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Un giovane trentenne è morto qualche tempo fa in Cina dopo aver
giocato online in un internet cafè per ben tre giorni ininterrottamente.
Secondo i medici che lo hanno soccorso dopo che era stato portato
d’urgenza in ospedale, il giovane sarebbe deceduto a causa dei problemi cardiaci
causati con molta probabilità dalla lunghissima esposizione al computer. Negli anni ’90 uno
psichiatra statunitense, Ivan Goldberg, coniò per questa strana forma di ossessione il
nome di Internet dipendenza o Internet Addiction Disorder (IAD)
e, a distanza di anni, non sembra che questa sindrome
sia in remissione, tutt’altro: sono sempre più numerosi i giovani e non solo che vengono
coinvolti nella vita virtuale in maniera ossessiva e totalizzante, così totalizzante da
sostituire la vita reale con quella virtuale.
Goldberg e, dopo di lui, molti colleghi hanno
esaminato i sintomi
tipici di questa dipendenza e hanno individuato tre comportamenti che progressivamente vanno
letti come indicatori significativi di una IAD in sviluppo. La prima spia di allarme si
accende quando nel corso della giornata si ripetono continuamente le stesse azioni: controllo
della posta elettronica più volte al giorno, troppo tempo passato in chat oppure ricerca di
programmi e strumenti per comunicare online sempre più innovativi; la seconda tappa è
definita tossicofilia ed è caratterizzata da un tempo sempre maggiore trascorso on-line,
anche durante l’orario lavorativo, a scapito di ore di sonno
e con un crescente senso di disagio e sofferenza quando si è scollegati, una sensazione del
tutto paragonabile a quella dell’astinenza; infine si raggiunge lo stato di tossicomania
quando ormai l’ossessione della rete compromette i rapporti interpersonali, quelli
scolastico-lavorativi e porta ad un isolamento sociale.
La Internet Dipendenza
è un disturbo dei nostri tempi e sta già assurgendo agli onori della cronaca non solo per le
vittime che miete, soprattutto tra i giovanissimi, ma anche perché gli esperti chiedono di
inserirla a pieno titolo nei disturbi mentali riconosciuti. Negli Stati Uniti è tutto un
fiorire di comunità terapeutiche e centri di disintossicamento da Internet, anche se la
prevenzione resta ancora l’arma migliore per cercare di affrontare questo disturbo. Non si
deve trascorrere più di un’ora o due connessi on-line ed è importante integrare il tempo
passato online con svaghi reali come fare shopping, avere relazioni sociali o altri hobby, non
sostituire mai la socializzazione reale con quella virtuale e se si inizia a sentire una
sensazione incontrollabile di collegarsi ad internet è bene chiedere aiuto a un esperto:
consigli utili non solo per chi è cosciente e in grado di riconoscere tempestivamente i primi
sintomi di una dipendenza da internet, ma anche per i genitori che sempre più spesso si
trovano a dover fare i conti con adolescenti che sostituiscono le normali reti di relazioni
sociali con relazioni virtuali. Il problema non è rappresentato solo dalle chat line dove si
conoscono persone e che rischiano di sostituire i luoghi tradizionali dove si fa conoscenza e
si stabiliscono rapporti interpersonali, ma anche dalla possibilità di vivere vite
alternative vestendo i panni di eroi e personaggi virtuali che però a lungo andare, rischiano
di prendere il posto delle personalità reali.
L’ultimo allarme in tal senso lo ha lanciato Massimo di
Giannantonio, direttore del dipartimento di salute mentale dell'Asl di Chieti, che ha
spiegato recentemente come si sia affacciata nel panorama del mondo della psichiatria del
ventunesimo secolo la “trance dissociativa da videoterminale”, un disturbo
del tutto nuovo caratterizzato dal fatto che il soggetto si immedesima talmente nel suo avatar
(il personaggio virtuale da lui gestito) da perdere totalmente il controllo della
vita reale. Non esistono più limiti anagrafici, geografici, contestuali e ciò genera un
senso di onnipotenza che sconfina nella patologia:
“questi cloni
sono talmente perfetti da racchiudere in sé anche i disturbi mentali degli utenti",
ha dichiarato lo psichiatra. Ciò significa non solo che spesso l’avatar può rappresentare
una proiezione diversa e migliore di noi dandoci la possibilità di scoprire inediti aspetti
della nostra personalità, ma anche che potrebbe diventare catalizzatore delle nostre nevrosi
grandi e piccole e che soggetti nevrotici o psicotici possono riversare sull’avatar le loro
stesse patologie:
in altre parole Second Life diventa sempre più simile al mondo reale popolato anche da
persone/avatar disturbate.
Ma come si possono distinguere questi avatar psicotici?
Di Giannantonio azzarda una serie di consigli: in genere diffidare dalle donne eccessivamente
disponibili, disinibite o manipolatrici o dagli uomini che non mostrano nessuna
contraddizione, che si presentano come eroi senza paura e che si vantano di gesta
eccessivamente eroiche. Anche i colori possono essere utili per tenersi alla larga da un
avatar disturbato: il viola nell’avatar maschile e il blu elettrico in quello femminile
identificherebbero “ipereccitabilità interiore”.
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