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Non
compare da nessuna parte. Impossibile trovarlo, neanche nelle scritte meno leggibili,
minuscole, che recano i risultati delle analisi chimico-fisiche del prodotto. Eppure, secondo
quanto professato nella "Bibbia del movimento antiglobalizzazione", come il New York
Times definisce il famoso No logo di Naomi Klein, le più potenti imprese
multinazionali del mondo avrebbero dato vita a una società del marchio, in cui il logo viene
letteralmente mitizzato, e dotato di un senso profondo, "capace di trasmettere valori
quali spirito d'individualità, atleticità, natura incontaminata e senso di appartenenza alla
collettività"[1], come avviene per il
"baffo" della Nike. Una volta esaminata da vicino, tuttavia, la bottiglia di acqua
"Vera" non reca alcun marchio di prestigio internazionale, e anzi suscita simpatia
il suo colorito verde-(appunto)acqua, la sua forma non convenzionale, il suo probabile essere
(come il nome rivela) vera. L'acqua "Vera" è un prodotto Nestlé.
Nulla
di male, in fondo, se
la Nestlé
possiede un'acqua minerale che sgorga da sorgenti italiane: come spesso si sente ripetere, è
difficile tener conto di dettagli di questo tipo; inoltre, si tratta di un concorrente tra
mille altri, e dunque non deterrà un potere di mercato tale da destare sospetti circa le
strategie di commercializzazione dell'impresa svizzera. Oltre tutto, è una semplice acqua
minerale, un prodotto a bassissimo costo di vendita, destinato quasi esclusivamente al mercato
italiano. Forse: il problema però è che tali argomentazioni andrebbero ripetute anche per la
"Claudia", la "Giara", la "Giulia", "Levissima", la
"Limpia", la "Lora Recoaro", la "Panna", la "Pejo", la
"Perrier", la "Pracastello", la "San Bernardo", la "San
Pellegrino", la "Sandalia", la "Tione" e "Ulmeta". Sedici
acque minerali commercializzate in Italia fanno capo alla Nestlé; e infatti si scopre
rapidamente che l'azienda è leader mondiale del settore, fatturando circa 100 miliardi di
euro in 81 paesi (anche in Italia la quota più consistente del mercato delle acque - circa il
30% - è sua), impiegando 229 765 persone (i dati sono del 2001[2]).
È inoltre leader del settore del caffé, nonché del latte in polvere (di cui rifornisce il
50% del mercato mondiale).
In un
altro articolo presente sul sito (si veda, nell'archivio della sezione
"Segnalazioni", la recensione al volume "Europe Inc."), segnalo la
presenza della Nestlé all'interno della membership della più importante lobby
industriale europea,
la European Round
Table of Industrialists, di cui Helmut Maucher, chief executive officer
dell'azienda multinazionale, è stato segretario generale negli anni Novanta.
La Nestlé
può vantare perciò un potere politico, oltre che economico, davvero ingente. Eppure le sue
strategie di vendita sono state particolarmente criticate, a livello mondiale, sotto vari
aspetti: il più importante concerne forse la violazione sistematica del codice internazionale
dell'Organizzazione Mondiale della Sanità, teso a regolamentare il commercio dei sostituti
del latte materno[3]; il codice vieta tra l'altro la
pubblicizzazione del latte artificiale. Nestlé è stata accusata inoltre di promuovere la
vendita del latte attraverso informazioni distorte alle madri e al personale infermieristico,
in particolare del Terzo Mondo, dove le madri sono costrette a rifornirsi continuamente di
latte in polvere perché progressivamente perdono la capacità di allattare naturalmente i
propri figli (il codice proibisce alle imprese alimentari di dissuadere - tramite le
informazioni veicolate dalle etichette dei prodotti - dalla pratica dell'allattamento al
seno), aumentando di ben 25 volte i rischi di contrarre malattie mortali dall'acqua utilizzata
per annacquare il prodotto quando questo inizia a scarseggiare[4].
Insieme all'azienda Wieth, è stata costretta dall'Unicef a rinunciare alla donazione di
tonnellate di latte artificiale nelle regioni del mondo maggiormente colpite dal virus dell'Hiv:
l'agenzia dell'Onu temeva che le due imprese mirassero semplicemente a ottenere un ritorno di
pubblicità positiva dopo anni di gravi "macchie". La lotta all'Aids (che si può
trasmettere anche attraverso l'allattamento naturale) tramite il latte in polvere avrebbe
fatto rapidamente dimenticare i benefici della nutrizione naturale, comportando rischi elevati[5].
Non solo: in Italia,
la Nestlé
ha distribuito gratuitamente latte in polvere agli ospedali, ancora una volta alimentando
sospetti sulla reale volontà di rispettare il codice dell'OMS[6].
Un recente studio mostra tuttavia come tali pratiche siano in realtà messe in atto
soprattutto nei paesi poveri, quali Togo e Burkina Faso: il 14 % delle strutture sanitarie
prese in esame nei due paesi, ad esempio, ha ricevuto donazioni di sostituti del latte
naturale, presto concessi alle neo mamme senza contropartita economica; quaranta sostituti
pubblicizzati in tali strutture, nelle farmacie e presso gli esercizi commerciali violavano le
norme sulle etichette previste dal codice OMS, 21 di questi della Danone e 11 della Nestlé[7].
La Nestlé
possiede società finanziarie in vari
paradisi fiscali[8]. Inoltre, è stata più volte
condannata anche nel nostro paese per violazioni del codice italiano sulla concorrenza[9]
e per pubblicità ingannevole[10]. Partecipa infine
in qualità di membro effettivo alle attività del World Business Council for Sustainable
Development, lobby internazionale che preme per il riesame delle regolamentazioni
(oltremodo business-friendly e market-inspired) previste dal Protocollo di Kyoto,
nonché di EuropaBio, gruppo di pressione europeo delle imprese che producono utilizzando le
biotecnologie[11]. I suoi impianti sono stati
indicati tra quelli che non rispettano le normative in tema di emissioni inquinanti[12],
e le sue imprese sub-fornitrici sono state criticate da vari sindacati nazionali per aver
tentato di indebolirne l'organizzazione interna alle sue strutture produttive.
Nel
dicembre 2002,
la Nestlé
ha chiesto all'Etiopia un indennizzo di 6 milioni di dollari per l'esproprio, avvenuto nel
1975, di una fabbrica tedesca dello Schweisfurth Group, divenuto in seguito marchio di
proprietà della multinazionale svizzera[13]. Nel
1998, l
'impianto è stato venduto dal governo etiope, appunto per quella cifra, a un'altra società
privata. Il compromesso suggerito dall'Etiopia, uno dei paesi più poveri del mondo (11
milioni di affamati, reddito pro-capite di 100 dollari l'anno, attualmente costretto ad
affrontare la più grave crisi alimentare del decennio), offriva il risarcimento di 1,5
milioni di dollari, ma gli avvocati della Nestlé, che pure dichiarano la multinazionale
disposta al reinvestimento in loco della somma, hanno ritenuto insufficiente la proposta.
Eppure
la Carta
dei Diritti e dei Doveri Economici degli Stati, approvata solennemente (in una situazione
internazionale radicalmente diversa da quella attuale) dall'Assemblea delle Nazioni Unite nel
1974, contemplava espropriazioni e nazionalizzazioni tra i diritti degli stati ospitanti gli
investimenti esteri[14].
Ça
suffit? No.
La Guida
al consumo critico (Informazioni sul comportamento delle imprese per un consumo
consapevole, Editrice Missionaria Italiana, Bologna, 2000) fornisce, oltre a molte delle
informazioni riportate in precedenza[15], l'elenco
dei prodotti che fanno capo alla Nestlé reperibili nei supermercati italiani. Si tratta dei
seguenti:
Claudia,
Giara, Giulia, Levissima, Limpia, Lora Recoaro, Panna, Pejo, Perrier, Pracastello, San
Bernardo, San Pellegrino, Sandalia, Tione, Ulmeta (acque minerali);
Acqua
Brillante Recoaro, Belté, Chinò, Gingerino Recoaro, Mirage, Nestea, One-O-One, San
Pellegrino, Sanbitter (aranciate, cole e simili);
Diger
Selz (polvere per bevande);
After
Eight, Alemagna, Baci, Ciocoblocco, Galak, Motta, Nestlé, Perugina, Quality Street, Rowntree
Macintosh, Smarties (cioccolata e cioccolatini);
Le Ore
Liete (biscotti);
Alemagna,
Motta (prodotti per ricorrenze);
Kit Kat, Lion (merendine);
Cacao
Perugina (cacao);
Nescafé
(caffé);
Orzoro
(orzo)
Cappuccino,
Ecco...Franck, Malto Kneipp, Nesquik (solubili prima colazione);
Cheerios,
Chocapic, Fibre 1, Fitness, Kix, Nesquik Cereali, Trio (cereali prima colazione);
Buitoni,
Pezzullo (pasta);
Buitoni
(fette biscottate, piatti pronti, tortellini);
Buitoni,
Mare Fresco, Surgela (piatti surgelati, pesce surgelato);
La Valle
degli Orti, Surgela (verdure surgelate);
Mio (formaggi
confezionati);
Fruit
Joy, Fruttolo, Galak, LC1, Mio, Nesquik (yogurth e dessert);
Alemagna,
Antica Gelateria del Corso,
La Cremeria Motta
, Motta (gelati e snacks surgelati);
Guigoz,
Mio, Nidina (latte per bambini);
Nestum
(omogeneizzati);
Berni (frutta
in scatola, legumi e verdure in scatola);
Berni,
Condipasta, Condiriso (sottolio e sottaceto);
Berni,
Buitoni (sughi);
Sasso (olio
d'oliva, aceto);
Sassonaise
(maionese e salse varie);
Maggi (dadi,
piatti pronti);
Vismara
(salumi e wurstel).
Si può
ora svelare l'arcano: l'Acqua Vera non reca il marchio Nestlé perché
la Nestlé
, come fa per moltissimi altri prodotti, utilizza altre società di sua proprietà per
commercializzarla: ad esempio, l'Acqua Vera Spa, Alcon Spa (per i prodotti farmaceutici),
Berni Industria Alimentare Spa, Friskies Italia Spa, Pezzullo Molini Pastifici e Mangifici Spa,
Pellegrino Spa, Sogeam Spa. L'azienda controlla, sempre per tramite di società a loro volta
controllate, i prodotti per gli animali Felix, Fido, Vitto e Doko (che si aggiungono ai
Friskies, gli unici recanti il marchio Nestlé). Ed è azionista (per una quota pari al 49%!)
di Gesparal, società madre di L'Oréal.
È
doveroso ricordare che il mercato delle acque minerali non presenta il caso della Nestlé come
anomalia: fanno infatti capo alla Danone l'"Acqua di Nepi", "Boario",
"Evian", "Ferrarelle", "Fonte Vivia", "Natia", "Santagata"
e "Vitasnella". Situazioni analoghe s'impongono nei mercati degli altri prodotti,
ben illustrati dai dati contenuti nella Guida al Consumo Critico. Quale lezione può
esserne tratta? I casi analizzati da Klein in "No logo" (McDonalds', Nike, Coca
Cola) costituiscono probabilmente i più limpidi esempi della forza economica, politica e
culturale della globalizzazione, capace d'imporre la potenza del baffetto della Nike in ogni
regione del pianeta e in qualsiasi suo mercato. Coloro che si recano da McDonald's per
pranzare, tuttavia, sanno perfettamente a cosa serviranno i proventi derivati dal loro
acquisto di hamburger e patatine fritte. Se vogliamo, almeno da questo punto di vista
McDonald's affronta apertamente la critica anti-globale. Lo stesso non avviene nel caso
(appena descritto) della Nestlé. Quest'ultima non sembra preoccuparsi dell'immagine del
proprio marchio nel momento in cui lascia che un prodotto venga commercializzato da una società
il cui nome si confonde addirittura con quello del prodotto stesso, dando così un'impressione
di maggiore autenticità al bene venduto. Insomma, il consumo presso McDonald's è quanto meno
consapevole: di certo non lo è quello di coloro che acquistano l'Acqua Vera senza sapere di
finanziare in tal modo le produzioni di latte in polvere nei paesi del Terzo Mondo.
Ecco
perché occorrerebbe davvero, per poter parlare di "potere del consumatore" (in una
società che non sembra lasciare molti altri spazi di decisione critica ai suoi cittadini),
che ognuno di noi facesse la spesa con in mano un libricino recante, per ogni prodotto che si
può trovare nei supermercati, il nome dell'impresa proprietaria del marchio
"visibile". Ed ecco perché è in realtà piuttosto difficile dare per scontato che
il consumatore possegga davvero un potere importante, simile a quello fornito agli elettori
dal diritto di voto [16]. Eppure un primo aspetto,
imprescindibile, del consumo critico, è proprio il consumo consapevole; e le possibilità
d'informare e di essere informati sono paradossalmente più ampie, grazie alla globalizzazione.
NEST pas?
mario_cedrini@yahoo.it
Note al
testo
[1] N.
Klein, No logo, Baldini e Castoldi, Milano, 2001, p. 171.
[2] http://www.nestle.com/all_about/at_a_glance/index.html.
[3] Cfr. Interagency Group on Breastfeeding Monitoring, Cracking the International Code of
Breastmilk Substituted, Londra, 1997.
[4] Ibidem.
[5] Cfr. S. Di Lellis, Aids, la guerra del latte, in "
La Repubblica
", 7/12/2000, p. 13.
[6] Cfr. Presidenza del Consiglio dei Ministri, Bollettino Autorità Garante della
Concorrenza e del Mercato, n. 9, 20/3/2000.
[7] I risultati dello studio citato, condotto da quattro esperti di nutrizione statunitensi e
africani (tra cui un senior programme office dell'OMS, Souleyman Kanon), sono stati
pubblicati dal "British Medical Journal" nel gennaio 2003. Si veda, in merito, R.
Bassoli, Nestlé e Danone hanno violato le regole sul latte artificiale, in
"L'Unità", 17/1/2003.
[8] Cfr. J.-L. Rastoin, G. Ghersi, R. Pérez, S. Tozanli, Agrodata, Ciheam,
Montpellier, 1998.
[9] Cfr. Presidenza del Consiglio dei Ministri, Bollettino Autorità Garante della
Concorrenza e del Mercato, n. 52, 13/1/1997, e n. 9, 20/3/2000.
[10] Cfr. Presidenza del Consiglio dei Ministri, Bollettino Autorità Garante della
Concorrenza e del Mercato, n. 46, 1/12/1997.
[11] Cfr. Balanyá B., Doherty A., Hoedeman O., Ma'anit A., Wesselius E., Europe Inc.
Regional & Global Restructuring and the Rise of Corporate Power, Pluto Press,
London-Sterling (Virginia), 2000.
[12] Cfr. "Ethical Consumer", 60, 1999.
[13] A. Ginori, Il gigante del
cibo contro l'Etiopia, in "
La Repubblica
", 20 dicembre 2002, p.
20. L
'interessamento dell'opinione pubblica internazionale ha recentemente convinto
la Nestlé
ad accettare il compromesso offerto dall'Etiopia.
[14] Sulla home page del sito web della Nestlé si legge: "Nestlé is
dedicated to providing the best foods to people throughout their day, throughout their lives,
throughout the world. With our unique experience of anticipating consumers' needs and creating
solutions, Nestlé contributes to your well-being and enhances your quality of life". Il
logo Nestlé è decisamente meno visibile (e oltre tutto viene rapidamente sostituito da altri
marchi, quale "Buitoni") della scritta "Good Food", che sembra essere il
vero leit-motif del sito stesso.
[15] Dalla Guida al consumo critico provengono i riferimenti contenuti nelle note 3, 4,
6, 8-9, 11.
[16] È piuttosto difficile rispondere alle obiezioni circa il mancato possesso, da parte del
consumatore, di uno spettro d'informazioni necessario per sviluppare un vero e proprio consumo
critico e dunque un potere del consumatore in quanto tale, facendo riferimento ai contenuti
del sito web della Nestlé, che reca un elenco quasi completo dei marchi posseduti
dall'azienda svizzera, nonché il volume del fatturato e il numero di persone impiegate presso
le sue strutture produttive. Il sito promuove una certa trasparenza; tuttavia, i consumatori
resi "consapevoli" dall'uso dei mezzi mediatici o telematici costituiscono una
percentuale quasi del tutto trascurabile degli acquirenti dei supermercati.
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