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Li
conoscono in molti, anche se non tutti sanno davvero di cosa si tratta. Sono gli Organismi
Geneticamente Modificati (OGM), esseri viventi ottenuti inserendo nelle cellule materiale
genetico ad esse estraneo, proveniente da piante, animali, batteri, virus, e perfino da esseri
umani. Questo tema così controverso ci riguarda tutti per fatto che la nostra dieta comprende
già alcune piante che potrebbero rientrare in questa categoria. La soia e il mais sono state
le prime colture sottoposte a modifiche genetiche e attualmente i brevetti depositati per
specie geneticamente modificate sono più di
2000. In
Europa è già stato dato il via a 37 di questi.
Illustri
uomini di scienza si sono già pronunciati sia in favore che contro questo tipo di intervento,
che nulla ha in comune con le tradizionali tecniche di selezione operate dagli agricoltori per
secoli. Adesso l’ultima parola spetta al consumatore, a chi va a fare la spesa, che può
decidere se vuole o non vuole trovarsi nel piatto questi alimenti.
Siamo perfettamente consapevoli del fatto che le biotecnologie sono una delle frontiere più
avanzate e promettenti della ricerca e della innovazione tecnologica.
Ma la ricerca deve sempre essere valutata in base al rapporto tra i costi e i benefici.
Dopo aver ascoltato le grida di chi, in televisione e sui giornali, ha cercato di convincerci
che gli ogm sono bravi, belli e buoni, addirittura meglio degli altri alimenti noi continuiamo
ad essere scettici, non solo sulle loro caratteristiche nutritive, ma anche sul modo in cui ci
vengono proposti.
In questo articolo vi spieghiamo perché.
NON SIAMO SICURI CHE SIANO INNOCUI
Ci riferiamo alle garanzie di
sicurezza alimentare che, ancora oggi e dopo vent’anni di modifiche genetiche, ancora non ci
sono.
Coloro che si oppongono alla diffusione di ogm sono stati spesso accusati di essere dei poveri
ignoranti, paurosi del futuro e del progresso scientifico.
Noi, al contrario esigiamo prove condotte con il rigore che la scienza deve essere in grado di
dare.
Quello che non sempre viene dichiarato è che non sono tutte rose e fiori: per esempio ci si
è accorti che un tipo di soia modificata contiene sostanze ritenute responsabili di diminuire
l’accrescimento.
Può
darsi che particolari come questi, per qualcuno siano semplici dettagli. Per noi non lo sono.
Si ha un bel dire che, essendo state consumate da migliaia di Statunitensi per oltre un
decennio, tutto sommato grossi guai non sono emersi, non ci si fa scrupolo ad affermare che
“non è ancora morto nessuno”. Questa non è scienza e comunque non è vero.
Sono passati molti anni da quando, nel 1988, negli USA 37 persone morirono dopo aver
consumato un integratore alimentare ottenuto da microrganismi modificati.
In
tempi più recenti si sono avuti casi di intossicazione (citati anche da quotidiani molto
noti): alcune persone, negli USA, sono finite al pronto soccorso per aver consumato un
alimento prodotto con un mais geneticamente modificato originariamente approvato solo per
consumo animale.
Sono stati registrati casi di shock anafilattico e numerosi problemi, fortunatamente meno
gravi, dovuti all'ingestione del mais StarLink finito per "errore" negli alimenti
destinati agli umani. Quel mais non avrebbe dovuto essere lì, invece c’era. Come è stato
possibile?
Molto banalmente, infine, notiamo che i casi di allergie e intolleranze alimentari sono in
aumento tra la popolazione. Un'indagine condotta da 15 Centri della Società Italiana di
gastroenterologia ed epatologia pediatrica su 17 mila studenti delle scuole medie inferiori ha
dimostrato la presenza di celiachia, cioè l'intolleranza al glutine, in un caso su 150.
Qualche anno fa la frequenza era di un caso su 1000/2000.
Dato
che stiamo consumando frumento da secoli come alimento di base e senza aver acquisito
intolleranza, sembra logico avanzare l’ipotesi che la causa sia da ricercare nel tipo di
frumento che si sta attualmente consumando. Gli ogm potrebbero aggravare questa situazione.
Il fatto è che non siamo in grado di ricondurre nessun malessere, temporaneo o duraturo,
acuto o cronico, al consumo di ogm, perché per anni non sono stati dichiarati in etichetta,
quindi non possiamo sapere se ci sono stati effetti sui parametri fisiologici e clinici; in
altri termini, come si fa a sapere se qualcuno dei malanni che periodicamente ci disturbano può
essere dovuto “anche” al consumo di ogm se per anni non sono stati riconoscibili?
Ci
piacerebbe chiedere agli Statunitensi, che da anni consumano prodotti a base di mais e
soia gm, se sono contenti di aver fatto inconsciamente da cavia per tutti questi anni;
crediamo di no, visto che alcune contee statunitensi (Mendocino, Stato della California, in
testa) hanno già cominciato la loro battaglia per dichiararsi liberi da ogm.
Ecco il punto: nonostante le insistenze di molti comitati scientifici indipendenti e delle
associazioni di consumatori, non è ancora successo che un gruppo di volontari, nutriti con
alimenti gm, sia stato sottoposto a un controllo costante negli anni, che permettesse di
capire se questi nuovi alimenti sono davvero sicuri come qualcuno dice.
Eppure di tempo ne è passato, se si fosse iniziato subito a quest’ora avremmo già le
risposte e le rassicurazioni che vogliamo. Non vogliamo pensare che sia stato per mancanza di
volontari, e vista la grande quantità di scienziati che sostengono i pregi di questi alimenti
riteniamo che potrebbero essere proprio loro a dare questa prova, sottoponendosi con coerenza
a un esperimento di nutrizione a base di ogm.
Non
sono mancati scienziati che hanno già lavorato in questo senso, uno studio condotto in modo
scientificamente attendibile è, per esempio, quello svolto dall’Università di Newcastle.
Ma, per quanto utile e interessante, l’esperimento ha impiegato un numero di volontari molto
ridotto (12) e, soprattutto, è durato poco tempo. E’ comunque servito a dimostrare che,
contrariamente a quanto si pensava, il DNA resta integro nell’intestino per alcuni minuti,
tempo potenzialmente sufficiente per interagire con la microflora intestinale.
NON E’ VERO CHE SONO STABILI
Oggi la scienza non dispone degli
strumenti per capire cosa accade esattamente con una manipolazione genetica, tanto meno per
prevedere i risultati a medio e lungo termine. Si è capito che nessun gene funziona
isolatamente, e poco si sa delle interazioni che possono
avvenire tra i geni e con l'ambiente.
Nella
relazione della Compagnia che detiene il brevetto del mais Bt11, recentemente accettato
dall’Unione Europea, viene dichiara la presenza di una singola copia del transgene inserito.
Invece le analisi condotte del Belgian Council for Biosafety hanno rivelato che questo inserto
nel tempo ha subìto una specie di assestamento, sono stati rilevati frammenti in posizioni
anormali e parti troncate.
Non si è neanche sicuri che sia presente solo una copia del transgene inserito
originariamente.
Sembrerebbe infatti che il materiale genetico inserito si sia duplicato da solo e di propria
iniziativa si sia inserito in parti diverse dei cromosomi.
Questo
è un caso tutt’altro che strano, esistono infatti alcune porzioni di materiale genetico,
note come trasposoni, in grado di autoduplicarsi e “saltare qua e là”. Si tenga presente
che l’inserimento di un gene estraneo (il transgene), avviene sempre in modo casuale, quindi
potrebbe benissimo essersi inserito in un trasposone.
Purtroppo questo significa che il suo destino è continuare a modificarsi da solo, in modo
casuale e, quel che è peggio, totalmente fuori controllo.
Un'altra scoperta preoccupante è che questo mais potrebbe già essere stato contaminato da un
altro mais transgenico (il Bt176), che nel 2001 è stato collegato alla morte di alcune vacche
da latte in Germania. Infatti ci si è accorti che per identificare il transgene di
questi due tipi di mais è possibile usare lo stesso reagente (il cosiddetto primer) che
“funziona” in entrambi i casi.
Riteniamo che questi esempi dovrebbero far riflettere.
NON E’ VERO CHE SONO PIU’ SICURI DEI PRODOTTI BIOLOGICI
Recentemente sui giornali e in
programmi televisivi alcuni noti scienziati, apertamente favorevoli agli ogm, hanno dichiarato
che i prodotti biologici, che non usano fungicidi, sono più contaminati da aflatossine
rispetto ai prodotti convenzionali e a quelli geneticamente modificati, dando ad intendere al
pubblico che gli ogm potrebbero essere la soluzione anche per questo problema. Le aflatossine
appartengono alla categoria delle micotossine, sono cioè sostanze molto tossiche, prodotte da
alcuni ceppi di muffe (dei generi Fusarium e Aspergillus), con effetti potenzialmente
cancerogeni sul fegato. Le infestazioni di queste muffe si hanno sui foraggi insilati quando
le condizioni ambientali sono particolarmente calde e umide. Le aflatossine ingerite dagli
animali vengono eliminate anche tramite il latte ed è per questa via che possono arrivare ai
prodotti caseari.
Non
vogliamo qui dilungarci spiegando come, nelle coltivazioni biologiche, l’estratto di agave
sia risultato utile per inibire le crescita di muffe e la produzione di micotossine, ci
riserviamo di farlo in una futura occasione. Tuttavia teniamo a puntualizzare che
l’effetto delle colture gm nell’ostacolare la produzione di aflatossine è solo indiretto:
infatti le colture che sono state modificate inserendo il gene Bt, che ha effetto insetticida,
evitano le infestazioni degli insetti parassiti, e quindi si limitano a ridurre la possibilità
che sulle ferite aperte dagli insetti possano, eventualmente e in un secondo tempo,
svilupparsi le muffe. A coloro che sostengono queste ipotesi vogliano citare le conclusioni
apparse nel rapporto della FAO in occasione del congresso tenutosi a Porto nel luglio del
2000.
La FAO
è ritenuta un organismo scientificamente attendibile, pertanto ci limitiamo a
citare testualmente: “dagli studi presentati non si può concludere che le coltivazioni
biologiche comportino un aumento del rischio di contaminazione da micotossine. E’ importante
sottolineare che sono previste buone pratiche agricole e di stoccaggio, nell’agricoltura
convenzionale e biologica, che servono a minimizzare i rischi di sviluppo di muffe e
contaminazione da micotossine”. Inoltre la stessa FAO cita due studi che hanno dimostrato
che i livelli di una aflatossina sono risultati addirittura inferiori nel latte biologico
rispetto a quello convenzionale e conclude affermando che “Buone pratiche di
alimentazione del bestiame richiedono che i foraggi siano stoccati in modo da evitare la
contaminazione. Dato che il bestiame allevato con il sistema biologico viene nutrito con
maggiori proporzioni di fieno, erba e foraggi insilati, c’è una ridotta possibilità che
alimenti contaminati da micotossine comportino la contaminazione del latte”.
I GENI CHE VENGONO INSERITI NON SONO UGUALI A QUELLI NATURALI
Molti dei geni introdotti nelle
piante sono composti da frammenti di DNA di origine batterica che però sono stati prodotti
ex-novo in laboratorio, in modo da includere alcune parti che servono a migliorare l’effetto
finale, servono cioè a renderne più efficiente l’espressione nella pianta.
La sequenza del DNA della tossina, e quindi la sua formula chimica, è diversa da quella
prodotta da un microbo, in quanto è stata modificata per rendere il gene più attivo nella
coltura oppure per fare in modo che si possa sciogliere nella cellula vegetale.
Del resto una pianta e un batterio non potrebbero mai produrre la stessa identica sostanza,
non fosse altro per il fatto che non dispongono degli stessi organi.
Ogni
tossina che si fa produrre a una pianta coltivata è quindi diversa rispetto a quella
naturale. I test condotti per verificare l’innocuità e la sicurezza delle piante gm sui
mammiferi e sull’ambiente si sono basati sulla tossina naturale, non hanno affatto
verificato quella “vera”, cioè quella che davvero è presente nella pianta, non si è
preso in considerazione l’effettivo prodotto dei geni modificati, presente nella coltura gm.
Questo significa che le tossine presenti effettivamente nelle colture modificate non sono mai
state sottoposte a una valutazione di tossicità.
Si è dato per scontato che le tossine prodotte dai geni modificati fossero identiche a quelle
delle tossine naturali, ma così non è.
Sappiamo bene che si tratta di analisi che hanno costi molto elevati, ma riteniamo che la
salute dei consumatori abbia un valore comunque maggiore.
NON E’ VERO CHE SONO IN GRADO SI SFAMARE IL TERZO MONDO
Nonostante le affermazioni che
abbiamo sentito fare nelle recenti campagne elettorali da alcuni politici, e quelle delle
ditte sementiere che vorrebbero far credere di essere opere pie di beneficenza, vogliamo che
una cosa sia chiara: almeno per il momento, non esiste alcuna coltura geneticamente modificata
in grado di rispondere alle esigenze delle popolazioni più povere. Siamo al corrente che è
in fase di studio un tipo di frumento resistente alla siccità, ma allo stato attuale delle
cose, purtroppo, non esiste semente gm che possa trovare impiego per sfamare le popolazioni
del cosiddetto “terzo mondo”.
Avevamo
sperato che il favoloso “golden rice” potesse almeno risolvere le carenze di vitamina A
che affliggono alcune popolazioni, ma anche questa si è rivelata una delusione: non solo
perché la vitamina A presente nei semi è in una forma chimica scarsamente efficace dal
punto di vista nutrizionale, ma soprattutto perché la quantità di questo riso che dovrebbe
essere consumata da ogni persona, bambini compresi, supera abbondantemente i due chilogrammi
al giorno.
Un problema da non sottovalutare è inoltre la necessità che gli agricoltori acquistino i
semi (costosi) ogni anno, senza avere la possibilità di riseminare una parte del raccolto
dell’anno precedente.
Questa necessità comporta una dipendenza ancora più stretta degli agricoltori nei confronti
delle ditte sementiere, che del resto devono in qualche modo rientrare delle ingentissime
spese sostenute per mettere a punto queste sementi e non possono certo permettere che vengano
acquistate una sola volta.
LE RIPERCUSSIONI SULL’AMBIENTE
Si parla molto del rischio che si
perda la biodiversità: tanto tempo fa le varietà coltivate erano moltissime, oggi si rischia
di vedere ridotto questo patrimonio a poche decine. In questo ambito le piante gm potrebbero
prendere il sopravvento su tutte le altre, non solo diffondendo il loro polline, ma
sostituendosi a tutte le varietà locali grazie alla loro resistenza ai parassiti e ai
diserbanti.
Le prime coltivazioni a essere danneggiate saranno certamente quelle biologiche.
L’elemento che troppo spesso viene sottovalutato è il polline. Questa polverina impalpabile
ha la possibilità di essere trasportata dal vento anche a distanze notevoli.
Vorremmo
riflettere su un dato preciso: attualmente la presenza di ogm in un prodotto fino allo 0,9 %
è legalmente considerata “accidentale”. Secondo noi proprio questo dettaglio
costituisce una dichiarazione implicita di incapacità di gestire la diffusione dei transgeni
nell’ambiente.
Per definizione le colture biologiche sono esenti da ogm, ma come si può evitare che il
polline estraneo le raggiunga? Ecco perché si discute molto della distanza da garantire tra i
campi che ospitano colture gm e quelli con colture biologiche.
Restiamo davvero stupiti quando leggiamo, anche su giornali molto noti (si veda per esempio il
Corriere della Sera del 4 novembre 2004), le affermazioni di alcuni genetisti secondo i quali
il polline del mais non va oltre i
25 metri
e quello del riso non supera distanze oltre il mezzo metro. Vorremmo far presente che, nella
Pianura Padana, quando il riso e il mais sono in fioritura, normalmente c’è vento.
Riteniamo non sia necessario essere degli esperti per comprendere che mezzo metro sia una
distanza decisamente improbabile.
Del
resto gli agronomi sanno bene che il polline del mais può giungere ben oltre i
2 chilometri
dal campo in cui viene prodotto.
Questo è il problema: genetisti, oncologi e agronomi, sul tema degli ogm si consultano e
collaborano troppo poco. A giudicare da quanto si sente, sembra proprio che ogni categoria di
scienziati resti chiusa nel suo mondo, e non prenda in considerazione altri punti di vista, il
che è un peccato.
Esiste perfino un gruppo di volontari, i seed savers, che va alla ricerca delle sementi
tradizionali, quelle che hanno caratteri particolari e radici che affondano nella cultura
stessa delle nostre regioni; anno dopo anno questi semi vengono coltivati e mantenuti vitali,
per evitare che spariscano per sempre e perché un giorno, forse, qualcuno ne avrà bisogno.
Molti
agricoltori italiani scalpitano, non vedono l’ora di iniziare a coltivare piante gm, ma
stanno prendendo un abbaglio se pensano di risolvere così tutti i problemi di parassiti e
piante infestanti. Infatti sta già avvenendo una selezione genetica di erbe infestanti e di
insetti che non risentono di alcun danno dalle piante gm. La tossina prodotta dal mais Bt, ad
esempio è già inefficace su alcuni insetti, che hanno sviluppato una naturale resistenza. I
geni di resistenza a un certo diserbante sono già stati assorbiti anche da alcune piante
infestanti, che quindi non ne risentono più.
In breve: facciamo attenzione perché gli eventuali vantaggi potrebbero essere comunque di
breve durata e gli eventuali svantaggi tutti a carico degli agricoltori, che dovranno farsi
carico dei rischi connessi alle loro colture e per questo motivo rischiano di essere
fortemente penalizzati.
Vogliamo
ricordare che nessuna compagnia di assicurazione ha mai accettato di accollarsi il rischio di
possibili danni da parte di colture gm.
Per quanto riguarda la sicurezza e la tutela ambientale si deve applicare il cosiddetto
“principio di precauzione”, ossia non si possono coltivare specie vegetali modificate fino
a quando non si è dimostrato che queste colture non arrecano danni all’ambiente o alla
salute dei consumatori. Siccome nei transgeni vengono impiegate anche porzioni di materiale
genetico di virus, necessarie per ottenere l’inserimento nella cellula ospite, non si può
escludere la possibilità che avvenga quello che si chiama “trasferimento orizzontale”,
cioè la diffusione incontrollata di geni a specie diverse.
Nell’incertezza è senz’altro preferibile non compiere scelte con effetti irreversibili:
già, perché l’inquinamento genetico, cioè la diffusione dei geni per mezzo del polline,
non è un evento che si può controllare, né fermare, né revocare. Si tratta di una macchina
che, una volta avviata, non si potrà mai più “spegnere”.
LA LEGISLAZIONE VIGENTE
Il rapporto del Centro Comune di Ricerche della UE ha evidenziato gravi problemi di
convivenza tra agricoltura transgenica, agricoltura biologica e convenzionale, affermando che
l’agricoltura biologica sarebbe irreversibilmente compromessa dalla contaminazione da OGM e
paventando, inoltre, forti rischi di perdita di competitività per l’agricoltura
convenzionale.
Per cercare di tutelare i diversi tipi di coltivazioni e, specialmente, il diritto di scelta
dei consumatori, in Italia è recentemente entrato in vigore il discusso Decreto-Legge
22 novembre 2004, n.279, più noto come Decreto Alemanno.
In
esso si afferma che “L'attuazione delle regole di coesistenza deve assicurare ai consumatori
la reale possibilità di scelta tra prodotti transgenici e non transgenici e, pertanto, le
coltivazioni transgeniche sono praticate all'interno di filiere di produzione separate
rispetto a quelle convenzionali e biologiche.” Questo ci sembra giusto, ma stiamo a vedere
cosa faranno le regioni, delegate a decidere, entro la fine di quest’anno, secondo quali
regole e criteri potranno essere coltivate piante transgeniche. Stiamo quindi a vedere come le
nostre regioni risolveranno il problema della coesistenza tra le diverse coltivazioni.
Intanto 1300 comuni italiani hanno scelto di essere OGM free, cioè liberi da ogm.
FINALMENTE LE ETICHETTE
Dopo molte insistenze, e solo in
tempi recenti (il 18 aprile 2004), nell’Unione Europea si è riusciti a ottenere che la
presenza di ingredienti geneticamente modificati in un alimento sia dichiarata in etichetta.
Si è trattato di un successo non da poco, vista la netta opposizione di tutte le
multinazionali che producono sementi gm e di molti comitati scientifici.
In Italia per il momento non risulta siano coltivate piante geneticamente modificate, se non
in via sperimentale e in campi confinati, ma è certo che da anni vengono importate molte
sementi di questo tipo. Come dire che, anche senza avvisarci, ce le hanno fatte mangiare.
Proprio su questo punto è incentrato il nostro maggiore dissenso: riteniamo che il
consumatore debba poter scegliere e non ci sembra giusto che per anni gran parte del mais e
della soia che abbiamo importato contenesse anche semi gm senza che questo fatto fosse
dichiarato esplicitamente.
Anche
la Coldiretti
ha preso atto della grande diffidenza dei consumatori italiani nei confronti dei cibi che
contengono ogm, tant’è che le industrie alimentari sono state scoraggiate a produrli e a
commercializzarli.
Molti italiani non si fidano, rispetto allo scorso anno sono aumentati del 12% coloro che
comprano alimenti garantiti per l'assenza di ogm e oggi ben un italiano su due non si
accontenta delle normali garanzie ma acquista cibi che sono certificati come Ogm free.
La prova si è avuta quando è stato messo in commercio un olio alimentare che in etichetta
dichiarava di essere stato ottenuto da semi gm. Si trattava del primo esempio di alimento
ottenuto da materie prime gm messo in commercio in Italia: un olio di semi di soia, importata
dall’America, raffinato in Italia e proposto a un prezzo molto basso, solo 89 centesimi al
litro.
Probabilmente il prezzo basso non è stato sufficiente a convincere i consumatori. Non l’ha
comprato quasi nessuno, e nel giro di 10 giorni è stato ritirato dal mercato.
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