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È costosa. Genera rifiuti non smaltibili. Si basa su una materia
prima che scarseggia. Apre nuovi fronti di attacco ai terroristi. È una tecnologia
centralizzata tipica di un'era passata. Le ragioni dello studioso contro l'energia atomica
Improvvisamente, il nucleare è tornato di moda..In occasione del
recente summit del G8 tenutosi in Russia, a San Pietroburgo, il presidente degli Stati Uniti
George W. Bush e quello russo Vladimir Putin hanno annunciato un accordo di cooperazione di
vasta portata per una rapida "espansione dell'energia nucleare su scala mondiale" e
hanno invitato altri Paesi ad unirsi a loro.
L'annuncio di questo accordo non è che l'ultimo atto di una serie di iniziative intraprese
dalla Casa Bianca al fine di promuovere l'energia nucleare..Bush sostiene che la sicurezza
energetica futura, degli Stati Uniti e del mondo intero, dipenderà da un aumento di fiducia
nei confronti delle centrali nucleari. Una tecnologia che per anni ha sofferto di ogni infamia
e ignominia, e che per anni è stata relegata in una sorta di purgatorio scientifico, viene
ora riesumata.
Le sue virtù sono state osannate dal primo ministro britannico Tony Blair, dal famoso
scienziato Sir James Lovelock, e persino da alcuni ambientalisti "pentiti".
L'incidente nucleare avvenuto nel
1979 a
.Three Mile Island in Pennsylvania e il terribile dramma di Chernobyl nell'ex Unione Sovietica
nel 1986, sono divenuti ormai lontani ricordi. Ora che ci si trova a fronteggiare il costo
elevato del petrolio sui mercati mondiali, l'effetto serra e il conseguente surriscaldamento
globale del pianeta in tempo reale, si solleva il sudario che ricopriva il nucleare. Alla
tecnologia atomica è stata data una "ritoccatina", una sorta di lifting facciale
virtuale, ed è ora presentata da alcuni come la sorgente alternativa dell'era
post-petrolifera. Ad ogni modo, prima che il nostro entusiasmo ci sfugga di mano, è
necessario rivolgere uno sguardo più sobrio e realistico alle conseguenze di una nuova
nuclearizzazione del mondo.
Per prima cosa, l'energia nucleare è dispendiosa e ha costi per gli impianti altissimi. Con
un prezzo di listino minimo di 2 miliardi di dollari a centrale, la nuova generazione di
reattori costa tuttora il 50 per cento in più di quanto è necessario per mettere in linea
centrali a carbone o costruire centrali a gas. Raddoppiare la quota di produzione di energia
nucleare negli Stati Uniti - l'energia nucleare fornisce al momento il 20 per cento del
fabbisogno americano - potrebbe richiedere mille miliardi di dollari. In un Paese che si trova
già ad affrontare consumi e debiti record, dove troviamo i soldi per costruire una nuova
generazione di queste centrali? Qualunque altra nazione che stia attraversando simili
ristrettezze economiche dovrà porsi lo stesso difficile quesito. Se i leader di governo di
tutto il mondo fanno davvero sul serio rispetto alla questione del nucleare, dovranno essere
onesti con l'opinione pubblica e riconoscere che il consumatore pagherà il conto in termini
fiscali, sia per ciò che riguarda l'aumento delle imposte a sostegno dei piani di
costruzione, sia per ciò che riguarda l'aumento delle bollette per l'elettricità.
In secondo luogo, sono trascorsi 60 anni dall'inizio dell'era atomica e i nostri scienziati e
ingegneri ancora non sanno come gestire senza pericoli il trasporto, lo smaltimento e lo
stoccaggio di rifiuti radioattivi. Il risultato della combustione sono le barre nucleari
esaurite ammassate in depositi e strutture in ogni parte del mondo. Negli Stati Uniti, il
governo federale ha speso oltre 8 miliardi di dollari e ha impiegato 20 anni per scavare
quella che doveva essere una tomba sotterranea a tenuta d'aria, realizzata nelle profondità
della Yucca Mountain in Nevada, per il contenimento di materiale radioattivo. La volta fu
progettata per essere a prova di infiltrazione per 10 mila anni. Sfortunatamente l'Epa,
l'agenzia federale per la protezione ambientale, ha già accertato che la struttura di
stoccaggio sotterranea non è a prova di infiltrazione.
Terzo, secondo uno studio condotto nel 2001 dall'Iaea, l'agenzia internazionale per l'energia
atomica, sulla disponibilità dell'uranio, le risorse di minerale di cui siamo a conoscenza
potrebbero non riuscire a soddisfare il fabbisogno già a partire dal 2026, nel caso di una
richiesta di utilizzo molto elevata, e dal 2035, nel caso di una domanda media di
combustibile. Certo, è possibile che nuove esplorazioni possano portare alla scoperta di
altri giacimenti e che nuovi orizzonti tecnologici riescano a ridurre il fabbisogno di uranio,
ma per il momento simili scenari restano pure speculazioni.
Quarto, la prospettiva di costruire centinaia, se non addirittura migliaia, di centrali
nucleari in un'era in cui imperversa il terrorismo islamico appare come una decisione da
squilibrati mentali. Mi domando: abbiamo perso completamente il senso della realtà? Da un
lato, Stati Uniti, Unione europea e gran parte del resto del mondo sono terrorizzati soltanto
all'idea che un solo Paese, l'Iran, possa mettere le mani sull'uranio arricchito per portare
avanti il proprio programma di centrali e che possa utilizzare quel materiale per la
costruzione di una bomba atomica. Dall'altro, molti leader di quegli stessi Paesi sono ansiosi
di promuovere la diffusione di centrali nucleari nel mondo, per piazzarne una in ogni angolo
del pianeta. Il che significherebbe uranio e rifiuti nucleari in transito ovunque, ammassati
in luoghi di fortuna e strutture improvvisate, spesso a ridosso di aree urbane densamente
popolate. . Le centrali nucleari sono il primo obiettivo sensibile di attacchi terroristici.
L'8 novembre 2005, il governo australiano ha arrestato 18 terroristi islamici che stavano
organizzando un piano per far saltare in aria l'unico reattore di quel paese. Se ci fossero
riusciti, l'Australia avrebbe conosciuto una replica dell'11 settembre con effetti ancora più
devastanti. Dovremmo quindi essere tutti preoccupati. Negli Stati Uniti, uno studio della
commissione che regola il settore nucleare (Nuclear Regulatory Commission) ha dimostrato
attraverso una semplice indagine che oltre la metà delle centrali americane non è riuscita a
prevenire la simulazione di un attacco contro i propri impianti.
Infine, quella nucleare rappresenta un tipo di tecnologia poco funzionale e altamente
centralizzata, tipica di un'era passata. In un'epoca di tecnologie distributive capaci di
indebolire le gerarchie, decentralizzare il potere, dare origine a network, sistemi di reti e
modelli economici open source, quella nucleare appare come un'energia inusitatamente antiquata
e obsoleta. In larga misura, l'energia nucleare fu una creazione della Guerra fredda. Essa
rappresentava la massima concentrazione del potere e rifletteva il quadro geo-politico degli
anni successivi alla Seconda guerra mondiale. Oggi, tuttavia, la geo-politica del XX secolo è
messa in dubbio dall'emergente biosfera politica del XXI secolo. Il mondo sta diventando
piatto. Ovunque le nuove tecnologie forniscono gli strumenti di cui si ha bisogno per
diventare partecipanti attivi di un pianeta interconnesso. L'energia nucleare, di contro, è
un'energia di élite, controllata da pochi. In un'epoca in cui il concetto di "potere al
popolo" è diventato il mantra dei poveri e dei diseredati, il nucleare è una reliquia,
una vera e propria vestigia del passato e la sua resurrezione ci riporta indietro nel tempo.
Al contrario, dovremmo perseguire in uno sforzo offensivo per mettere in rete tutte le
tecnologie decentralizzate e rinnovabili - solare, eolica, geotermico, idrica, e biomassa - e
installare infrastrutture a idrogeno che assicurino una fornitura di energia continua e
costante, in grado di soddisfare il nostro fabbisogno di elettricità e di trasporto. Il
nostro futuro energetico comune è nel sole, non nell'uranio.
traduzione di Rosalba Fruscalzo
Jeremy Rifkin è l'autore di "Economia all'Idrogeno.
La creazione della Worldwide Energy Web e la redistribuzione del potere sulla Terra" (Mondadori,
settembre 2002)
da L'Espresso
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