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"Alla ricerca del marchio perduto. No logo, ovvero il logo non c'è"  
tratto dal sito alteracultura.org del 26/03/2003 di Mario Cedrini

Non compare da nessuna parte. Impossibile trovarlo, neanche nelle scritte meno leggibili, minuscole, che recano i risultati delle analisi chimico-fisiche del prodotto. Eppure, secondo quanto professato nella "Bibbia del movimento antiglobalizzazione", come il New York Times definisce il famoso No logo di Naomi Klein, le più potenti imprese multinazionali del mondo avrebbero dato vita a una società del marchio, in cui il logo viene letteralmente mitizzato, e dotato di un senso profondo, "capace di trasmettere valori quali spirito d'individualità, atleticità, natura incontaminata e senso di appartenenza alla collettività"[1], come avviene per il "baffo" della Nike. Una volta esaminata da vicino, tuttavia, la bottiglia di acqua "Vera" non reca alcun marchio di prestigio internazionale, e anzi suscita simpatia il suo colorito verde-(appunto)acqua, la sua forma non convenzionale, il suo probabile essere (come il nome rivela) vera. L'acqua "Vera" è un prodotto Nestlé.

Nulla di male, in fondo, se la Nestlé possiede un'acqua minerale che sgorga da sorgenti italiane: come spesso si sente ripetere, è difficile tener conto di dettagli di questo tipo; inoltre, si tratta di un concorrente tra mille altri, e dunque non deterrà un potere di mercato tale da destare sospetti circa le strategie di commercializzazione dell'impresa svizzera. Oltre tutto, è una semplice acqua minerale, un prodotto a bassissimo costo di vendita, destinato quasi esclusivamente al mercato italiano. Forse: il problema però è che tali argomentazioni andrebbero ripetute anche per la "Claudia", la "Giara", la "Giulia", "Levissima", la "Limpia", la "Lora Recoaro", la "Panna", la "Pejo", la "Perrier", la "Pracastello", la "San Bernardo", la "San Pellegrino", la "Sandalia", la "Tione" e "Ulmeta". Sedici acque minerali commercializzate in Italia fanno capo alla Nestlé; e infatti si scopre rapidamente che l'azienda è leader mondiale del settore, fatturando circa 100 miliardi di euro in 81 paesi (anche in Italia la quota più consistente del mercato delle acque - circa il 30% - è sua), impiegando 229 765 persone (i dati sono del 2001[2]). È inoltre leader del settore del caffé, nonché del latte in polvere (di cui rifornisce il 50% del mercato mondiale).

In un altro articolo presente sul sito (si veda, nell'archivio della sezione "Segnalazioni", la recensione al volume "Europe Inc."), segnalo la presenza della Nestlé all'interno della membership della più importante lobby industriale europea, la European Round Table of Industrialists, di cui Helmut Maucher, chief executive officer dell'azienda multinazionale, è stato segretario generale negli anni Novanta. La Nestlé può vantare perciò un potere politico, oltre che economico, davvero ingente. Eppure le sue strategie di vendita sono state particolarmente criticate, a livello mondiale, sotto vari aspetti: il più importante concerne forse la violazione sistematica del codice internazionale dell'Organizzazione Mondiale della Sanità, teso a regolamentare il commercio dei sostituti del latte materno[3]; il codice vieta tra l'altro la pubblicizzazione del latte artificiale. Nestlé è stata accusata inoltre di promuovere la vendita del latte attraverso informazioni distorte alle madri e al personale infermieristico, in particolare del Terzo Mondo, dove le madri sono costrette a rifornirsi continuamente di latte in polvere perché progressivamente perdono la capacità di allattare naturalmente i propri figli (il codice proibisce alle imprese alimentari di dissuadere - tramite le informazioni veicolate dalle etichette dei prodotti - dalla pratica dell'allattamento al seno), aumentando di ben 25 volte i rischi di contrarre malattie mortali dall'acqua utilizzata per annacquare il prodotto quando questo inizia a scarseggiare[4]. Insieme all'azienda Wieth, è stata costretta dall'Unicef a rinunciare alla donazione di tonnellate di latte artificiale nelle regioni del mondo maggiormente colpite dal virus dell'Hiv: l'agenzia dell'Onu temeva che le due imprese mirassero semplicemente a ottenere un ritorno di pubblicità positiva dopo anni di gravi "macchie". La lotta all'Aids (che si può trasmettere anche attraverso l'allattamento naturale) tramite il latte in polvere avrebbe fatto rapidamente dimenticare i benefici della nutrizione naturale, comportando rischi elevati[5]. Non solo: in Italia, la Nestlé ha distribuito gratuitamente latte in polvere agli ospedali, ancora una volta alimentando sospetti sulla reale volontà di rispettare il codice dell'OMS[6]. Un recente studio mostra tuttavia come tali pratiche siano in realtà messe in atto soprattutto nei paesi poveri, quali Togo e Burkina Faso: il 14 % delle strutture sanitarie prese in esame nei due paesi, ad esempio, ha ricevuto donazioni di sostituti del latte naturale, presto concessi alle neo mamme senza contropartita economica; quaranta sostituti pubblicizzati in tali strutture, nelle farmacie e presso gli esercizi commerciali violavano le norme sulle etichette previste dal codice OMS, 21 di questi della Danone e 11 della Nestlé[7].

La Nestlé possiede società finanziarie in vari paradisi fiscali[8]. Inoltre, è stata più volte condannata anche nel nostro paese per violazioni del codice italiano sulla concorrenza[9] e per pubblicità ingannevole[10]. Partecipa infine in qualità di membro effettivo alle attività del World Business Council for Sustainable Development, lobby internazionale che preme per il riesame delle regolamentazioni (oltremodo business-friendly e market-inspired) previste dal Protocollo di Kyoto, nonché di EuropaBio, gruppo di pressione europeo delle imprese che producono utilizzando le biotecnologie[11]. I suoi impianti sono stati indicati tra quelli che non rispettano le normative in tema di emissioni inquinanti[12], e le sue imprese sub-fornitrici sono state criticate da vari sindacati nazionali per aver tentato di indebolirne l'organizzazione interna alle sue strutture produttive.

Nel dicembre 2002, la Nestlé ha chiesto all'Etiopia un indennizzo di 6 milioni di dollari per l'esproprio, avvenuto nel 1975, di una fabbrica tedesca dello Schweisfurth Group, divenuto in seguito marchio di proprietà della multinazionale svizzera[13]. Nel 1998, l 'impianto è stato venduto dal governo etiope, appunto per quella cifra, a un'altra società privata. Il compromesso suggerito dall'Etiopia, uno dei paesi più poveri del mondo (11 milioni di affamati, reddito pro-capite di 100 dollari l'anno, attualmente costretto ad affrontare la più grave crisi alimentare del decennio), offriva il risarcimento di 1,5 milioni di dollari, ma gli avvocati della Nestlé, che pure dichiarano la multinazionale disposta al reinvestimento in loco della somma, hanno ritenuto insufficiente la proposta. Eppure la Carta dei Diritti e dei Doveri Economici degli Stati, approvata solennemente (in una situazione internazionale radicalmente diversa da quella attuale) dall'Assemblea delle Nazioni Unite nel 1974, contemplava espropriazioni e nazionalizzazioni tra i diritti degli stati ospitanti gli investimenti esteri[14].

Ça suffit? No. La Guida al consumo critico (Informazioni sul comportamento delle imprese per un consumo consapevole, Editrice Missionaria Italiana, Bologna, 2000) fornisce, oltre a molte delle informazioni riportate in precedenza[15], l'elenco dei prodotti che fanno capo alla Nestlé reperibili nei supermercati italiani. Si tratta dei seguenti:

Claudia, Giara, Giulia, Levissima, Limpia, Lora Recoaro, Panna, Pejo, Perrier, Pracastello, San Bernardo, San Pellegrino, Sandalia, Tione, Ulmeta (acque minerali);

Acqua Brillante Recoaro, Belté, Chinò, Gingerino Recoaro, Mirage, Nestea, One-O-One, San Pellegrino, Sanbitter (aranciate, cole e simili);

Diger Selz (polvere per bevande);

After Eight, Alemagna, Baci, Ciocoblocco, Galak, Motta, Nestlé, Perugina, Quality Street, Rowntree Macintosh, Smarties (cioccolata e cioccolatini);

Le Ore Liete (biscotti);

Alemagna, Motta (prodotti per ricorrenze);

Kit Kat, Lion (merendine);

Cacao Perugina (cacao);

Nescafé (caffé);

Orzoro (orzo)

Cappuccino, Ecco...Franck, Malto Kneipp, Nesquik (solubili prima colazione);

Cheerios, Chocapic, Fibre 1, Fitness, Kix, Nesquik Cereali, Trio (cereali prima colazione);

Buitoni, Pezzullo (pasta);

Buitoni (fette biscottate, piatti pronti, tortellini);

Buitoni, Mare Fresco, Surgela (piatti surgelati, pesce surgelato);

La Valle degli Orti, Surgela (verdure surgelate);

Mio (formaggi confezionati);

Fruit Joy, Fruttolo, Galak, LC1, Mio, Nesquik (yogurth e dessert);

Alemagna, Antica Gelateria del Corso, La Cremeria Motta , Motta (gelati e snacks surgelati);

Guigoz, Mio, Nidina (latte per bambini);

Nestum (omogeneizzati);

Berni (frutta in scatola, legumi e verdure in scatola);

Berni, Condipasta, Condiriso (sottolio e sottaceto);

Berni, Buitoni (sughi);

Sasso (olio d'oliva, aceto);

Sassonaise (maionese e salse varie);

Maggi (dadi, piatti pronti);

Vismara (salumi e wurstel).

Si può ora svelare l'arcano: l'Acqua Vera non reca il marchio Nestlé perché la Nestlé , come fa per moltissimi altri prodotti, utilizza altre società di sua proprietà per commercializzarla: ad esempio, l'Acqua Vera Spa, Alcon Spa (per i prodotti farmaceutici), Berni Industria Alimentare Spa, Friskies Italia Spa, Pezzullo Molini Pastifici e Mangifici Spa, Pellegrino Spa, Sogeam Spa. L'azienda controlla, sempre per tramite di società a loro volta controllate, i prodotti per gli animali Felix, Fido, Vitto e Doko (che si aggiungono ai Friskies, gli unici recanti il marchio Nestlé). Ed è azionista (per una quota pari al 49%!) di Gesparal, società madre di L'Oréal.

È doveroso ricordare che il mercato delle acque minerali non presenta il caso della Nestlé come anomalia: fanno infatti capo alla Danone l'"Acqua di Nepi", "Boario", "Evian", "Ferrarelle", "Fonte Vivia", "Natia", "Santagata" e "Vitasnella". Situazioni analoghe s'impongono nei mercati degli altri prodotti, ben illustrati dai dati contenuti nella Guida al Consumo Critico. Quale lezione può esserne tratta? I casi analizzati da Klein in "No logo" (McDonalds', Nike, Coca Cola) costituiscono probabilmente i più limpidi esempi della forza economica, politica e culturale della globalizzazione, capace d'imporre la potenza del baffetto della Nike in ogni regione del pianeta e in qualsiasi suo mercato. Coloro che si recano da McDonald's per pranzare, tuttavia, sanno perfettamente a cosa serviranno i proventi derivati dal loro acquisto di hamburger e patatine fritte. Se vogliamo, almeno da questo punto di vista McDonald's affronta apertamente la critica anti-globale. Lo stesso non avviene nel caso (appena descritto) della Nestlé. Quest'ultima non sembra preoccuparsi dell'immagine del proprio marchio nel momento in cui lascia che un prodotto venga commercializzato da una società il cui nome si confonde addirittura con quello del prodotto stesso, dando così un'impressione di maggiore autenticità al bene venduto. Insomma, il consumo presso McDonald's è quanto meno consapevole: di certo non lo è quello di coloro che acquistano l'Acqua Vera senza sapere di finanziare in tal modo le produzioni di latte in polvere nei paesi del Terzo Mondo.

Ecco perché occorrerebbe davvero, per poter parlare di "potere del consumatore" (in una società che non sembra lasciare molti altri spazi di decisione critica ai suoi cittadini), che ognuno di noi facesse la spesa con in mano un libricino recante, per ogni prodotto che si può trovare nei supermercati, il nome dell'impresa proprietaria del marchio "visibile". Ed ecco perché è in realtà piuttosto difficile dare per scontato che il consumatore possegga davvero un potere importante, simile a quello fornito agli elettori dal diritto di voto [16]. Eppure un primo aspetto, imprescindibile, del consumo critico, è proprio il consumo consapevole; e le possibilità d'informare e di essere informati sono paradossalmente più ampie, grazie alla globalizzazione.

NEST pas?

mario_cedrini@yahoo.it

 

Note al testo

[1] N. Klein, No logo, Baldini e Castoldi, Milano, 2001, p. 171.
[2] http://www.nestle.com/all_about/at_a_glance/index.html.
[3] Cfr. Interagency Group on Breastfeeding Monitoring, Cracking the International Code of Breastmilk Substituted, Londra, 1997.
[4] Ibidem.
[5] Cfr. S. Di Lellis, Aids, la guerra del latte, in " La Repubblica ", 7/12/2000, p. 13.
[6] Cfr. Presidenza del Consiglio dei Ministri, Bollettino Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, n. 9, 20/3/2000.
[7] I risultati dello studio citato, condotto da quattro esperti di nutrizione statunitensi e africani (tra cui un senior programme office dell'OMS, Souleyman Kanon), sono stati pubblicati dal "British Medical Journal" nel gennaio 2003. Si veda, in merito, R. Bassoli, Nestlé e Danone hanno violato le regole sul latte artificiale, in "L'Unità", 17/1/2003.
[8] Cfr. J.-L. Rastoin, G. Ghersi, R. Pérez, S. Tozanli, Agrodata, Ciheam, Montpellier, 1998.
[9] Cfr. Presidenza del Consiglio dei Ministri, Bollettino Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, n. 52, 13/1/1997, e n. 9, 20/3/2000.
[10] Cfr. Presidenza del Consiglio dei Ministri, Bollettino Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, n. 46, 1/12/1997.
[11] Cfr. Balanyá B., Doherty A., Hoedeman O., Ma'anit A., Wesselius E., Europe Inc. Regional & Global Restructuring and the Rise of Corporate Power, Pluto Press, London-Sterling (Virginia), 2000.
[12] Cfr. "Ethical Consumer", 60, 1999.
[13] A. Ginori, Il gigante del cibo contro l'Etiopia, in " La Repubblica ", 20 dicembre 2002, p. 20. L 'interessamento dell'opinione pubblica internazionale ha recentemente convinto la Nestlé ad accettare il compromesso offerto dall'Etiopia.
[14] Sulla home page del sito web della Nestlé si legge: "Nestlé is dedicated to providing the best foods to people throughout their day, throughout their lives, throughout the world. With our unique experience of anticipating consumers' needs and creating solutions, Nestlé contributes to your well-being and enhances your quality of life". Il logo Nestlé è decisamente meno visibile (e oltre tutto viene rapidamente sostituito da altri marchi, quale "Buitoni") della scritta "Good Food", che sembra essere il vero leit-motif del sito stesso.
[15] Dalla Guida al consumo critico provengono i riferimenti contenuti nelle note 3, 4, 6, 8-9, 11.
[16] È piuttosto difficile rispondere alle obiezioni circa il mancato possesso, da parte del consumatore, di uno spettro d'informazioni necessario per sviluppare un vero e proprio consumo critico e dunque un potere del consumatore in quanto tale, facendo riferimento ai contenuti del sito web della Nestlé, che reca un elenco quasi completo dei marchi posseduti dall'azienda svizzera, nonché il volume del fatturato e il numero di persone impiegate presso le sue strutture produttive. Il sito promuove una certa trasparenza; tuttavia, i consumatori resi "consapevoli" dall'uso dei mezzi mediatici o telematici costituiscono una percentuale quasi del tutto trascurabile degli acquirenti dei supermercati.