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Ricette
false per farmaci molto costosi prescritti a ignari pazienti che non soffrivano delle
patologie indicate (ma alcuni si sospetta che non siano neppure mai esistiti), oppure ceduti
gratuitamente anche a chi non aveva la documentazione prevista per averli: per anni l’Asl
avrebbe liquidato le somme relative a certe farmacie, sempre le stesse, che presentavano le
richieste di rimborso con le prescrizioni e le fustelle tolte dalla scatola.
Apparentemente infatti era tutto regolare. Invece in questo modo fino al 2009 centinaia di
migliaia di euro non dovuti sarebbero stati fatti pagare indebitamente al Servizio sanitario
nazionale. Un megaimbroglio del quale, secondo l’accusa, fanno parte medici (tra cui anche
oncologi), farmacisti, e informatori scientifici, in tutto una trentina di persone. Per alcuni
di loro l’ipotesi di reato è associazione per delinquere finalizzata alla truffa, tutti
sono indagati per truffa ai danni dello Stato e falso.
Il fascicolo è stato avviato nel 2008 dal pm Enrico Cieri che qualche mese fa ha chiesto la
proroga delle indagini affidate al Nas dei Carabinieri del capitano Sabato Simonetti. Indagini
complicate che riguardano mesi e mesi di rimborsi richiesti e liquidati alle farmacie finite
sotto la lente d’ingrandimento della Procura. Il lavoro probabilmente sarà ancora lungo.
Alcuni degli oncologi coinvolti collaborano con il Sant’Orsola, l’Ant, l’Asl di Ferrara,
e l’Asl di Cento. Secondo l’accusa avrebbero favorito i rappresentanti delle case
farmaceutiche coi quali avevano contatti per essere messi al corrente delle ultime novità
nelle cure tumorali e di quelle relative alle conseguenze della chemioterapia, come per
esempio le infezioni micotiche. L’avrebbero fatto facendosi dare i farmaci direttamente da
loro (grazie a prescrizioni irregolari) che così potevano intascare gli incentivi messi a
disposizione dalle ditte.
"Ma i miei assistiti volevano soltanto agevolare i pazienti – dice l’avvocato
Alessandro Armaroli. – Alcuni si sarebbero dovuti rivolgere alla Ausl di provenienza, in
un’altra città, per poi tornare qui. Bisogna ricordare che si parla anche di pazienti
terminali, logorati dalla malattia e anche dalle cure molto pesanti alle quali erano stati
sottoposti. C’è persino il caso di una persona che se il medico non l’avesse aiutato,
sarebbe dovuto rientrare in Sicilia". L’inchiesta bolognese ricorda una vicenda analoga
scoperta a Roma nel 2008. Erano centinaia le ricette prescritte a ignari pazienti: tra loro
anche un gruppo di suore di clausura di un convento, e molti nomi ricavati perfino
dall’elenco del telefono, mentre le cure (in quel caso erano antibiotici) erano state
prescritte a chi non ne aveva alcun bisogno.
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