"Miseria umana della pubblicità. Il nostro
stile di vita sta uccidendo il mondo"
A cura del Gruppo MARCUSE, Elèuthera,
144 pp., € 12,00
tratto da "www.informationguerrilla.org" del
12 luglio 2006
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Siamo sottoposti a un bombardamento quotidiano
di migliaia di messaggi pubblicitari che hanno ridotto lo spazio pubblico a un catalogo
pubblicitario. Il budget mondiale del settore supera ormai i 500 miliardi di euro. Perché
tanto denaro, tanto talento, tante energie sono consacrati alla pubblicità? Perché la
crescita infinita è essenziale per l’economia capitalista. Compito strategico della
pubblicità è trasformare la propaganda industriale in voglia di consumare e così consentire
l’attuale bulimia di merci. Fino a invadere - e stravolgere - alcune sfere vitali della
società come i media, la salute e la stessa democrazia, («l’atto elettorale è un atto di
consumo come un altro», affermano i pubblicitari). Fino a quella devastazione della società
e della natura che è sotto gli occhi di tutti e che ha dato vita ai nuovi movimenti anti-pubblicitari
e per la decrescita. Il Gruppo MARCUSE (Movimento Autonomo di Riflessione
Critica a Uso dei Sopravvissuti dell’Economia), costituito da giovani sociologi, filosofi,
psicologi, medici, è attivo in Francia, dove da alcuni anni sono nati, sulla scia del
situazionismo, nuove tendenze e nuove sensibilità di critica libertaria. I MARCUSE vi si
inscrivono, con una strizzata d’occhi alla Scuola di Francoforte. Per gentile concessione dell’editore pubblichiamo un
capitolo e due estratti dall’introduzione e dalle conclusioni di “Miseria umana della
pubblicità” L’effetto principale della pubblicità è la
propagazione del consumismo. Basato sull’iperconsumo, questo stile di vita riposa sul
produttivismo, e dunque implica lo sfruttamento crescente delle persone e delle risorse
naturali. Tutto ciò che consumiamo comporta meno risorse e più scarti, più nocività e più
lavoro depauperante. Il consumismo porta così alla devastazione del mondo, alla sua
trasformazione in deserto materiale e spirituale: un ambiente dove sarà sempre più difficile
vivere e sopravvivere in modo umano. In questo deserto prospera la miseria fisica e psichica,
sociale e morale. Gli immaginari tendono ad atrofizzarsi, le relazioni sono disumanizzate, la
solidarietà si decompone, le competenze personali diminuiscono, l’autonomia sparisce, i
corpi e le menti vengono standardizzati. La miseria umana della pubblicità è, dunque, sia
questa vita impoverita che esalta una pubblicità onnipresente, sia la miseria degli ambienti
pubblicitari stessi, che illustrano in modo caricaturale l’impoverimento morale di cui
soffre la società mercantile. Per questo motivo citeremo abbondantemente i discorsi di vari
pubblicitari. Il cinismo - di cui alcuni menano vanto - fa parte a tal punto del loro «folclore
professionale» che, ad esempio, nessuno osa contestare la descrizione romanzesca che ne fa Frédéric
Beigbeder. Secondo François Biehler, pubblicitario sempre in servizio, essa è «rigorosamente
esatta». Come può giustificare la sua professione, allora? «La pubblicità serve anche a rilanciare i consumi».
I pubblicitari stessi non negano che ciò implica una buona parte di manipolazione. E cosa
significa manipolare qualcuno, se non fargli fare qualcosa che non avrebbe mai fatto
spontaneamente, come rinnovare inutilmente merce futile e nociva? Come diceva Machiavelli, il
fine giustifica i mezzi. Biehler deve quindi ritenere tollerabile questa manipolazione, in
quanto si compie in nome di un fine eminentemente consensuale: «Rilanciare i consumi e far
funzionare l’economia, il che, a priori, non è condannabile». Ecco che si tocca l’assioma che viene sotteso nella
schiacciante maggioranza dei discorsi sulla pubblicità: è bene, anzi necessario, stimolare La pubblicità è indissolubilmente legata alla
devastazione del mondo, di cui è uno dei motori. Essa vi contribuisce doppiamente: spingendo
l’iperconsumo di merce industriale, favorisce lo sviluppo di un’economia devastatrice; e
dissimulandone le conseguenze, frena una presa di coscienza ogni giorno più urgente se si
vuole evitare il peggio. Essa deve dunque essere oggetto di una critica radicale, cioè di
un’analisi che risalga fino alle sue radici. Solo coloro che identificano saggezza e
acquiescenza, spirito critico e consenso mediatico, possono accontentarsi della denuncia dei
suoi eccessi più flagranti. Capitolo 6 - LE RELAZIONI PERICOLOSE La storia insegna che ciò che può spezzare vecchie
catene spesso forgia nuove schiavitù. L’industria avrebbe potuto risparmiarci i lavori più
penosi, ma di fatto ci ha asservito a un lavoro senza tregua. La pubblicità ha giocato un
ruolo di catalizzatore in questo ribaltamento: inoculandoci l’incessante voglia di
consumare, ci ha trasformati in servi di quella macchina che si supponeva fosse al nostro
servizio. Al tempo stesso, tuttavia, essa non ha fatto altro che rivelare, aggravandoli, i
pericoli inerenti a questo modo di produzione. La propaganda industriale non poteva limitarsi alle merci classiche e rispettare l’indipendenza di quelle tre sfere fondamentali e vitali che simboleggiano ciò che di positivo si è inventata la modernità: il giornalismo, la democrazia e la medicina. Non meraviglia che essa ne abbia pervertito pericolosamente le logiche interne allorché è riuscita a metterle al servizio dell’accumulazione del capitale. Grazie alla sua azione, i media sono diventati macchine per far spendere, invece di diffondere il libero pensiero. Con l’avvento del mondo della comunicazione, essa ha spoliticizzato la politica e svuotato la democrazia della sua sostanza. Infine, impadronendosi della farmacopea, ha trasformato la medicina in sistema patogeno. Ma la pubblicità non avrebbe potuto fare il suo abituale lavoro di becchino se tali istituzioni non avessero già mostrato delle falle: di fatto, essa ha semplicemente catalizzato le insufficienze di cui soffrono gli ambiti che essa travolge con tanta facilità. L’indipendenza illusoria dei media Ovviamente, i pubblicitari si felicitano per questa «associazione
a scopo di lucro» in cui la pubblicità è il «partner dominante », in grado di «imporre
il proprio linguaggio» e «parassitizzare» lo spazio dei giornali, ormai ridotti al ruolo di
supporti pubblicitari. La simbiosi è ancora più marcata nelle riviste, trasformate in negozi
virtuali che permettono di fare lo shopping restando seduti; appare incontenibile nelle
riviste aziendali distribuite alla clientela (da parte di società ferroviarie, linee aeree,
ecc.); e diventa infine caricaturale nei magalogues, espressione di Naomi Klein derivata dalla
fusione dei termini magazine (rivista) e catalogue (catalogo), cui la scrittrice ricorre per
definire quelle «fanzines» con cui le grandi marche americane vendono i loro «stili di vita»
ai propri «fan». Nel 2004 Leroy Merlin fa uscire il suo Du côté de chez vous, abbinato
all’omonimo programma televisivo su TF1. È l’apoteosi di una sinergia
industrial-mediatica particolarmente pericolosa per quanto riguarda l’informazione. La convergenza tra pubblicità e informazione è
avvenuta mediante un doppio movimento. Da un lato, i pubblicitari mantengono la confusione dei
generi imitando lo stile e l’impostazione degli articoli giornalistici. Per lottare contro
tale pubblicità clandestina (stretto equivalente della propaganda nera che opera falsificando
le fonti), la legge ha imposto che le pubblicità vengano presentate come tali; tuttavia esse
continuano a camuffarsi nella forma di «dossier pubblicitari», di «supplementi omaggio»,
di «tavole rotonde», ecc. Ma se la pubblicità scimmiotta l’informazione,
l’informazione non si tira certo indietro. Alcuni sedicenti «giornalisti» accettano
bustarelle per moltiplicare nei loro articoli i riferimenti a quelle marche che vogliono
accrescere la propria notorietà; altri praticano il «reportage pubblicitario» o il «giornalismo
promozionale»: ibridi linguistici che oscurano la frontiera tra gli spazi promozionali e
quelli redazionali. Il giornalismo diviene così un business come tutti gli altri, tanto che
alcune redazioni si rivolgono ai consulenti di marketing per determinare le aspettative dei «consumatori
d’informazione». Tramite la mediazione dei consulenti pubblicitari, gli
inserzionisti organizzano, almeno in parte, i palinsesti della programmazione: più una
trasmissione è seguita, più attira pubblicità e quindi denaro; viceversa, le trasmissioni
meno adescatrici vengono relegate a orari impossibili. Gli inserzionisti influenzano anche i
contenuti, rifiutando che i loro spot siano abbinati a trasmissioni che suscitano emozioni
negative, nel timore che queste ultime facciano impallidire i loro prodotti. Quanto alla carta stampata, gli inserzionisti
impongono che gli annunci non siano inseriti in contesti che contengano critiche dirette alla
marca o a ciò che le viene associato: il Paese d’origine, quello di produzione, ecc. La
pubblicità rafforza così il monopolio di fatto che tende ad avere sull’«informazione» in
materia di prodotti. In questo caso i protagonisti sono i consulenti pubblicitari (cinghie di
trasmissione tra padronato e redazioni) e, ancor più, le agenzie di vendita di spazi
pubblicitari. Grazie ai «piani mediatici» (con i quali determinano i veicoli pubblicitari
appropriati per raggiungere l’obiettivo prefissato, organizzando poi il bombardamento), sono
infatti loro che possono influenzare e ricattare le redazioni, minacciando di tagliare i
viveri. Il loro potere di pressione è ancora più elevato per il fatto che questo settore è
estremamente concentrato: in Francia cinque agenzie centrali hanno «il controllo di quattro
quinti del volume totale». Poiché la pluralità degli inserzionisti, ritenuta garante della
libertà di stampa, è un aspetto in effetti secondario e illusorio, l’argomento classico in
favore della pubblicità dev’essere rimesso in discussione. Fieri di ricevere finanziamenti per la loro missione,
che è quella di analizzare e criticare in piena autonomia, certi giornalisti rivendicano il
legame che li collega alle grandi imprese. «La pubblicità, strombazza il direttore di ‘Le
Monde’, è garante dell’indipendenza del giornale». Precisiamolo: di fronte ai poteri
politici. Ma tale finanziamento comporta un’altra dipendenza: quella dalle potenze
economiche. E se parrebbe logico, nel caso di un giornale finanziato dallo Stato, che il
giornalista si trattenesse dallo sputare nel piatto in cui mangia, perché le cose dovrebbero
andare diversamente quando il piatto lo fornisce il capitale? La giornalista Florence Amalou spiega bene come la
pubblicità possa diventare un mezzo di pressione, o meglio di repressione, nelle mani degli
inserzionisti intenzionati a influenzare una linea editoriale: rappresaglie pubblicitarie
(campagne annullate in seguito ad articoli troppo critici), boicottaggio dei nuovi titoli che
si smarcano dal «pensiero unico» al servizio del padronato, giornalisti licenziati o messi
alle corde dalle agenzie pubblicitarie, «limatura» o mutilazione dei loro articoli, che
possono anche essere corretti o direttamente cestinati. Altre tecniche sono più dolci e
sornione: richiami di tipo amicale, intimidazioni, connivenze, relazioni privilegiate con i
vertici. Insieme al bastone, quelli che vogliono crearsi un «terreno mediatico favorevole »
sanno anche agitare la carota della «lubrificazione pubblicitaria»; una volta
interiorizzate, queste pressioni portano a un’autocensura che gli stessi giornalisti non
negano. Ovviamente queste pratiche sono possibili solo da
parte dei grandi inserzionisti, cosa che mette fortemente in discussione l’affidabilità
dell’informazione che li concerne. E quanto più la stampa permane in una posizione di
fragilità finanziaria, tanto più la pubblicità può comprarne il silenzio e la compiacenza.
Più un inserzionista fa pubblicità, più le redazioni gli accordano un trattamento di
favore. Così, Jean-Marie Messier, l’ex monarca di Vivendi Universal, è stato servilmente
corteggiato dai media quando era al culmine della sua breve carriera: prime pagine, interviste
all’«uomo dell’avvenire» e ritratti elogiativi si sono moltiplicati nel periodo in cui
era uno dei principali inserzionisti in Francia. La dipendenza della maggior parte dei giornali nei
confronti degli inserzionisti è ancora più problematica per il fatto che sono le marche, e
non i politici, a essere oggi giuridicamente intoccabili. Le grandi imprese sono infatti le
potenze politiche più nocive in assoluto, nel senso che sono loro a trasformare il mondo. Le
decisioni che modificano o rischiano di modificare in profondità la vita quotidiana (OGM,
nanotecnologie, flessibilità, ecc.) non vengono prese in seno ad assemblee nazionali, ma a
monte, vale a dire nei consigli di amministrazione e nei laboratori tecnico-scientifici; le
istanze politiche tradizionali avranno tutt’al più il compito di far ingoiare la pillola. Beninteso, ci sono notevoli differenze tra i media e
perciò diversi gradi di vassallaggio, ma guardiamoci bene dal credere che la pubblicità
sopraggiunga a pervertirli dall’esterno. L’interconnessione è totale: i media hanno
bisogno della manna pubblicitaria, quest’ultima ha bisogno del canale mediatico per
rivolgersi alle masse. Ma soprattutto c’è una profonda analogia nel loro modo, pur
problematico, di trasmettere i propri messaggi a masse di destinatari anonimi e atomizzati. E
in effetti, più siamo connessi ai media in modo verticale e impersonale, meno siamo legati
tra noi in modo orizzontale e personale. Un’atomizzazione che accresce la nostra dipendenza
e la nostra vulnerabilità nei confronti dei mass media, che sono di fatto a doppio taglio: più
costituiscono formidabili mezzi d’informazione «democratica» (accessibili a una larga
audience), più favoriscono la concentrazione oligarchica della parola pubblica, conferendo un
immenso potere di disinformazione a coloro che la detengono. Offrendo «pane e giochi circensi»,
gli imperi mediaticoindustriali minacciano la democrazia: la situazione dell’Italia
berlusconiana non fa altro che manifestare in modo particolarmente acuto la norma che
predomina ovunque. Il verme è nella mela. Se la pubblicità dirotta l’informazione, bisogna
anche capire, come ci invita a fare Christopher Lasch, le insufficienze dell’informazione
stessa: La comunicazione all’assalto della democrazia Negli anni Ottanta i pubblicitari si compiacevano nel
constatare che «la politica è entrata in pubblicità e viceversa». Le prospettive di
arricchimento per la vita civica appaiono esaltanti: «In una società fondata sul consumo di
massa quasi obbligatorio tutto si vende, e di frequente per ragioni molto lontane da quelle
che sono le qualità intrinseche: dall’uomo politico alla saponetta…». Per i nostri
strilloni della democrazia adulterata, «l’atto elettorale è un atto di consumo come un
altro». Questa prospettiva, che vede la politica passare dal
dominio della convinzione a quello della seduzione, non incanta più di tanto i cittadini,
tanto che in Francia vengono votate alcune leggi in materia. La pubblicità politica è così
bandita da televisioni e radio, e poi, nel 1990, anche dalle affissioni murali.
Immediatamente, la «comunicazione» si sostituisce alla pubblicità, troppo chiassosa. La
furbata è ben evidente: «comunicare» suona meno unilaterale. Ed è certamente molto più
insidioso. Come spiega un «comunicatore», «il consiglio in comunicazione non si esprime
necessariamente sotto forma pubblicitaria e non è per forza di cose vistoso». La
comunicazione è discreta, ma si tratta sempre di «influenzare le attitudini e i
comportamenti dei diversi tipi di pubblico». Jean-Pierre Raffarin, ex pubblicitario divenuto
primo ministro, incarna questa convinzione: «La comunicazione pubblicitaria è divenuta per
molti la soluzione a tutti i gravi problemi della società». Tutto sarà sistemato d’ora in
avanti a colpi di comunicazione, modalità in grado di «gestire» i conflitti sociali, di
render possibile il «management» dell’opinione pubblica. Governare vuol dire apparire. I consulenti in materia
di comunicazione applicano ora tecniche che si sono provate efficaci nel campo del commercio.
Così vengono organizzate «riunioni Tupperware» per insegnare a piccoli gruppi di politici
la demagogia del sorriso su misura; si ricorre al telemarketing, o alla pubblicità postale,
per fare due chiacchiere con i cittadini; se poi ai politici è vietato comparire nei jingles
pubblicitari delle catene televisive e radiofoniche, non per questo essi hanno perduto ogni
speranza di ficcarcisi in qualche modo. Il ruolo di comunicatore assume qui tutta l’ampiezza
possibile. Si negoziano interventi in trasmissioni valutate in anticipo sulla base della loro
capacità di veicolare il messaggio. Essendo il tempo per parlare limitato, ci si applica per
renderlo altamente redditizio ricorrendo alle regole pubblicitarie: per «vendere un’idea»
bisogna a) esprimere una promessa e una soltanto, che sia b) confacente al target, c)
semplice, d) credibile, e) durevole, declinabile, f) opportunista. Il che spiega perché le
campagne si concentrino solo su pochi temi e il discorso sia ridotto a slogan. Sotto la pressione dell’Auditel, le trasmissioni
politiche si fanno più rare; i comunicatori devono allora far passare i loro clienti in altre
trasmissioni, naturalmente di intrattenimento. Niente viene più escluso per far parlare di sé,
migliorare la propria «immagine» e imprimerla nella testa degli spettatori. Quando poi, come
di norma accade, i partiti di governo standardizzano i propri programmi per impadronirsi del
«centro», tutto si gioca in termini di «personalità» dei candidati, l’equivalente
dell’«immagine di marca», e non si parla più di politica, ma delle mogli, dei bambini,
degli hobbies. Questo degrado della vita politica raggiunge l’apice in Paesi dominati da
giunte violente che ricorrono spesso e volentieri ai servizi delle agenzie di «relazioni
pubbliche» occidentali, per raffinare la loro «comunicazione» interna ed esterna o per
scegliere la marionetta che avrà le migliori possibilità di «sedurre» le masse locali. Il
Guatemala è tra quelli che ne hanno fatto le spese: il fondatore dell’industria di public
relations ha mobilitato l’opinione pubblica americana per preparare il rovesciamento, a
opera delle élite locali e della CIA, del suo presidente democratico, che aveva osato
proporre una riforma agraria in questa repubblica delle banane della United Fruit. Per quanto i media abbiano in seguito riconosciuto di
essersi lasciati trasformare in altoparlanti delle fucine di propaganda alleate, le operazioni
d’intossicazione si sono poi moltiplicate. Al fine di giustificare l’intervento della
NATO, le agenzie di relazioni pubbliche si sono sfiancate per «far coincidere serbi e nazisti»,
alimentando così le campagne di disinformazione sull’esistenza di un genocidio in Kosovo. E
i media, gli intellettuali e le opinioni pubbliche si sono lasciati beffare. In seguito, il
Tribunale penale internazionale dell’Aja ha trovato solo 2.108 corpi e nessuna fossa comune:
il famoso «Piano Ferro di cavallo» sarebbe un’invenzione dei servizi segreti occidentali,
e peraltro l’abbietto Milosevic? è stato perseguito esclusivamente per crimini di guerra.
L’Office of Global Communication anglo-americano ha svolto bene il suo lavoro anche durante
la seconda guerra in Iraq: se le frottole sulle armi di distruzione di massa non hanno
attecchito più di tanto in Europa, il bluff dello smontaggio della statua di Saddam
(organizzato in anticipo dalla coalizione e dai media) ha comunque procurato un effetto
istantaneo di giustificazione della guerra, recuperando il potenziale emotivo delle immagini
sulla caduta del comunismo. La prima cosa di cui ci si deve riappropriare è il
senso delle parole. I governi hanno sempre fatto propaganda: in Francia, prima della seconda
guerra mondiale, c’era un ministero che portava questo nome. Il termine è in seguito
divenuto peggiorativo, e non casualmente i propagandisti si sono acconciati con il grazioso
nome di «comunicatori» (o «esperti in relazioni pubbliche»), ponendo un’aureola di onestà
sul carattere manipolatore di un lavoro difficilmente controllabile. Se si pongono queste evoluzioni in una prospettiva
storica, si può parlare con Jürgen Habermas di «rifeudalizzazione dello spazio pubblico».
Nel Medio Evo, le decisioni politiche erano prese nei segreti arcani del potere: ciò che
veniva concesso al popolo erano sfilate e feste in cui i potenti davano spettacolo di sé per
accrescere il proprio prestigio. Con l’età dei Lumi, si costituisce una sfera pubblica che
non si accontenta di acclamare passivamente il potere, ma lo contesta e lo discute: sta qui
l’origine delle moderne rivoluzioni politiche. Tuttavia, con la crescente concentrazione
economica e con l’emergere di un nuovo potere politico, quello delle grandi imprese, lo
spazio pubblico ha velocemente ripreso il suo aspetto di scena ludica dove i potenti si
pavoneggiano per ottenere un consenso plebiscitario. I grandi orientamenti politici non sono
più discussi, bensì imposti con tattiche di comunicazione che ne dissimulano le poste in
gioco: è la fabbricazione del consenso, the manufacturing of consent. Ci si può indignare del «passaggio dalla democrazia
rappresentativa alla democrazia consumista» annunciato da Séguéla, ma questo stravolgimento
si limita a esacerbare fino al parossismo quelle insufficienze intrinseche alla democrazia
rappresentativa, la quale non esige affatto l’impegno di ciascuno nella sfera politica, ma
il suo esatto contrario. Poiché il concetto di partecipazione si è ormai ridotto ad andare a
votare ogni cinque anni, non ci si può meravigliare che il potere sia stato confiscato da
professionisti della politica, esperti e altre figure chiave del mondo della comunicazione. Lo
spirito «progressista» ha la sua parte di responsabilità in questa deriva: ha disdegnato le
tradizioni popolari di autogoverno locale e non ha dato prova di alcuna chiaroveggenza di
fronte allo sviluppo industriale e mediatico, assimilandolo al Progresso e trascurando i suoi
effetti nefasti sulle condizioni concrete del dibattito pubblico e della sovranità popolare.
Non siamo ancora a questo punto, ma il sistema
pubblicitario non è meno attivo in Francia, dove mira al target che la legge gli consente: il
medico che fa le ricette. I medici sono tampinati da una legione di rappresentanti dei
laboratori farmaceutici. Si parla spesso della carenza di personale medico negli ospedali.
Ricordiamo che in questo caso c’è un rappresentante ogni nove medici! Si parla spesso della
«dura necessità», per poter finanziare la ricerca medica, di far pagare ai Paesi poveri i
diritti di brevetto, che moltiplicano per dieci o anche più il prezzo dei medicinali.
Ricordiamo che i laboratori destinano soltanto dal 9 al 18% del loro budget alla ricerca,
ovvero tre volte meno di ciò che viene destinato al marketing. A lungo persuasi di far bene il loro mestiere, cioè
di fare del loro meglio per la salute del paziente, i medici si sono resi conto che vengono
reclutati per fare consumare il più possibile determinati prodotti. Un sistema pubblicitario
efficace mira a fare di chi prescrive le ricette un braccio affidabile della tenaglia che
stritola certi malati. Ecco come si svolge il lavaggio del cervello, spiegato da chi l’ha
subìto in prima persona. All’inizio dei suoi studi, il futuro medico scopre con piacere
tutto un mondo di regali, di loghi che gli divengono familiari e di sponsor generosi che
sovvenzionano serate e settimane bianche. La contropartita sembra minima, basta far finta di
ascoltarli mentre abbozzano una graziosa «verità scientifica» su un dato prodotto. Comunque, «fanno parte della nostra formazione»,
come dicono i più vecchi, in generale già ben formattati. Più tardi, lo studente comincia a
conoscere seriamente le patologie. I libri su cui studia raccomandano certi medicinali in
grassetto, gli stessi di cui si ritrova la scintillante pubblicità nella sovraccoperta o
inserita tra le pagine. Libri scritti dal «fior fiore della medicina», che ha acquisito
notorietà grazie alle sovvenzioni di laboratori legati alle loro specializzazioni gli stessi
che producono quei medicinali. Ma per lo studente quel testo è il riferimento indispensabile,
e siccome la medicina s’impara a memoria, tutto ciò entra a far parte del sistema! Durante
l’internato, volente o nolente, frequenta i laboratori più volte a settimana (in occasione
di «visite di cortesia», di uscite organizzate, di «riunioni d’informazione», ecc.).
Inoltre, il primario può esercitare pressioni dirette o indirette affinché si orientino le
prescrizioni a favore del laboratorio X, amico del primario. Lungo tutta la sua vita lavorativa, il medico sarà
corteggiato per il suo stesso bene: riunioni, pranzi, «soggiorni di formazione» lo
arricchiranno di un sapere preconfezionato, abilmente truccato alla bisogna nelle riviste di
riferimento o nei dépliant che vantano le proprietà del medicinale (che talvolta «dimenticano»
di menzionare taluni effetti secondari). Quando sono state lanciate le pillole contraccettive
di terza generazione (meglio tollerate delle precedenti, ma considerate a rischio per un
possibile aumento delle malattie cardiovascolari), un laboratorio spiegava nelle sue schede
promozionali come, contrariamente alle pillole concorrenti, il tasso di colesterolo non fosse
aumentato con i suoi prodotti. Un esame più attento della spiegazione segnalava che questa
prova «scientifica» era stata riscontrata… nella femmina del coniglio. Le cavie sapranno
apprezzare. Quindi, anche se i medici hanno appreso (molto di recente) ad avere uno sguardo
critico, i trucchi del mestiere funzionano sempre. Allorché i rappresentanti cessano di
incentivare i medici, il volume dei medicinali prescritti nella zona geografica trascurata
(sorvegliata con la complicità dei farmacisti e delle mutue) precipita. Sono dunque i
rappresentanti ad acuire il senso critico dei medici? Sì, nei confronti di malattie che non
esistono e che vengono create a colpi di convegni e articoli «scientifici» ratificati da
rinomati professori. Una creazione particolarmente facile quando la frontiera tra il normale e
il patologico è così sottile. A partire da quali soglie bisogna prendere in considerazione
il tasso di colesterolo o la tensione arteriosa? Philippe Pignarre, che ha lavorato per diciassette
anni nell’industria farmaceutica, ci ricorda che quest’ultima costituisce il «gioiello
della corona del capitalismo». I suoi tassi di profitto sono più alti di quelli di qualsiasi
altro settore, banche comprese. Ma per mantenerli, tenendo conto della scadenza dei brevetti,
bisogna innovare di continuo e spingere con urgenza, a dispetto di ogni prudenza, al consumo
di nuovi prodotti. Pignarre ci spiega in dettaglio le strategie impiegate: si pubblica uno
stesso articolo, sotto firme diverse, per aumentare la notorietà di una nuova molecola e
suggerire ai medici che i suoi vantaggi sono stati davvero confermati; poi la si può
addirittura commercializzare sotto due nomi diversi per imporla più rapidamente (strategia
detta di co-marketing); infine si fa pressione per farla prescrivere in prima battuta, ecc.
Quando le molecole divengono di pubblico dominio, si procede alla «cosmesi» dei medicinali,
scommettendo sulla celebrità del nome di marca; ad esempio, si fa di tutto per far
dimenticare che Davanti alla difficoltà di trovare nuovi medicinali,
i laboratori si accingono dunque a inventare nuovi pazienti per vendere i loro vecchi
prodotti. A questo fine, essi ricorrono a tutti gli stratagemmi del sistema pubblicitario,
utilizzando le tattiche di comunicazione che si indirizzano direttamente alle masse per il
tramite dei media. Negli Stati Uniti è così improvvisamente comparsa una nuova malattia: «la
turba da fobia sociale». Tra il 1997 e il 1998 vi si fa riferimento, nei media, una
cinquantina di volte ma, nel 1999, l’epidemia sembra dilagare tanto che vi si fa riferimento
più di un miliardo di volte. Cosa è successo? Niente, se non lo sviluppo di una vivace
strategia di relazioni pubbliche per conto di un laboratorio che cerca nuovi sbocchi per un
antidepressivo, il Paxil, le cui vendite aumentano del 18% nell’anno 200024. Queste strategie sono pericolose, perché i medicinali
possono innestare una caterva di effetti indesiderabili, che vanno dagli effetti collaterali
benigni a quelli mortali. Ad esempio, un laboratorio propone degli ormoni per occuparsi della
«menopausa maschile»; le sue pubblicità giocano sul desiderio degli uomini di «restare
giovani» e di conservare tutta la loro libidine. Ma c’è da temere che il testosterone
proposto comporti a lungo termine un drammatico aumento dell’incidenza del cancro alla
prostata. Allo stesso modo, anche sul breve termine, i sondaggi clinici su un campione di
2.500 persone sono statisticamente troppo deboli per accertare eventuali effetti negativi
gravi (con i laboratori che, in caso di problemi, fanno tutto il possibile per spiegarli
tramite le caratteristiche delle cavie piuttosto che delle molecole). Un farmaco tagliafame ha
ottenuto nel 1985 l’autorizzazione alla distribuzione sui mercati (AMM): trombe e tamburi,
congressi sul prodotto miracoloso che migliorerà l’alimentazione di milioni di persone,
malate per aver troppo consumato o più spesso schiave di un conformismo fisico propagandato
proprio dalla pubblicità. In pochi anni viene consumato da sette milioni di
persone e qui ci si accorge della sua pericolosità: 200 persone moriranno o subiranno gravi
conseguenze. L’ingegnosità dispiegata per massimizzare la redditività del triangolo
medico-malato-laboratorio è terrificante. Il predominio dell’immagine sulla verità è un
tratto indiscutibile della pubblicità, ma nel campo della salute è criminale, perché i
medicinali sono potenzialmente delle vere e proprie mine antiuomo. Il cinismo dei laboratori trova l’eguale solo presso
i loro marketers, che sacrificano coscientemente la nostra indipendenza, e anche la nostra
vita, al Dio Profitto. Eppure sarebbe sbagliato e ingiusto imputare al solo sistema
pubblicitario questa deriva del mondo della medicina. Di nuovo, essa non fa che svelare,
aggravandole, le insufficienze di una concezione della medicina come assistenza focalizzata
sulla prescrizione di composti chimici la cui aggressività è causa di patologie e
dipendenze. Ora, le statistiche provano che i progressi della salute pubblica non sono legati
in modo decisivo ai medicinali moderni, ma molto più al miglioramento delle condizioni di
vita e specialmente dell’alimentazione, vale a dire a cose che gli individui possono
controllare da sé. Un’altra concezione della salute si profila a questo punto, una
concezione fondata sull’autonomia personale e garantita da una sana igiene di vita che
prevede il ricorso all’assistenza medica solo in certi casi particolari. Gli «spettacolari progressi» della tecnica medica
non solo non hanno contribuito granché all’aumento della speranza di vita, ma hanno avuto
effetti nefasti non voluti o previsti dai medici. Da un lato questi effetti, invece di
spingere gli individui a prendere in mano la loro salute per costruire un modo di vivere più
sano, hanno rinforzato l’idea che la salute è assicurata al meglio tramite il consumo
quotidiano di cure prodigate da istanze specializzate. Dall’altro lato, sono stati
sistematicamente usati per giustificare le condizioni di vita moderne: condizioni che sono
sempre più patogene! Il cancro, causa di morte per 150.000 francesi ogni anno, è
un’epidemia legata all’industria, più precisamente a quella chimica, che è anche alla
base della farmacopea. Come scriveva Ivan Illich, “la civiltà industriale crea nuove
malattie e il sistema medico stesso è ben lungi dall’essere sano: Una struttura sociale e
politica distruttiva trova il suo alibi nel potere di appagare le proprie vittime con terapie
che esse hanno imparato a desiderare. Il consumatore di cure diviene impotente a guarirsi o a
guarire chi gli sta vicino”. CONCLUSIONI Era ora che la pubblicità provocasse una reazione
proporzionata alla ripugnanza che ispira a molti di noi: la pubblicità è in sé infame, è
propaganda industriale che si spaccia per informazione e talvolta passa per tale. È infame
per ciò che promuove: l’edonismo adulterato, il narcisismo delle apparenze mercantili, la
noncuranza cool e il disprezzo del passato che sta dietro alla beata nostalgia della «vera
vita campestre». È infame soprattutto perché è un potente motore di quel consumismo e di
quel produttivismo che sono all’origine del saccheggio della natura e delle società, al
quale contribuisce in misura ancora maggiore mascherando la devastazione del mondo che ne
consegue e che, malgrado tutto, salta agli occhi. Non ci si può che rallegrare del lavoro di tutte
quelle associazioni che si sforzano di sensibilizzare la popolazione su questa peculiare
nocività e che lottano compatte contro il suo imperialismo. Ma questa battaglia resta troppo
spesso parziale; condotta per vie legali e giuridiche, essa è simile a quella di Sisifo
contro il suo masso, che rotola sempre giù dal pendio. Non ci si può limitare a criticare la
pubblicità, come ha ben capito l’associazione Casseurs de pub che, traendo le dovute
conseguenze dalla sua attività iniziale, oggi pubblica un giornale intitolato « È indissolubilmente legata alla divisione del lavoro,
alla concentrazione economica, al ruolo del denaro nella nostra società; in breve, al fatto
cruciale che noi affidiamo alle grandi imprese, dietro pagamento, il diritto di occuparsi
della nostra vita al nostro posto. Non ci si può dunque accontentare di rompere la vetrina
pubblicitaria, perché dietro di essa c’è il potere ideologico e pratico che esercitano le
grandi marche sul nostro quotidiano, ed è questo che va messo sotto accusa. Non bisogna
aspettarsi nulla dalle marche, soprattutto quando, come sottolinea Stuart Ewen, recuperano le
critiche per darsi un’immagine di «imprese responsabili» che s’ingegnano per mettere una
spruzzata di etica sulle loro etichette, o per passare una mano di pittura verde sulle lamiere
ondulate delle loro fabbriche: La cultura di massa ci interpella nella stessa lingua
della nostra critica, invalidandola giacché propone le soluzioni della grande impresa ai
problemi della grande impresa. Finché non ci confronteremo con l’infiltrazione del sistema
mercantile fin nei più reconditi meandri dell’esistenza, lo stesso cambiamento sociale
resterà un prodotto della propaganda delle marche. Abbiamo assistito ai primi passi di una
politica della vita quotidiana; ma questa politica è subito divenuta un pupazzo nelle mani
della controparte. […] Bisogna restare vigili e rigettare ogni forma di progresso sostenuta
dalle marche. Una volta che si sia presa coscienza del carattere
devastante del sistema industriale, cosa si può fare per evitare di essere complici della sua
espansione? Oggi è impossibile non fare compromessi, tenuto conto delle costrizioni implicite
nelle nostre condizioni di vita. Ma la necessità di fare tutto il possibile per riprenderne
il controllo non è per questo meno pressante. Bisogna cercare di uscire dalla nostra dipendenza
quotidiana da una megamacchina statal-industriale che ci assiste in tutti i nostri atti. E
dunque imparare a vivere altrimenti: lavorare e consumare diversamente, al tempo stesso meno e
meglio; preferire, quando è ancora possibile, il mercato al supermercato, Ma per comprendere il fenomeno pubblicitario, e
pretendere di opporvisi, bisogna vedere più in là della dittatura del profitto e del
produttivismo; o meglio, bisogna sforzarsi di coglierne tutte le manifestazioni concrete,
comprese quelle che intaccano, a causa della venalità generalizzata e della logica della
redditività, il nostro quadro di vita e l’esistenza che vi conduciamo. Una critica seria
della pubblicità non può inoltre esimersi da una critica dei mass media e della stampa
contemporanei, progressivamente divenuti una gigantesca pagina pubblicitaria. Come non può
tralasciare una critica all’urbanismo e all’organizzazione moderna dello spazio, con le
sue reti di trasporti peraltro tanto propizie al martellamento pubblicitario. E tale critica, non ci conduce forse a interrogarci
sul valore di certe infrastrutture che il mainstream dell’oscurantismo sedicente «progressista»
pubblicizza in maniera costante? Pensiamo a tante cose, e in particolare - per non esitare a
rimettere in discussione un consenso tanto cieco quanto universale (soprattutto nei francesi)
- agli aeroporti, alle autostrade, alle linee ad alta velocità, alle antenne per le reti di
telefonia mobile, e ovviamente ai progetti internazionali per costruire in Francia nuove
centrali nucleari a basso costo o sperimentali (progetti EPR e ITER). Non è il caso di
interrogarsi, per ogni singola situazione e in modo preciso, sui «benefici» che queste
infrastrutture ci apportano in relazione a quelle che rimpiazzano e in relazione alle
alternative di cui impediscono lo sviluppo? Di domandarsi se questi benefici non si realizzano
in realtà solo a vantaggio di una minoranza? Di confrontare tali presunti benefici con i
costi di queste infrastrutture per la collettività in termini di budget colossali, di
ricadute nocive, di risorse mobilitate e soprattutto di rischi indotti? Perché, di nuovo, il
loro effetto è quello di favorire l’espansione dello sviluppo industriale e della logica
concorrenziale, quando sembra invece urgente frenarli e deviarli per evitare il disastro
ecologico e umano che si profila all’orizzonte. Certo, questa messa in discussione non deve essere
fatta solamente in nome dei disagi e delle ricadute nocive subite dalle popolazioni locali, ma
nella prospettiva di una critica globale di un sistema universalmente nocivo (e in che
misura!) che esige queste infrastrutture per svilupparsi. I movimenti locali vengono così
spesso sconfitti perché restano prigionieri di rivendicazioni troppo private che
immediatamente li discreditano. Se è facilmente comprensibile che essi non abbiano voglia, e
a buon diritto, di avere questi sconci vicino casa, perché altri dovrebbero invece volerli? Da questo punto di vista, la lotta contro la pubblicità,
in particolare nelle forme che ha assunto a partire dalle azioni dell’autunno 2003, è
interessante a più livelli. Intanto ha consentito di prendere le distanze dalle
rivendicazioni corporative avanzate dalla maggior parte dei sindacati. Poi si è affrancata,
quanto meno nei discorsi dei suoi promotori più conseguenti, dalle contraddizioni classiche
della critica della pubblicità, quella che si adombra pudicamente per i metodi più
scandalosi come la «persuasione occulta», continuando però a ripetere docilmente
l’assunto delle nostre operose élite: «La crescita non è il problema ma la soluzione».
Se si pensa veramente che la crescita sia un obiettivo auspicabile, allora bisogna attrezzarsi
con mezzi adeguati, e una scialba réclame utilitarista e informativa non ne fa parte. Se
s’intende accettare il saccheggio del mondo da parte dell’iperconsumo, allora è meglio
che esso venga mascherato con sfavillanti spot pubblicitari, tanto sensazionali quanto
mistificatori. Intendiamo denunciare con fermezza anche le altre
illusioni di cui si nutrono le critiche ingenue della pubblicità. Allo stato attuale dei
rapporti di forza, non c’è alcuna ragione perché la pubblicità arretri o fermi la sua
avanzata. Non c’è alcuna ragione, ad esempio, perché i bambini delle scuole francesi
sfuggano, quando sarà il momento, al trattamento pubblicitario shock che viene già
somministrato ai loro coetanei negli Stati Uniti. Le riforme dell’istruzione pubblica hanno
attivamente promosso tutte le condizioni affinché le scuole francesi abbiano sempre più
bisogno del denaro dei poteri forti privati, e ben presto molte saranno attaccate a flebo
commerciali. È possibile che talune iniziative riescano, almeno in certi istituti, a
ritardare la scadenza, ma da sole non potranno cambiare il problema di fondo. Concentrandosi
su un capro espiatorio facile come la pubblicità, esse anzi contribuiscono a occultare la
funzione cui l’istruzione pubblica tende a restringersi, con la benedizione dei genitori
preoccupati per il «futuro» dei loro bimbi: quella di preparare questi ultimi a diventare
impiegati «competitivi» e consumatori «razionali». La questione della pubblicità illustra in modo crudo
quanto sia oggi difficile apportare dei miglioramenti a un aspetto particolare della vita
sociale senza chiamarne in causa anche tutti gli altri. La pubblicità rappresenta
perfettamente la vita che conduciamo! Il riflusso pubblicitario non potrà ovviamente
risultare se non da un regresso della produzione mercantile e dall’emergere di altri
rapporti sociali (dove sarà magari più consueto venire in aiuto dei propri vicini che
accettare denaro per far installare un pannello pubblicitario in uno spazio di cui si è
proprietari). Non potrà verificarsi se i rapporti di forza e l’organizzazione della vita
non muteranno profondamente. E perché questo avvenga, non basterà certo invocare lo Stato,
nella speranza che limiti il bombardamento in atto e difenda quei cittadini impotenti che ha
largamente contribuito a espropriare di ogni potere sulle loro vite. Per arrivare a toccare
questioni cruciali, la pubblicità non dev’essere contestata isolatamente, bensì usata come
una interessante via d’accesso per arrivare a una critica radicale del capitalismo. […] In un contesto storico in cui il sabotaggio ci sembra
nuovamente chiamato a ritrovare i suoi titoli nobiliari, le azioni contro la pubblicità hanno
anche saputo riallacciarsi alla critica dello spettacolo. Iconoclaste e profanatrici, esse
hanno aggredito - spesso inconsapevolmente, ma talvolta in modo del tutto cosciente - il cuore
del capitalismo: il feticismo della merce. Al capitalismo non basta sfruttare gli uomini
dall’esterno, con l’appoggio dello Stato e delle sue coorti armate; Nel 1921, Walter Benjamin aveva già capito che il
capitalismo è «la celebrazione di un culto senza sogni e senza pietà». Tale culto è
quello del denaro e della sua incarnazione in forma di merce: «senza pietà», cioè
inesorabile e permanente, «senza sogno», cioè senza utopia e senza speranza. Un culto che
non promette alcun superamento verso un altrove, ma soltanto la propria intensificazione; che
organizza un mondo chiuso nel «qui e ora» mercantile, un mondo esposto in un presente senza
memoria. Per dirla con Herbert Marcuse, si tratta di un mondo unidimensionale nella misura in
cui è privo di ogni ideale che lo trascenda e che permetta dunque di uscirne per giudicarlo e
criticarlo. L’uomo a una sola dimensione che gli corrisponde non fa altro che proiettarsi
verso nuove spese. E non potrà mai ribellarsi: senza sogni, non c’è rivolta. I grandi sacerdoti di questo culto senza tempi morti
sono indubbiamente i pubblicitari. San Cathelat considera le sue contorte opere come le
vetrate di quelle «cattedrali moderne» che sono gli ipermercati. San Séguéla, profeta
esaltato della pubblicità «divina», «missionaria» e «immortale», ci assicura che essa
è precisamente «l’eucarestia di quella grande messa pagana che è il consumo». La prova
dell’«essenza divina» del sistema pubblicitario, ci spiega, è che esso «fa il mondo a
sua immagine». E così «ipnotizza la nostra infanzia, manovra la nostra gioventù,
abbrutisce la nostra maturità». Nessun sacrificio è sufficiente per questo idolo, tanto
vorace quanto spietato. Evangelizzatori delle masse, questi pastori dei centri commerciali
guidano le loro pecorelle verso le casse, santificando da bravi curati al passo coi tempi un
capitalismo ipersviluppato. Davanti alla miseria umana che questo propaga, loro
promettono ciò che può solo intensificarla: la consolazione attraverso il consumo,
fondamento di questo miserabile surrogato di religione che è appunto il consumismo, nuovo
oppio dei popoli. Blando euforizzante e potente narcotico, questo procura soddisfazioni
illusorie e instilla una rassegnazione reale. I pubblicitari sono mercanti di sabbia che
lavorano per espandere il deserto. Nei secoli XVIII e XIX, i pensatori illuminati
ritenevano che la critica della religione fosse la premessa di ogni critica. In un opuscolo
situazionista del 1966, intitolato De la misère en milieu étudiant, Mustapha Khayati
delineava una nuova configurazione storica, nella quale ci ritroviamo oggi più che allora: Fonte: MISERIA UMANA DELLA PUBBLICITA’. Il nostro
stile di vita sta uccidendo il mondo, Gruppo MARCUSE, Elèuthera, 2006, 144 pp., € 12,00
Il gruppo M.A.R.C.U.S.E. Di seguito riportiamo alcuni link interessanti a
movimenti e associazioni vicine alle posizioni del gruppo M.A.R.C.U.S.E., ma anche più
istituzionali o non centrati sulla Décroissance.
In Italia
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