggiori, la cui carriera
scolastica, seppur non eccezionalmente brillante, si era svolta senza intoppi.
Ero oggetto di stupore, e di stupore costante poiché gli anni passavano senza apportare il
benché minimo miglioramento nel mio stato di ebetudine scolastica. “Mi cadono le
braccia”, “Non posso capacitarmi” sono per me esclamazioni familiari, associate a
sguardi adulti in cui colgo un abisso di incredulità scavato dalla mia incapacità di
assimilare alcunché.
A quanto pareva, tutti capivano più in fretta di me. “Ma sei proprio duro di
comprendonio!”. Un pomeriggio dell’anno della maturità (uno degli anni della maturità),
mentre mio padre mi spiegava trigonometria nella stanza che fungeva da biblioteca, il nostro
cane venne quatto quatto a mettersi sul letto dietro di noi.
Appena individuato, fu seccamente mandato via: “Fila di là, cane, sulla tua poltrona!”.
Cinque minuti dopo, il cane era di nuovo sul letto. Ma si era preso la briga di andare a
recuperare la vecchia coperta che proteggeva la sua poltrona e vi si era steso sopra.
Ammirazione generale, ovviamente, e giustificata: tanto di cappello a un animale in grado di
associare un divieto all’idea astratta di pulizia e trarne la conclusione che occorresse
farsi la cuccia per godere della compagnia dei padroni, con un vero e proprio ragionamento! Fu
un argomento di conversazione che in famiglia durò per anni. Personalmente, ne trassi
l’insegnamento che anche il cane di casa afferrava più in fretta di me.
Credo di avergli bisbigliato all’orecchio: “Domani ci vai tu a scuola, leccaculo!”.
Due signori di una certa età passeggiano sulla riva del Loup, il fiume della loro infanzia.
Due fratelli. Mio fratello Bernard e io. Mezzo secolo prima, si tuffavano in quella
trasparenza. Nuotavano fra i cavedani per nulla spaventati dalla loro cagnara. La familiarità
dei pesci faceva pensare che quella felicità sarebbe durata per sempre. Il fiume scorreva tra
le pareti di roccia. Quando i due fratelli lo seguivano fino al mare, ora trascinati dalla
corrente, ora arrancando sui sassi, capitava che si perdessero di vista. Per ritrovarsi,
avevano imparato a fischiare con le dita. Lunghe stridulazioni che si ripercuotevano contro le
rocce.
Oggi l’acqua si è abbassata, i pesci sono scomparsi, una schiuma viscida e stagnante
proclama la vittoria del detersivo sulla natura. Della nostra infanzia resta solo il canto
delle cicale e il calore resinoso del sole. E poi sappiamo ancora fischiare con le dita; non
ci siamo mai persi d’orecchio.
Annuncio
a Bernard che ho in mente di scrivere un libro sulla scuola: non sulla scuola che cambia nella
società che cambia, come è cambiato questo fiume ma, nel cuore di questo incessante
rivolgimento, su ciò che per l’appunto non cambia mai, su una costante di cui non sento mai
parlare: la sofferenza condivisa del somaro, dei genitori e degli insegnanti, l’interazione
di questi patemi scolastici.
“Progetti
ambizioso… E Come lo affronterai?”
“Torchiando te, per esempio. Che ricordi hai delle mie difficoltà, diciamo…in
matematica?”
Mio fratello Bernard era l’unico membro della mia famiglia a potermi aiutare nei compiti
senza che io mi chiudessi come un riccio. Abbiamo diviso la stessa stanza finchè non sono
entrato in seconda media, quando mi hanno messo in collegio.
“In
matematica? Hai cominciato con l’aritmetica, sai! Un giorno ti ho chiesto cosa fare di una
frazione che avevi davanti agli occhi. Mi hai risposto meccanicamente: “Bisogna trovare il
comune denominatore”. C’era una sola frazione, quindi un solo denominatore, ma tu non
demordevi: “Bisogna trovare il comune denominatore! Siccome io insistevo: “Rifletti un
po’, Daniel, qui c’è una sola frazione, quindi un solo denominatore, tu ti sei
incavolato: “L’ha detto il maestro: nelle frazioni bisogna trovare il comune denominatore!”.
E i due signori sorridono, continuando la loro passeggiata. Tutto ciò è molto lontano. Uno
dei due è stato insegnante per venticinque anni: duemilacinquecento allievi, su per giù, di
cui un certo numero “gravemente carenti”, secondo l’espressione in uso. Ed entrambi sono
padri. “Il prof ha detto che…” è una frase che conoscono. Sì, la speranza riposta dal
somaro in quella litania.. Le parole del professore sono solo tronchi galleggianti cui lo
studente che va male si aggrappa in un fiume dove la corrente lo trascina verso le cascate.
Ripete quello che detto il prof. Non perché questo abbia senso, non perché la regola si
incarni, no, solo per trarsi momentaneamente d’impaccio, solo perché “mi lascino in
pace”. O mi vogliano bene. A qualunque prezzo.
”Un altro libro sulla scuola, insomma? Non credi che ce ne siano abbastanza?
“Non
sulla scuola! Tutti si occupano della scuola, eterna disputa degli antichi e dei moderni: i
suoi programmo, il suo ruolo sociale, le sue finalità, la scuola di ieri, quella di domani…
No, un libro sul somaro! Sulla sofferenza di non capire, e i suoi danni collaterali.”
“E’
stato così terribile?”
“Puoi
dirmi qualcos’altro sul somaro che ero? “Ti lamentavi di non avere memoria. Le lezioni che
ti facevo studiare la sera svanivano durante la notte. L’indomani mattina avevi dimenticato
tutto”.
Il fatto è che non registravo, come dicono i ragazzi di oggi. Non ero connesso e non
registravo.
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