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La casa automobilistica indiana Tata ha lanciato la vettura più
economica al mondo: la Nano, che in India verrà venduta a soli 1.500 euro. Tra un paio d'anni
sbarcherà anche sul mercato europeo, ma costerà 5 mila euro perché equipaggiata per
rispondere alle norme di sicurezza e inquinamento del Vecchio Continente.
"Grazie alla Nano, anche i poveri dell'India e del mondo
intero potranno permettersi un'auto", ha annunciato raggiante il presidente della
compagnia, Ratan Tata. Una prospettiva ambientalmente terrificante, visto che la Nano base ha
un motore a benzina altamente inquinante.
L'unico vero scopo del signor Tata è fare grandi profitti
giocando sui grandi numeri del mercato indiano. Purtroppo per lui, però, la domanda potrà
essere pienamente soddisfatta solo tra almeno un anno. La produzione infatti sarà molto
limitata per il 2009 a causa dei ritardi nella costruzione della fabbrica nel Gujarat, dove la
Tata ha dovuto trasferire lo stabilimento inizialmente impiantato nel Bengala Occidentale,
dove nel 2007 i contadini locali si erano ribellati all'esproprio dei terreni. Una protesta
repressa con una violenza inaudita dalle autorità locali.
Un anno fa la nostra rivista aveva pubblicato un reportage su
questi drammatici eventi, ignorati dalla stampa italiana per non creare imbarazzi alla Fiat...
Scritto per noi da
Piero Pagliani
Un anno fa a Singur, distretto di Hoogly, nello stato
del Bengala Occidentale, viene trovato in una fossa, semicarbonizzato, il cadavere di Tapasi
Malik, una giovane contadina. La polizia statale si affretta ad archiviare il caso come ‘suicidio'.
Tapasi si era distinta nella lotta contro gli espropri dei terreni richiesti dalla
multinazionale indiana Tata Motors, che a Singur pretende mille acri per impiantare una
fabbrica di utilitarie a basso costo con la collaborazione della Fiat.
Come atto di terrorismo contro la resistenza dei contadini, la giovane è stata
sequestrata di notte, strangolata e bruciata. Prima di essere uccisa, Tapasi è stata
violentata in gruppo dai suoi assassini.
Per questo crimine la polizia federale ha fatto arrestare il responsabile locale del Partito
comunista indiano marxista (Cpm) che è al potere in questo stato. L'uomo non è nemmeno stato
sospeso dal suo partito.
A Nandigram, distretto di East Medinipur, sempre in Bengala Occidentale, la notte tra il 6 e
il 7 gennaio 2007 squadracce del Cpm assaltano con bombe e armi da fuoco i contadini che
difendono i loro campi dal tentativo d'esproprio a favore della multinazionale chimica
indonesiana Salim. I morti accertati sono tre, ma molte persone risultano disperse. Alcuni
contadini hanno denunciato che in precedenza erano stati marchiati a fuoco sulle mani come
‘nemici del Cpm'.
La forte resistenza dei contadini e la loro esasperazione hanno portato all'espulsione dai
villaggi di Nandigram dei quadri del principale partito nel governo bengalese.
Ne è nato un conflitto che trascende gli interessi economici, che vanno dallo sviluppo
industriale alle prebende ottenibili dai quadri del Cpm e, in subordine, dalle loro
squadracce. Un conflitto per stabilire chi gestisce il potere sul territorio.
Questo conflitto, inizialmente tra i contadini di Nandigram da una parte e il Cpm dall'altra,
si è arricchito di nuovi protagonisti. Innanzitutto il Trinamool Congress Party, una scheggia
bengalese staccatasi dal Congress Party e che contesta il potere al fortissimo Cpm. Poi gli
eredi del movimento naxalita che dal 1967 per circa sei anni oppose braccianti, contadini
poveri e popolazioni tribali ai poteri politici centrali e locali (compresi i governi di
sinistra del Bengala Occidentale). Il bilancio della repressione fu di 10 mila morti e lo
sterminio di pressoché tutti i dirigenti naxaliti. Ma è un movimento che, oltre ad aver
sostanzialmente vinto nel confinante Nepal, è da tempo in ripresa anche in India, diviso in
due rami: da una parte i partiti marxisti-leninisti, che sono usciti dalla clandestinità (e
che da noi potrebbero forse essere definiti di ‘sinistra radicale'), dall'altra i movimenti
maoisti che praticano la lotta armata controllando migliaia di villaggi.
Apertamente appoggiato dal Trinamool Congress Party e implicitamente dai Naxaliti, si è
formato il Comitato di resistenza contro lo sfratto dalle terre, che coordina le lotte contro
gli espropri.
Recentemente si è inserito anche un terzo incomodo: il fondamentalismo islamico.
Nandigram ha una maggioranza di popolazione musulmana. Tuttavia non ci sono mai stati problemi
comunitaristici e i contadini musulmani e indù si sono uniti strettamente per combattere gli
espropri. Tanto è vero che l'accusa del Cpm, per giustificare la strage di gennaio, che a
Nandigram operavano fondamentalisti musulmani non è stata recepita nemmeno dai suoi alleati
del Left Front.
Ma alla fine dell'anno scorso si è fatta viva una componente fondamentalista del tutto
esterna al movimento di resistenza contadina, mettendo a soqquadro Calcutta con slogan che
mischiavano una vaga difesa dei contadini musulmani di Nandigram con l'attacco al governo in
quanto reo di aver dato asilo politico alla scrittrice Taslima Nasreen, in esilio dal
Bangladesh perché rincorsa da una fatwa per aver "offeso" l'Islam.
I tentativi del Cpm di riprendere il controllo politico di Nandigram raggiungono un picco il
14 marzo 2007 quando su pressione del governo la polizia statale cerca di occupare i villaggi.
Respinta dalla popolazione con lanci di oggetti, la polizia decide di sparare ad altezza uomo
(coadiuvata in modo documentato da elementi delle squadracce del Cpm). I morti sono 14 e i
feriti 150.
Le denunce di stupri compiuti da singoli o da interi
gruppi di poliziotti aumentano nei giorni seguenti. Medha Patkar, la nota attivista sociale
indiana, visita nell'ospedale di Nandigram una bambina di 10 anni che è stata seviziata con
il lathi (il manganello di bambù in uso nelle forze di polizia indiane).
Ma il primo ministro bengalese Buddhadeb Bhattacharjee, detto il ‘Buddha Rosso', ribadisce
che non ha niente di cui discolparsi.
Non è dello stesso parere il governatore del Bengala Occidentale, Sri Gopalkrishna Gandhi,
nipote del Mahatma, che dopo aver dichiarato di provare "un orrore agghiacciante"
per i fatti di Nandigram ed essere andato a visitare i feriti, censura l'operato del Left
Front (il Fronte delle Sinistre capeggiate dal Cpm che governo questo stato) domandandogli
"a quale pubblico interesse giovi lo spargimento di tutto questo sangue umano". La
domanda di Gopalkrishna Gandhi intende mettere il governo delle Sinistre con le spalle al
muro: infatti il Left Front, per poter espropriare i contadini, sta utilizzando una legge
coloniale britannica (il Land Acquisition Act del 1894 ) che prevede l'esproprio a fini di
‘pubblica utilità' e non, come in questo caso, per dare terreni a imprese private.
Ma nemmeno la strage di marzo è riuscita a piegare i contadini. Perché?
La legge prevede un indennizzo a prezzi di mercato per i proprietari. Punto e basta. Ma
moltissimi contadini proprietari sanno che il loro futuro non sarà per nulla roseo se passano
le requisizioni. Singur e Nandigram sono terre fertilissime che danno dai tre ai cinque
raccolti l'anno, di vari prodotti. Le terre che essi potrebbero acquistare in alternativa, con
molta verosimiglianza non potranno essere della stessa qualità, sia per la crescente scarsità
di terre da mettere a coltura (se non a costi esorbitanti), sia per la spinta speculativa del
prezzo dei terreni dovuta alla riconversione della loro destinazione d'uso.
Inoltre la maggior parte dei contadini non può nemmeno esibire un titolo di proprietà: le
donne, innanzitutto, pur potendo per legge ereditare, sono solitamente costrette dai
pregiudizi patriarcali della loro società a rinunciare a favore dei membri maschi della
famiglia; poi i braccianti, che ovviamente non hanno nessun titolo di proprietà, così come i
fittavoli e i mezzadri. Senza contare i proprietari non registrati a causa delle lacune del
catasto indiano e chi si guadagna da vivere con le attività ancillari, come il piccolo
artigianato e il piccolo commercio.
Decine di migliaia di famiglie vedono perciò come destino più probabile quello di andare a
ingrossare le baraccopoli di Calcutta e delle altre grandi città indiane. Le ricadute
occupazionali dei nuovi insediamenti industriali sono ben esemplificate dalle recenti
dichiarazioni di Debasis Ray, responsabile comunicazioni della Tata Motors, riguardo alle
possibili assunzioni alla Tata di Singur dei contadini rimasti disoccupati a causa
dell'esproprio: "Per ora non siamo in grado di fare promesse, ma di sicuro alcune persone
di quell'area potranno essere assunte".
Lo scorso novembre il Cpm decide che deve a tutti i costi ‘risolvere' la questione Nandigram.
Dopo alcune riunioni interne dove si lanciano gli slogan ‘uccidi o vieni ucciso', ‘noi o
loro', il partito invia le sue squadracce alla riconquista dei villaggi di Nandigram.
Nessuno ancora sa cosa sia successo. A lungo è stato impedito ai giornalisti di accedere alla
zona. I pochi che ci sono riusciti hanno letteralmente testimoniato che "c'era sangue da
tutte le parti".
Alla fine, per sedare gli scontri, il governo federale ha deciso di inviare la Central Reserve
Police Force, che peraltro si è lamentata della non collaborazione della polizia locale.
Gli attivisti del Comitato di resistenza contro lo sfratto dalle terre non osano tornare nelle
loro case per paura di ritorsioni.
E come al solito la violenza sulle donne si è rivelata una pratica regolare.
Nandigram è ‘riconquistata'. Ma ormai il danno politico per il Cpm e il Left Front è
fatto.
Il 14 novembre 2007, Calcutta ha ospitato un'enorme manifestazione di protesta di
intellettuali, registi, scrittori, commediografi, docenti, cioè di quella intellighenzia
progressista che fin dai tempi del Raj britannico contraddistingue la capitale del Bengala
come la città-laboratorio dell'India intera.
L'India contemporanea ci viene presentata in continuazione come un'occasione da non perdere
per i nostri investimenti industriali, commerciali, finanziari e nei servizi.
Assieme alla Cina, l'India è il paese in cui tuffarci per condividere assieme alla sua
dominante classe media le gioie di un crescente sviluppo che in Occidente invece ristagna.
Per molti versi è così. E tuttavia il quadro è largamente incompleto e parziale.
Se la classe media indiana rappresenta circa 270 milioni di persone, le statistiche ufficiali
del 2007 parlano di 836 milioni di persone che vivono con meno di mezzo dollaro al giorno.
Lo sviluppo indiano, come avviene in tutto il mondo, è fortemente polarizzato, disarticola
assetti sociali, mina le possibilità di esistenza di milioni di persone, spreca risorse,
foreste, acqua, terreno agricolo.
In una società dove la maggioranza della popolazione vive di agricoltura, i piani di
conversione di milioni di acri ad usi non agricoli (impianti industriali, strade,
infrastrutture, edilizia) saldano la devastazione del territorio a quella sociale per la
gloria di uno sviluppo di cui beneficeranno i pochi e che emarginerà i molti.
Questi piani sono parte di una guerra di ‘autocolonializzazione', come è stata definita
recentemente dalla scrittrice Arundhati Roy. Una guerra che non può più essere messa sotto
silenzi.
Nel Bengala Occidentale, il 2007 è stato caratterizzato da un violento conflitto tra
contadini e governo del Left Front (Fronte delle Sinistre), capeggiato dal Partito comunista
indiano, che ha ammesso esplicitamente di considerare conclusa la stagione delle riforme
agrarie e di puntare tutto, in chiave capitalistica, su industrializzazione e terziario. Una
chiave per cui l'agricoltura contadina è vista come una sorta di residuo semifeudale
destinato a scomparire, con le buone o con le cattive.
E le cattive significano bastonate, sevizie, stupri e massacri.
E in Italia, coinvolta in questa vicenda tramite la
Fiat, cosa si dice di queste violenze? Silenzio assoluto.
Il responsabile comunicazione del gruppo Fiat, sollecitato ad esprimersi sui fatti di Singur,
ha risposto: "Da dove arrivano (le auto) e come vengono fatte non ci riguarda".
Possiamo azzardare che questa dichiarazione non sembra proprio in linea con gli impegni di
‘responsabilità sociale' sottoscritti dalla Fiat. Ma in Italia si ragiona per sillogismi:
denunciare e criticare il governo del Bengala Occidentale vuol dire criticare i nostri
investimenti e accordi di business bengalesi. Criticare i nostri investimenti e accordi di
business bengalesi, vuol dire criticare la politica del nostro establishment economico e del
governo.
Conclusione: non si può fare.
Semplicemente non c'è lo spazio per farlo.Da noi deve andar di moda la ‘Shining India',
quella del boom economico, quella del software avanzato. Da noi deve farsi strada l'idea di
un'India con cui concludere affari o anche accordi culturali che tengano però alla larga le
decine di migliaia di intellettuali che protestano in nome della democrazia. D'altronde, non
è forse l'India ‘la più grande democrazia del mondo'. E allora cosa c'é da protestare?
Ci è richiesto di recepire unicamente un'immagine dell'India che, soprattutto, tenga ben
lontano da noi lo spettro inquietante delle centinaia di milioni che non ce la fanno, delle
donne stuprate e a cui tagliano i seni, delle decine di milioni di tribali con la vita
devastata dagli espropri, dalle violenze e dalle miniere d'uranio a cielo aperto.
Ma ciò che è più importante è evitare che le persone si accorgano che lo sviluppo indiano
è lo specchio, non deformante ma fedele, della deformità del nostro stesso sviluppo.
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