"Quando l'oncologia incontra le
"altre" cure"
Il Friuli Venezia Giulia stanzia fondi per le terapie
"dolci".
In diverse ASL si propongono anche agopuntura, reiki, yoga o massaggi
per aiutare a controllare nausea, ansia e dolore.
tratto da "http://www.corriere.it" del
29 novembre 2007 a firma di Donatella Barus
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MILANO
– La comunità
scientifica internazionale ha ribadito la bocciatura
dell’omeopatia che, secondo The Lancet, una delle più autorevoli riviste del
settore, ha la stessa efficacia clinica di una pastiglia di zucchero, il famoso “placebo”,
il cui effetto si basa sulla convinzione che il paziente ha di stare facendo qualcosa di utile
per la propria salute. Il vaso di Pandora è stato aperto ancora una volta e i venti polemici
sulle terapie non convenzionali hanno ricominciato a soffiare su un dibattito che spesso
appare cristallizzato tra gli oppositori che “non ci credono” e i sostenitori “che ci
credono”.
Questa filosofia ha trovato orecchie attente in Vincenzo de Pangher
Manzini, responsabile dell’oncologia di Gorizia e Monfalcone: «reparti dove i tumori si
curano in modo del tutto tradizionale, cioè in quello che funziona», specifica l’oncologo,
e dove da alcuni anni si offre ai pazienti in chemioterapia la possibilità di sottoporsi a
sedute di reflessologia plantare, una tecnica che utilizza la pressione di zone dei piedi per
indurre una reazione in altre parti del corpo. I risultati, di cui de Pangher Manzini parlerà
sabato 1 dicembre al convegno «Medicina complementare: quale spazio nel paziente neoplastico?
La risposta nella medicina integrata» presso l’ospedale San Carlo di Milano, sono stati più
che positivi: «C’è stata una riduzione media del 60 per cento di dolore, vomito,
stanchezza, ansia, insonnia, facilità al pianto - racconta l’oncologo – nei pazienti
trattati con almeno dieci sedute settimanali da un’ora ciascuna. E’ un intervento
impegnativo e costoso in termini di tempo, certo, ma i risultati sono molto buoni e, con tutta
probabilità, non sono dovuti soltanto alla manipolazione, ma a qualcosa che evidentemente non
sempre noi medici riusciamo ad offrire». Chi si affida alle cure complementari cerca di colmare una mancanza
di empatia e di supporto, di rappezzare un’assistenza a volte discontinua, di rispondere ai
tanti dubbi (cosa devo mangiare? come posso stare meglio? devo proprio sentirmi così?) che
restano senza risposte. Lo ha sottolineato un recentissimo studio su pazienti britannici
colpiti da tumore della prostata e apparso sull’European
Journal of Cancer Care, ma lo racconta molto meglio Vincenzo de Pangher Manzini: «Credo
che la gente si sia sentita meglio anche perché quell’ora a settimana si riempiva di molte
cose, di relax, confidenze e sensazioni positive, creando un legame molto stretto tra paziente
e operatore, uno scambio che ha dato moltissimo ad entrambi. Sarebbe stato lo stesso con
un’ora di psicoterapia? Forse. E’ impossibile saperlo. E chissà se è così importante».
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