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Lo rivela il 'New England Journal of Medicine'. Il
94% dei camici bianchi intrattiene rapporti con le aziende del farmaco. Quella dei cardiologi
è la categoria più coinvolta
ROMA - C'è un legame a filo doppio negli Stati Uniti fra i camici bianchi e le industrie
farmaceutiche. Circa il 28% dei medici infatti riceve dalle aziende del
farmaco somme di denaro per consulenze di vario genere, mentre ben
il 94 per cento intrattiene rapporti con queste ultime.
A rivelarlo è un'indagine pubblicata sul 'New England Journal of Medicine' e condotta dall'Institute
for Health Policy, Massachusetts General Hospital–Partners Health Care System and Harvard
Medical School di Boston, dall'università di Melbourne e dalla Yale University, fra la fine
del 2003 e l'inizio del 2004, su un campione di 3.167 medici appartenenti a sei specialità
diverse: cardiologia, anestesiologia, medicina generale, medicina interna, chirurgia e
pediatria. Secondo questa ricerca, cene, pranzi, serate di gala, corsi
di aggiornamento 'offerti' e, in qualche caso - uno su quattro nel dettaglio - anche veri e
propri pagamenti in denaro sarebbero la normalità per i medici d'oltreoceano.
A saltare agli occhi è l'altissima percentuale di medici che vanta una qualche
relazione finanziaria con almeno un'industria farmaceutica. Al di là di cene
'sovvenzionate' o di campioncini di prodotto in omaggio, oltre un terzo degli intervistati ha
dichiarato di ricevere rimborsi per la partecipazione a congressi e meeting (35%), mentre il
28 per cento ha ammesso di percepire somme di denaro per consulti, letture o per il
coinvolgimento di pazienti in trial clinici. Tra i vari specialisti presi in esame, i
cardiologi sono quelli risultati più coinvolti in questi meccanismi, il doppio rispetto ai
medici di famiglia che in compenso però sono quelli che ricevono più visite da parte degli
informatori scientifici. Cosa che, se da un lato garantisce una maggiore
informazione e aggiornamento sui farmaci in commercio, dall'altro rischia di alterare le
prescrizioni trasformandole in uno scambio di favori.
Eppure nel 2002
la Pharmaceutical Research
and Manufacturers of America, ossia
la Farmindustria
d'oltreoceano, ha varato un nuovo codice deontologico che vincola i
rapporti fra medici e industrie all'unico obiettivo del beneficio per i pazienti. E
anche l'American Medical Association e l'American College of Physicians, le due principali
associazioni mediche, hanno adottato norme simili. Regole però che non sono seguite nei
fatti: l'83% degli intervistati ha detto di aver ricevuto regali e il 7% biglietti per match
sportivi o serate culturali. Per quanto riguarda i pagamenti poi, il 18%
dei medici ha dichiarato di aver ricevuto denaro per un consulto scientifico, il 16% per fare
da chairman in un convegno, il 9% per partecipare ad un comitato di esperti e il 3% per
reclutare pazienti da inserire nelle sperimentazioni cliniche. Il 26% infine ha
ricevuto rimborsi per le spese sostenute per partecipare a congressi e convegni scientifici.
Variabile determinante nella frequenza e nel tipo di rapporto fra medici e aziende del farmaco
sembra essere la specializzazione dei primi. I pediatri, ad esempio, sono meno inclini
rispetto agli internisti a ricevere rimborsi o pagamenti. Gli anestestisti sono meno soliti
accettare campioni di farmaci così come rimborsi spese e pagamenti rispetto ai medici di
famiglia, agli internisti e ai cardiologi. Questi ultimi, invece, sono doppiamente portati a
ricevere pagamenti per servizi professionali rispetto ai medici di medicina generale, ai
pediatri e agli anestesisti. Ai medici di famiglia infine spetta il primato per le visite da
parte degli informatori scientifici: 16 al mese contro le 10 degli internisti, le 9 dei
cardiologi, le 8 dei pediatri, le 4 dei chirurghi e le 2 degli anestesisti.
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