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Medici italiani sempre più stressati.
La paura di commettere errori, i turni a volte massacranti, il timore di ritrovarsi 'a spasso'
o in pensione troppo presto, possono risultare fardelli troppo pesanti da sopportare.
Soprattutto sulle spalle di quei camici bianchi più fragili che, nella maggioranza dei casi,
non volendo o non sapendo a chi rivolgersi, rischiano di precipitare nel 'buco nero' della
depressione. Sono infatti almeno 5 mila i medici
italiani che, smarriti e sotto stress, si rifugiano in alcol e droghe, soprattutto cocaina.
Un numero che fa impressione, se si pensa che si tratta di professionisti che si occupano
della salute dei cittadini.
E' l'ultima fotografia sui medici italiani colpiti da
burnout (dipendenza patologica professionale), una malattia pericolosa che, se
non curata, può portare anche a soluzioni estreme. A scattarla è Beniamino
Palmieri, professore di chirurgia dell'Università degli Studi di Modena e
Reggio Emilia e coordinatore del progetto 'Medico cura te stesso', network che ha, tra gli obiettivi, proprio
la tutela dei camici bianchi che si ammalano o che vengono colpiti da bornout.
Il fenomeno riguarda in Italia il 30% dei medici over 50. Praticamente 1 su 3.
"I medici - spiega Palmieri - nonostante abbiano dei livelli di mortalità inferiori
rispetto alla media della popolazione, hanno però, un rischio maggiore d'essere affetti da
alcuni problemi di natura fisica e psicologica. Chi esercita questa professione, rispetto alla
media della popolazione, è maggiormente interessato
da una o più delle tre 'd': drugs, drink and depression, vale a dire farmaci,
alcolismo e depressione, compreso il suicidio".
Non è un caso che, in tutto il mondo, il tasso di suicidi tra i camici bianchi è due volte
superiore a quello della popolazione generale tra gli uomini e addirittura quattro volte tra
le donne.
"Il burnout - spiega Palmieri - è una sindrome caratterizzata da stress
lavorativo, esaurimento (tensione emotiva, ansietà, irritabilità ovvero noia, apatia,
disinteresse), conclusione difensiva (distacco emotivo dal paziente assistito, cinismo,
rigidità)".
A farne le spese sono soprattutto anestesisti,
chirurghi, ginecologi e medici del pronto soccorso, in maggioranza uomini
(nell'80% dei casi). "Tutti medici - spiega Palmieri - sottoposti a grande stress. Molti
lavorano 50-60 ore a settimana, ma il sovraccarico non è solo di fatica: c'è quello
emozionale e, sempre di più, c'è il peso della
burocrazia e dei conflitti tra colleghi. A tutto ciò si sommano fattori
culturali che rendono più difficile per i dottori chiedere aiuto".
"Circa il 99% dei camici bianchi in difficoltà
- sottolinea l'esperto - non vuole o non sa a chi rivolgersi. Di questi -
aggiunge - il 45% si autocura". E resta al lavoro. "La quasi totalità, anche tra
quelli che fanno uso di droga, soprattutto cocaina, e alcol, trova una coesistenza tra
professione e abusi".
"A cadere nella trappola - spiega Palmieri - sono proprio i camici bianchi che dedicano
tutta la lora vita al lavoro. Sempre pronti a correre in ospedale e sostenere turni
massacranti". Professionisti 'scoppiati' che iniziano a essere depressi e a rifugiarsi
nell'alcol o nella droga o in entrambi.
"A rimetterci è anche il rapporto con il paziente. "Studi scientifici - aggiunge
l'esperto - hanno infatti dimostrato che un medico stressato non solo è meno disponibile al
dialogo, ma rischia più facilmente di commettere errori, anche fatali".
"Il più delle volte - spiega Palmieri - il medico non chiede aiuto, perché ha paura di
essere riconosciuto e di avere ripercussioni sulla carriera". C'è poi un altro fattore
che non facilita la risoluzione del problema. Non tutti i medici colpiti da burnout sanno
davvero di trovarsi in difficoltà. "C'è un 15% di camici bianchi che ignora di esserne
colpito. E circa il 18% convive con uno stato cronico di depressione". Intanto, a fronte
di dottori inconsapevoli e di una rete di assistenza debole, il fenomeno cresce. "Negli
ultimi cinque anni - spiega l'esperto - il burnout nel nostro Paese è aumentato ogni anno
dell'1%".
(...) L'ultimo caso in ordine di tempo è quello di una guardia
medica di 58 anni che, a Roma, beveva
durante il servizio. Avrebbe dovuto rispondere al telefono dell'ambulatorio e
all'occorrenza curare i malati, di persona oppure dando indicazioni via cavo. Invece era
spesso ubriaco. Oppure non c'era, avendo l'abitudine di anticipare di parecchio il suo orario
di fine turno.
Fatto sta che si è ritrovato imputato in un'aula del
tribunale di Roma, con l'accusa di interruzione di servizio di pubblica utilità e minacce nei
confronti dei suoi colleghi che, dopo mesi di sopportazione, lo avevano denunciato
provocandone la sospensione. E lui, per vendicarsi, aveva cominciato a telefonare a tutte le
ore, sulle linee riservate alle emergenze sanitarie, per riempirli di minacce e di improperi.
Un altro camice bianco finito recentemente sulle pagine dei giornali per motivi tutt'altro che
medici è quello che, in servizio in un pronto
soccorso del napoletano, è stato sorpreso dai Carabinieri a comprare cocaina.
Ma in fatto di droghe l'episodio che ha fatto più scalpore si è registrato a
dicembre a Galatina, in provincia di Lecce, dove il direttore
sanitario dell'ospedale 'Santa Maria Caterina Novella' ha addirittura inviato una circolare
interna per ammonire il personale medico e gli infermieri a non fare uso di cocaina
durante l'orario di servizio.
L'invito era stato rivolto dopo alcune segnalazioni anonime giunte alla direzione sanitaria
del nosocomio salentino. A pagarne il conto è stato però proprio il direttore sanitario, che è stato sospeso dalla
direzione generale dell'Azienda sanitaria.
(...) Il ministero della Salute del Galles - aggiunge - sta ad esempio compilando
un registro dei medici e studenti di medicina che hanno avuto esperienza di malattie
psichiatriche o di abuso di sostanze, in modo da stabilire come queste persone possano
continuare a lavorare o studiare proteggendo l'interesse pubblico".
I risultati dell'indagine sono eloquenti: "Si è notato - spiega l'esperto - che i casi
di depressione (10% non grave e 16% borderline) erano statisticamente associati alla mancanza
di tempo libero a causa del lavoro stressante per le continue richieste dei pazienti, alla
quantità ingente di telefonate, a una vita frenetica, all'essere single e senza figli,
all'abuso di alcol, all'obesità, a una carriera insoddisfacente e a lavorare in ambienti poco
stimolanti".
FONTE:
http://it.notizie.yahoo.com/7/20110215/thl-sanita-medici-sempre-piu-stressati-i-6a24347.html
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