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Lotronex, Apofin, Flexiban, Mylicin, Maalox Plus, Novantrone,
Malarone, Zecovir, Zelitrex, Ponderal, Adipex, Periactin, Cardioaspirin.... Non t'aregghe più,
canterebbe Rino Gaetano. Perduti nell'oceano delle medicine, qualche volta ci manca il fiato.
E ci viene pure alle labbra la fastidiosa domanda: ma tutte 'ste medicine non mi faranno male?
Domanda tutt'altro che mal posta, soprattutto dopo aver letto le istruttive 140 pagine di
questo libro di Mario Di Leo appena uscito per gli Editori Riuniti, titolo Malati di farmaci
(pp. 141, euro 12,00), sottotitolo "Come difendere la propria salute dalle medicine
inutili o pericolose". Proprio così, senza giri di parole, Inutili o pericolose. Tutto
discende dal dilemma primario: malati o clienti? La storia infinita dei farmaci che ci
sommergono ha inizio da qui. Naturalmente, guai a noi se non ci fossero, le strabenedette,
fantastiche. portentose, sospette, mirabolanti e (quasi) miracolose medicine, loro sì in
grado, molto più di una telefonata, di allungarti la vita. Sempre però, a quanto pare, che
non si perda di vista il messaggio "maneggiare con cura". Che è da intendersi
rivolto ai medici, ma soprattutto alle case farmaceutiche e un po' anche a noi,
malati-clienti-cavie. Il libro di Mauro Di Leo è un prontuario-thriller: di medicine si
guarisce ma anche si perisce (o quasi). Le medicine sono sempre utili? Si può morire per un
farmaco sbagliato? L'industria farmaceutica è sana? L'industria farmaceutica è spinta dal
profitto? La responsabilità è anche del medico? E siamo sicuri, ad esempio, che i benefici
di quella pasticca antipertensiva che prendiamo tutte le mattine valgano i fastidiosi effetti
collaterali? E che la mia leggera patologia necessiti davvero di una terapia farmacologica?
Sono queste alcune delle domande cui qui si cerca di rispondere: e il risultato non è dei più
rassicuranti.
Una volta ci furono gli angeli del talidomide, il farmaco che prima di essere ritirato, negli
anni 60, produsse 10 mila bambini focomelici. Nel 1992 la temafloxacina, un antibiotico, venne
ritirato dopo soli sei mesi perché provocava una insufficienza renale così acuta da rendere
necessaria la dialisi. «Molti altri farmaci sono stati ritirati dal commercio mondiale dopo
essere stati giudicati pericolosi: 583 dal 1972 al 1994», ci informa gentilmente il libro. E
ricordate certamente "l'incidente" del Vioxx, anni 2000, il farmaco che provocava
morte improvvisa per infarto cardiaco dopo almeno un anno di quotidiana e salubre assunzione:
ci sono ancora in corso 4000 cause contro
la Merck Sharp
&Dohme, la casa produttrice del prodotto, ritenuta responsabile per avere omesso di
segnalare i rischi di un uso prolungato. Un caso di leggera dimenticanza... Io speriamo che me
la cavo, fortunatamente le cose in generale non sono così catastrofiche. Ma alcuni "problemini"
effettivamente esistono. Cominciamo dalla strapotenza delle major farmaceutiche, vere potenze
"imperalistiche", che dettano legge in nome della paura più atavica ed umana, la
paura di morire. Più malati, più soldi, la nostra malattia è la loro vita. Già a occhio
nudo, la cosa in sê è perversa, sembra il famoso "Comma 22": le medicine
guariscono i malati, ma se non ci sono più i malati, le medicine non si vendono e le aziende
non guadagnano e anche falliscono. Ci vuole una strategia. Una può essere la moltiplicazione
all'ennesima potenza del farmaco di ogni tipo e specialità. «Per ogni sintomo una pillola.
Per ogni malattia una cura e tante pastiglie diverse. E più esami fai, meglio credi di curare
o di essere curato», elementare, Watson. «La medicina - scrive Paolo Cornaglia Ferraris
nella prefazione - assorbe con velocità crescente un'offerta tecnologica e scientifica che
non aveva mai raggiunto livelli tali. Chi offre vende ed ha fretta di recuperare
l'investimento fatto per arrivare al prodotto finito, sia esso farmaco o strumento. La logica
del mercato prevale su tutto». Anche questa è una strategia. Esistono i medici
"fiancheggiatori", che prescrivono medicine a gogò, in qualche modo inclini a
favorire le ragioni di marketing delle aziende farmaceutiche. In cambio di svariati e ricchi
benefits, viaggi, vacanze, regali e cotillon.... Appunto, «malati o clienti»? Al nobile
scopo di vendere il piu possibile, «il confine tra salute e malattia viene continuamente
ridefinito, con l'obiettivo di convincere i cittadini (e loro medici) della necessità di
curarsi anche se si sentono in buona salute». Una "pillola" insomma non si nega a
nessuno (almeno a noi del Primo Mondo); anzi ciò è assolutamente indispensabile «perché il
mercato potenziale si trasformi in fatturato reale», ottima operazione.
Medicalizzazione spinta e precoce, allora; e per di più in regime di oramai consolidato e
potente trust. In sostanza, se in passato il settore farmaceutico «era costituito da molte
piccole società, negli ultimi anni c'è stato un fenomeno di concentrazione oligopolistica,
con fusioni e alleanze: il numero delle case farmaceutiche si è ridotto, ma quelle rimaste
sono così grandi da garantirsi una guida strategica del mercato». Tanto per chiarirci ancora
più le idee, risulta che le case farmaceutiche «investono molto di più per la
commercializzazione che per la ricerca e lo sviluppo» (solo negli Stati Uniti, ad esempio, la
pubblicità per i farmaci costa 21000 miliardi di dollari l'anno). Insomma, ci tengono in
pugno, le magnifiche 20, le grandi industrie farmaceutiche che oggi dominano il mercato
mondiale (dalla Pfizer alla Bayer, Roche, Menarini, Glaxo, Squibb, ecc.). La benemerita
aspirina ha compiuto 100 anni, molti ringraziamenti. Ma è sempre bene ricordarlo, «nessuna
famiglia prende meno farmaci di quella del medico, eccetto quella del farmacista» (ben
sapranno loro perché...) Due sole parole sull'autore. Mauro Di Leo è medico internista ed
opera al Policlinico Gemelli. Segni particolari: fa parte dell'Associazione medici "No
grazie, pago io". L'Associazione dei medici che rifiutano i costosi "regali"
delle case farmaceutiche. Appunto quelli elargiti in cambio di ricetta facile.
Di medicina si guarisce ma anche si perisce o quasi.
Gio, 07/02/2008 – 13:22
da "Liberazione" del 5/2/2008
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