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Suadente,
elegante, gentile. Sempre pronto a soddisfare qualsiasi richiesta epidemiologica. È
l’informatore medico-scientifico, che è prodigo di consigli e statistiche per il medico
(ospedaliero o di famiglia) che gli presta attenzione. Un’attività lecita, spesso
interessante per conoscere i risultati della ricerca farmacologica. Una attività dalla quale
però il medico difficilmente riesce a liberarsi: congressi in lussuose residenze, pranzi e
lusinghe. Tutto lecito ma il rischio di prescrivere il farmaco di una marca rispetto ad altro
(a parità di efficacia) c’è. E così un medico irlandese ha provato a divorziare dal mondo
farmaceutico raccontando la sua esperienza a un giornale scientifico senza evitare di
descrivere l’amarezza riscontrata per una scelta difficile e coraggiosa.
Cosa succede quando si slega il guinzaglio che lega i medici alle case farmaceutiche? L’esperimento è stato raccontato sul British Medical Journal e quello
del dottor Shane O’Hanlon, specialista in medicina geriatrica presso il Mercy University
Hospital di Cork in Irlanda. L’uomo ha deciso di tenersi lontano per un anno dai
rappresentanti, dal materiale promozionale e dagli eventi sponsorizzati dalle case
farmaceutiche.
L’esperimento è stato duro (racconta il medico), difficilissimo sfuggire alle
malie dei rappresentanti e dei “doni”, in viaggi e gadget, offerti dalle aziende, ma è
riuscito, tanto che alla fine il medico ha deciso di continuare così nel suo divorzio dalle
case farmaceutiche: «Non ho rimpianti - racconta O’Hanlon - adesso faccio le mie scelte
prescrittive in base a mie ricerche personali, e ho maturato un sano scetticismo nei confronti
dei suggerimenti prescrittivi dei miei colleghi. Ho capito che è impossibile evitare del
tutto le promozioni farmaceutiche ma se ne può minimizzare l’influenza».
Visite
in studio dei rappresentanti con campioni omaggio e altre proposte, materiale promozionale
ovunque, pubblicità sui giornali medici e poi i convegni con sessioni ad hoc organizzate
dalle aziende per pubblicizzare un nuovo farmaco, il tutto addolcito da mega-pranzi offerti ai
medici, hotel sontuosi dove soggiornare durante il convegno, sempre a spese delle aziende,
corsi di aggiornamento gratis. Anche se ridimensionate negli anni, queste pratiche sono ancora
in uso.
Ma quanto pesano sull’etica del medico?
O’Hanlon ha deciso di capirlo sulla sua pelle, stando un anno lontano dalle case
farmaceutiche: «Fu passare al caffè decaffeinato - racconta O’Hanlon - che iniziò tutto,
in un flash di lucidità realizzai quanto sia eticamente discutibile la corte che i
rappresentanti delle aziende fanno ai medici. Mi resi conto che orientavo le prescrizioni in
base ai consigli di colleghi quasi sempre influenzati dai rappresentanti. Decisi allora di
prendermi una vacanza per svincolarmi da questo dilemma morale». Fu dura, continua: per molto
tempo i rappresentati continuarono a bussare al suo studio anche se lui li rimandava indietro.
A vari convegni cui partecipò, O’Hanlon decise di portarsi un panino e sfuggire al lauto
pranzo offerto da questa o quell’altra azienda.
Alla fine i rappresentanti presero a evitarlo: giravano i tacchi appena ne leggevano il nome
sul badge. «Un anno dopo l’esperimento dovevo decidere se
rimanere pulito o tornare alla normalità - conclude. Ricordavo i privilegi (alberghi pagati,
cene, viaggi) offerti dalle aziende e anche di aver rinunciato a meeting e eventi conviviali
notturni nei giorni di congresso. Ma il mio comportamento mi faceva sentire più indipendente.
Ora credo che in futuro gli odierni rapporti con le aziende saranno visti ingiustificabili».
Fonte:
ilmessaggero.it
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