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1. Le rovine di Buffalo
L’anno
scorso,
2007, mi
trovai a viaggiare per il nord degli Stati Uniti, proveniente dal Canada, in compagnia di un
amico, docente universitario a Toronto. Rimanemmo molto colpiti da ciò che vedevamo. Villaggi
in rovina, quasi disabitati. Accampamenti di roulottes. Una città famosa, Buffalo, ridotta a
un fantasma. Alle 18 del pomeriggio le vie erano quasi completamente deserte, a parte qualche
barbone di colore, dal ventre prominente e con la bottiglia in mano. Donne obese che
trascinavano la loro borsa fino alla fermata dell’autobus. Attorno, grattacieli di tipo
newyorkese con una metà dei vetri rotti. La stessa Camera di Commercio, concepita a mo’ di
monumento, necessitava di riparazioni. Quello che la guida proponeva come “quartiere dei
divertimenti” era una sfilza di immobili cadenti e di porte sbarrate. Unica presunta
attrattiva un caffè Starbuck con due tavolini all’aperto. Non c’era altro.
Questo
per dire che la crisi finanziaria, cominciata negli Stati Uniti e ora estesa all’Europa e al
mondo intero, non mi ha colto di sorpresa. Prima che la finanza, stava soffrendo l’economia
reale, in buona parte del cosiddetto Occidente. Buffalo era stata a suo tempo città
industriale, finché le sue fabbriche non furono condannate a morte, per via della “globalizzazione”,
della “delocalizzazione” e dell’incapacità di reggere una concorrenza fattasi mondiale.
Per i padroni una soluzione semplice: investire altrove. Per la forza-lavoro nessuna
soluzione, salvo ridurre progressivamente i propri consumi. Fino a trovarsi in miseria nera, e
non consumare affatto. A parte i periodi di scarse occasioni lavorative a breve termine, senza
garanzie di un reddito duraturo. Il cosiddetto precariato – o, per dirla in termini moderni,
la “flessibilità”. Si badi alla valenza delle parole. Quanti elogino, o abbiano elogiato
in passato, la “flessibilità”, sono dall’altro lato della barricata (cioè dalla parte
del padronato), quale che sia la loro bandiera.
Chi aveva appartenuto alla classe media aveva spesso stipulato mutui con le banche per
comperarsi una casa, nella certezza di poterli rimborsare nel tempo. Non si era atteso che
l’ammontare delle rate mensili d’improvviso crescesse, fino a triplicarsi o a
quadruplicarsi. Quando non ce la fece più, smise di pagare. Lasciando, giustamente, le banche
stesse in mutande, e intente a vendere pacchetti di clienti morosi alle loro consorelle. Si
scambiavano sacchetti di spazzatura attraverso il mondo intero, fingendo che valessero
qualcosa. Mentre la loro vittima sfruttava la sua carta di credito fino all’esaurimento.
Fin qui arrivano le analisi correnti, leggibili ovunque. Occorre spingersi un poco più in là.
Altrimenti sembra che la causa di tutto sia stata l’eccessiva fiducia del sistema bancario
nei confronti della solvibilità di poveri cristi. Colpevoli reali, per lo meno di imprudenza,
a rigor di logica.
2. L’orologio del capitalismo
Perché
le rate dei mutui erano aumentate? Perché
la Federal Reserve
aveva, tra il 2003 e il 2007, quintuplicato il tasso di interesse, dopo averlo ridotto nel
triennio precedente a un semplice 1%. Con l’abbassamento aveva sollecitato compere e
investimenti, con l’innalzamento tentava di reagire al rialzo mondiale del prezzo del
petrolio e di altre materie prime. In pratica, cercava di scoraggiare l’acquisto di prodotti
petroliferi, rendendoli più costosi; ma così facendo, oltre a frenare gli investimenti (e a
generare precariato e disoccupazione), colpiva gravemente chi fosse in posizione debitoria,
come un gran numero di americani.
Va spiegato, semplificando all’estremo, che un imprenditore che voglia investire deve per
forza ricorrere al prestito bancario. Se il tasso d’interesse praticato dalla banca (legato
per varie vie al tasso ufficiale deciso dagli organi centrali) è alto, vi rinuncia. La sua
rinuncia produrrà disoccupazione e minor consumo. Se invece è basso, vi sarà espansione.
Con la conseguenza negativa che un maggior numero di occupati, elevando la domanda di merci,
genererà inflazione. La piaga più temuta dal liberalismo oggi dominante. La teoria economica
che ai giorni nostri, vinto il nemico “socialista” (ma anche il nemico semplicemente
keynesiano), esercita la propria dittatura, ha fatto dell’inflazione uno spauracchio.
Si tratta di scegliere chi favorire. In Italia, quando l’inflazione era al 27% e vigeva la
scala mobile, la classe operaia stava benissimo e pareva chiamata ad alti destini. Non appena
chi diceva di rappresentarla si è adeguato alla “compatibilità”, alla
“concertazione”, al “patto tra produttori”, l’inflazione è scesa, però a prezzo di
un indebolimento economico e politico della classe operaia che preludeva al suo disfacimento.
Gli autori del crimine hanno un nome: CGIL-CISL-UIL. La prima è caduta nel ridicolo. Snobbata
dalle altre due confederazioni, oggi non è nemmeno ammessa ai tavoli di trattativa. Si è
formata una nuova “triplice”, CISL-UIL-UGL (la ex Cisnal). Dal centro”sinistra” alla
destra tout court. Restino sacrosanti i fischi che, nel 1977, accolsero Luciano Lama
all’università
La Sapienza
di Roma. Osava presentarsi a proporre la fine della rivolta, o la sua canalizzazione
istituzionale, contro un ordine che, prima che ingiusto, è un condensato di follia.
Il capitalismo è questo: una specie di pendolo demenziale, che deve mantenere un precario
equilibrio tra grandezze contraddittorie e dotate di dinamica contrastante. Investimenti /
inflazione / occupazione contro Recessione / deflazione / disoccupazione. Nei
momenti estremi la scelta è puramente politica e di classe. La destra liberista (oggi
dominante) pensa che il maggior nemico sia l’inflazione, e lo si vede dall’ostinazione
della BCE nel non abbassare i tassi, salvo esservi costretta – in questi giorni - dalla
crisi galoppante. La sinistra che si accontenta del sistema crede invece che ciò che va
combattuto sia in primo luogo la disoccupazione, ma, non osando e non volendo affrontare il
problema nel suo assieme, propone di detassare salari e pensioni, senza toccare i profitti,
sacri e intangibili.
Inutile chiederle un’analisi più profonda. Inutile farle notare che, se c’è una
questione di salari bassi, essa è legata a profitti troppo elevati, e che non ci sono
espedienti per aumentare i primi (detassazioni in busta paga e simili) slegati dalla necessità
di diminuire i secondi. Riconoscerlo, sarebbe fare rientrare in campo l’odiata lotta di
classe.
Non sia mai. Dogma della “sinistra moderna” è che il mercato è la regola, l’inflazione
è il nemico comune, il passaggio dal pubblico al privato la sola via per abbattere lo
spauracchio inflazionistico, la concertazione l’unico modo per unire lavoro e capitale
contro un avversario fantasmatico: il debito pubblico, lo spettro incombente.
3.
Goldfinger
Ciò
dovrebbe fare sorridere, invece fa sogghignare, bene che vada. Non stiamo parlando di
grandezze reali, ma di grandezze virtuali. Parliamo di denaro, all’origine avatar di una
qualche merce, mentre oggi non ne rappresenta alcuna, tradotto com’è in astratti ghirigori
matematici. Ci fu un tempo in cui la moneta simboleggiava l’oro, ma era un’epoca remota. A
parte il fatto che le riserve auree oggi esistenti non hanno alcun corrispettivo nelle monete,
meno che mai nel dollaro (lo 007 di Operazione Goldfinger troverebbe ai giorni nostri,
nel violare Fort Knox, pochi lingotti e molte ragnatele), se si gratta sotto i simboli
monetari non si trova nulla. Né ricchezze, né produzione, né esportazione di merci. Solo
scartafacci di operazioni matematiche, numeri e curve sullo schermo di un computer. I paesi più
indebitati sono in realtà quelli più ricchi di beni reali. Tutta l’Africa, una parte
dell’Asia, l’America Latina. Da là vengono petrolio e gas, carbone e legno, e grano e
uranio e diamanti.
Quei paesi dovrebbero dominare, vista la loro supremazia in termini spendibili, reali. Invece
sono i più asserviti e indebitati. Asserviti all’astrazione della moneta, prigionieri di un
debito stabilito per convenzione. Mentre gli Stati Uniti non producono quasi un cazzo (fortuna
che hanno un’America Latina pronta a importare orridi televisori NTSC, in cui la visione ha
la qualità di una videocassetta avariata; e macchinoni ridicoli per dimensioni, nelle strade
messicane o peruviane), salvo un software che in India o in Cina sono capaci di imitare in un
giorno.
La sola merce esportabile dagli Usa è il dollaro, valuta universale di scambio (come lo è la
lingua inglese, propagata in mille declinazioni, e sempre più lontana dall’originale). Solo
che esportare moneta e importare merci, che non si è capaci di produrre da soli, può
condurre a una impasse. Per motivi materiali? In parte sì, come vedremo, ma principalmente
per motivi immateriali, psicologici – come è naturale, dato che stiamo parlando di
astrazioni.
4.
La guerra, ancora “igiene del mondo”
Può
venire meno, per esempio, la fiducia nel dollaro. L’amministrazione Bush accende due o tre
focolai di guerra nel mondo, confidando, come aveva fatto Bush Sr per Grenada, Panama,
l’Iraq, o Clinton per i Balcani, in una rapida soluzione dei conflitti. Se va bene, è una
pacchia per tutto il sistema economico occidentale. Bacini interi di materie prime sotto
controllo, possibilità di investire nella ricostruzione dei paesi devastati, l’industria
militare che fa da volano all’intera economia. La guerra incide anche su settori non
direttamente coinvolti, da quello dell’intrattenimento (il cinema di Hollywood ha campato
per un ventennio sul secondo conflitto mondiale) a quello dell’alimentazione per eserciti
d’occupazione e popoli “liberati”. Più naturalmente l’onnipresente finanza, pronta a
radicarsi con filiali bancarie e assicurative nei territori sottomessi.
Questo, però, in caso di vittoria. E se invece si profila una sconfitta? Se gli iracheni non
si rassegnano a essere colonia, se gli afghani non si lasciano piegare (buone o cattive che
siano le loro ragioni)? Se, insomma, una guerra si impantana e non procura né materie prime,
né prospettive di investimenti nell’edilizia, né altri stimoli per i settori economici che
vi si sono gettati? Se moltiplica i suoi costi?
La risposta era più sopra. Il prezzo del petrolio e di altre materie prime, fuori controllo,
sbanda paurosamente verso l’alto. Quale reazione si alzano i tassi d’interesse, con
effetti disastrosi anche sui mutui (tra molte altre variabili). Una popolazione già deprivata
del salario indiretto costituito dai servizi sociali, viste le risorse illimitate destinate a
guerre perse, si trova senza casa o soggetta a mutui assurdi di punto in bianco. Le banche,
che per un decennio avevano giocato sui debiti dei poveri, confezionandoli in pacchetti utili
allo scambio, non riescono più a continuare il gioco di prestigio. I sacchetti di spazzatura
adesso sono vuoti, e ogni potenziale compratore se ne accorge con facilità. Gli istituti di
credito, che di sacchetti ne avevano accumulati troppi, si ritrovano i magazzini pieni di
fuffa, impossibili da far circolare.
Ma non è tutto. L’ultima frontiera della finanza è l’economia reale (come prediceva
Rudolf Hilferding), a partire dal settore di base, quello alimentare. Ai primi sintomi di
sisma industriale, i fondi di investimento americani, seguiti da quelli di tutto il mondo, si
gettano sui cereali e su altre coltivazioni di generi commestibili, facendone aumentare il
prezzo a dismisura. E’ un mercato poco controllabile, viste le miriadi di produttori
individuali. Il solo mezzo per disciplinarlo sono gli OGM, che costringono chi semina a stare
alle condizioni di chi vende le sementi. L’esito è chiaro agli occhi di chi acquista pasta,
pane e altri generi di prima necessità. Il loro prezzo aumenta all’inverosimile. Aveva
problemi irresolubili con i mutui per la casa, adesso ne avrà anche con l’alimentazione
quotidiana. Beato lui se vive nel Primo o Secondo mondo, dove fa ancora, teoricamente, parte
della “classe media”. Guai a lui se abita nel Terzo o nel Quarto. I mutui subprime
sono al di là della sua portata. Invece vi rientra il prezzo dei cereali di cui si nutre.
Impossibilitato a comperarli, cercherà di immigrare nel “ricco” Occidente. Ignaro del
fatto che, se il cibo costa troppo per lui, ciò dipende da scelte operate dal fondo pensione
degli insegnanti elementari statunitensi (il più forte di tutti). E che, se il suo paese è
soffocato dal debito, quest’ultimo è infinitamente inferiore al debito Usa. Nascosto
dall’impiego del dollaro quale valuta di scambio.
5.
Viva Hilferding!
Bisognerebbe
riscoprire Rudolf Hilferding, da cui Lenin attinse a piene mani, pur coprendolo di insulti per
le prese di posizione contingenti dell’economista. Cosa sosteneva Hilferding, ne Il
capitale monopolistico? Che il capitale astratto avrebbe progressivamente preso le redini
dell’economia produttiva, fino ad assumerne il pieno controllo. Non con un atto di forza,
bensì per reciproca complicità. I profitti reinvestiti nel settore finanziario, a scapito
degli investimenti nella produzione di merci. Il monopolista e il banchiere che finiscono per
essere una persona sola. Anzi, una non-persona: Monsieur Le Capital l’aveva chiamata Marx (e
così l’avrebbe chiamata uno studioso lucidissimo, Marco Melotti, scomparso di recente).
Hilferding è stato tra i pochi, seri, continuatori di Marx, al di là di scelte politiche
oggettivamente discutibili, e di soluzioni controverse (secondo lui, nazionalizzando le
banche, un governo socialista avrebbe automaticamente assunto il controllo delle grandi
imprese). Ciò che resta valido, nel suo ragionamento, è la denuncia della tendenza del
capitalismo a farsi progressivamente più evanescente, a fondarsi su un sistema simbolico
sempre più distante da ciò che crea ricchezza, e cioè il lavoro.
Perduto il referente concreto, si avrà un assetto instabile, soggetto a periodiche crisi (qui
non è più Hilferding che parla, ma Marx in persona). Fino alle paradossali inversioni cui il
capitalismo moderno ci ha abituati. Un’azienda è tanto più sana quanti più lavoratori
espelle (sì, ma quanto consumeranno dopo gli espulsi? Quale domanda solleciterà gli
investimenti?). Un’economia è tanto più solida quanto più comprime la spesa (meno servizi
gratuiti, minore accesso a ciò che spetterebbe di diritto: salute, casa, scuola e altri
capisaldi del vivere civile. Privatizzare il privatizzabile). Un paese è tanto più povero
quanto più è ricco di risorse naturali.
Su tutto, lo spettro sempiterno di minacce diaboliche e impalpabili: il debito incombente, la
stramaledetta inflazione, l’eccesso di moneta sui mercati, ecc. A suo tempo, da Keynes si
passò a Milton Friedman, e a lui si ispirarono Ronald Reagan e Margaret Thatcher, più i loro
devoti successori. Peccato che Friedman, e con lui gli economisti supply siders, mai abbiano
messo assieme una dottrina organica dell’economia. Andavano a casaccio. I loro seguaci hanno
messo (temporaneamente) in ginocchio il Cile e l’Argentina. Frutto dei loro esperimenti sono
anche i polacchi che si offrono di pulirci i parabrezza ai semafori.
Per inciso, la non-dottrina di Friedman oggi è adottata dalla Banca Centrale Europea (l’ha
inclusa anche nel progetto di Costituzione e nel patto di Lisbona) e dall’Occidente nel suo
assieme. Se come teoria fa acqua, i suoi risvolti politico-sociali sono netti: smontare la
classe operaia – o più in generale il proletariato – quale soggetto compatto, portatore
di istanze collettive. Scinderla in individui costretti a contrattare individualmente, o a
piccoli gruppi, la propria sopravvivenza. Abolire i contratti di lavoro nazionali, in modo da
lasciare i soggetti deboli in balia di se stessi. Illuderli con lo specchietto di una falsa
autonomia, in modo che l’azienda possa, all’occorrenza, liberarsene come facevano le
antiche mongolfiere, quando staccavano e gettavano nel vuoto i sacchetti di sabbia per
prendere il volo.
Un precario riesce con difficoltà a essere un soggetto antagonista: teme per il suo posto di
lavoro. Idem per un falso “lavoratore autonomo”: difenderà la propria posizione
individuale. Idem per un operaio o per un impiegato, circondato da un mare di precari e di
disoccupati: nel timore di finire in quelle acque, accetterà ogni sorta di disciplina e di
prepotenza. Peggiore di tutte è però la posizione del lavoratore subalterno che ha accettato
di convertire in fondi azionari i propri risparmi o la propria pensione. Diventa
oggettivamente parte marginale dell’economia astratta. Trepida per i soprassalti dei listini
di borsa, che legge con fatica. Diversamente da un azionista vero, non può agire: deve solo
subire. Voterà Berlusconi, l’unico che lo può salvare.
Ignora infatti cosa sia la politica dell’open mouth, della “bocca aperta”,
teorizzata dai supply siders e adottata da Ronald Reagan. Lanciare sorrisi e messaggi
ottimistici, dire bugie per rassicurare. Convincere tutti che la povertà del presente è
ricchezza futura. Chiamare a una corsa in cui i cavalli migliori potranno vincere (traggo il
paragone da Martin Eden, del compagno Jack London). I cavalli in corsa non si parlano
tra loro. Alcuni cadono, altri si azzoppano. Uno solo vince, ma la vittoria vera è di chi lo
cavalca. Attenzione a quanti vi parlano di “merito”: hanno in mente l’ippodromo. Sono i
fantini.
Chi tiene assieme un proletariato sparso e incitato alla competizione reciproca dovrebbero
essere i sindacati. Peccato che questi – a eccezione dei sindacati di base, e di qualche
punta confederale – abbiano fatto propria l’ideologia dominante.
Si tratta di comprendere meglio la composizione attuale di classe, nel contesto
dell’economia astratta. Da lì si deve ripartire, e da un quadro internazionale che offre
sorprese sgradite ai monetaristi.
MA COS’E’ QUESTA CRISI ? IL CRACK DELLA FINANZA SPIEGATO AL POPOLO (PARTE
SECONDA)
Una premessa alla seconda parte
La
prima parte di questo intervento ha suscitato varie reazioni, per lo più positive. Non è però
mancato qualche commentatore che ha approfittato del pezzo per attaccarmi, in genere
aggrappandosi a cose che con l’articolo non avevano nulla a che vedere. Il caso più
clamoroso, per poca intelligenza, è quello di un tizio che si è valso del sottotitolo –
“Il crack finanziario spiegato al popolo” – per accusarmi di volermi atteggiare a
intellettualino che parla ai classici “poveri ignoranti”. Non ha colto l’intenzione
ironica, né l’avvertimento che la trattazione dell’argomento sarebbe stata di stile
colloquiale.
A parte i casi palesi di imbecillità, c’è stato anche chi, prendendo a pretesto una mia
frase volutamente paradossale – sugli Stati Uniti che “non producono un cazzo” – ha
voluto elencarmi tutta una serie di beni che gli Usa invece producono, dalle sigarette
Marlboro, agli aerei, alle biotecnologie.
Per
lo meno, in questo caso una base di ragionamento c’era, solo che l’interlocutore
sottovalutava le mie conoscenze. Un paese in cui l’industria manifatturiera produce appena
il 15% del PIL (nel 2002: oggi è molto meno) e le importazioni superano enormemente le
esportazioni, è un paese che “non produce un cazzo”. Non lo dico io. Lo dice Emmanuel
Todd in Dopo l’impero (Tropea, 2003; si vedano le pagine 75-96 dell’edizione
francese, Gallimard, 2002, che è quella che ho io). Lo aveva già detto Immanuel Wallerstein
in Il declino dell’America (Feltrinelli, 2004; di lui si legga anche questa
recentissima intervista, in francese e in spagnolo, nonché
questo intervento. Insomma, io sto cercando di far conoscere tesi altrui, non mie. Se
ometto una bibliografia è solo per gli intenti divulgativi che perseguo.
Per i pignoli, considerazioni molto simili alle mie si trovano negli ultimi numeri di Proteo, la rivista
quadrimestrale del Centro Studi sulle Trasformazioni Economico-Sociali, e soprattutto in
questo saggio di Giorgio Gattei, da cui ho largamente attinto.
E se scrivo che oggi Goldfinger, violato Fort Knox, vi troverebbe solo ragnatele, sto
esponendo in linguaggio magari pittoresco una verità nota a tutti: l’attuale insufficienza
delle riserve auree americane, in rapporto alla quantità di dollari in circolazione. Chi non
lo sa veda di informarsi. Come veda di leggersi la semplice voce "Federal Reserve"
su Wikipedia, per capire come
la Fed
possa modificare, attraverso il tasso ufficiale di sconto, un tasso di interesse in teoria di
competenza del mercato.
Ma ora lascio le quisquilie e torno al discorso che stavo facendo.
6.
La classe "smaterializzata"
Un
certo Harry Braverman, operaio americano e redattore della Monthly Review, scrisse nel 1974 un
libro eccellente: Lavoro e capitale monopolistico (Einaudi, 1975). In esso sosteneva
che Monsieur Le Capital rimodella di continuo le classi subalterne, secondo le sue
convenienze. A volte sono il classico proletariato di fabbrica. Altre volte si tratta di
soggetti apparentemente autonomi (dagli impiegati, ai precari con partita IVA, ai
“collaboratori esterni” così diffusi ai nostri tempi). Comunque è sempre la classe
operaia ribattezzata in vari modi, senza che la sua subalternità venga meno. Gente coinvolta
nella valorizzazione del capitale, in maniera diretta o indiretta, a seconda delle fasi
storiche. Lungo filiere di produzione che si propagano territorialmente, nel paese d’origine
o altrove.
Il “decentramento produttivo” degli anni Settanta ha avuto il suo corollario nella
“delocalizzazione” degli anni Duemila. Grazie alla cosiddetta “globalizzazione”, cioè
alla vittoria del capitalismo soprattutto americano sul socialismo “reale”, ogni padrone
ha potuto cercare altrove manodopera a minor costo. La ha trovata in Asia, in America Latina,
nei paesi dell’Europa orientale. Operai che si accontentano di un salario da due soldi,
tanto per non patire la fame (sono oltre 18.000 le imprese italiane impiantate in Romania).
Salari ridicoli, da filiali georgiane, moldave, polacche, persino ceche (
la Cecoslovacchia
, quando era unita, fu un po’ il fiore all’occhiello, sul piano della produzione
industriale, del sistema sovietico). E’ ritornello insistente quello che la classe operaia
sia in via di sparizione, che il lavoro “immateriale” abbia preso il suo posto, che non
rimangano altro che declinazioni della classe media. In realtà, su scala mondiale, gli operai
si sono moltiplicati, con una distribuzione geografica dipendente dal luogo in cui si
insediano le attività produttive. Il falso lavoro autonomo, invece, prospera in tutto
l’Occidente (Usa+Europa+Giappone, oltre a Canada e Australia).
Monsieur le Capital, a questi primi risultati, stappa bottiglie di champagne. Trova manodopera
in condizioni quasi schiavistiche qui e là per il mondo, può dissolvere lentamente la
forza-lavoro interna, “esternalizzare” rami produttivi in sovrappeso, frullare in
pezzettini la classe a lui antagonista, in modo che non abbia nemmeno più la percezione di
essere una classe. Soggetti sparsi, isolati, privi di identità e di connessioni, dediti alla
concorrenza reciproca. Producono senza corrispettivi adeguati, e dunque consumano sempre meno.
A ciò rimedia l’economia astratta, puramente monetaria. Lì finiscono i profitti. La
produzione di merci a mezzo di nulla. Vuoti indici bancari o borsistici, totalmente slegati
dall’economia reale. La quale resta la fucina del proletariato. Ciò che si è fatto
immateriale è il capitale, non le classi subalterne!
Chi si domanda dove siano oggi “gli operai di un tempo”, in realtà si sta domandando dove
sia finita la forza che questi avevano per un secolo e passa accumulato. Perché dove siano
gli operai è facile scoprirlo, se si guarda al di là dei confini nazionali, oppure se,
nell’ambito della stessa nazione, si getta un’occhiata nelle sedi delle infinite agenzie
per il reclutamento di lavoratori interinali, sorte a ogni angolo di strada. Per non parlare
del lavoro nero, o anche di larghi settori del lavoro impiegatizio, di quello detto
“autonomo”, di quello terziario, del comparto dei servizi. E’ lì la classe operaia, in
una fase in cui non è più conveniente radunarla in grandi complessi industriali. Oppure vive
nelle mansioni semi-servili degli immigrati, variabile moderna dell’antico bracciantato
senza averne la storica compattezza.
7.
Povere classi medie
E’
stato ripetuto fino all’ossessione che asse centrale dell’odierno assetto produttivo
sarebbero le “classi medie”. Operose, diligenti, risparmiatrici. Oggetto di libidine per
tutte le forze politiche: di destra, ovviamente, ma anche di centrosinistra, di post-sinistra,
persino di “sinistra radicale”. Poi basta una scommessa sbagliata dell’economia
finanziaria, ed ecco che quelle classi medie si trovano con il culo per terra. Pronte a
cadere, con il loro pugno di azioni che non valgono più nulla, con fondi di investimento
diventati inaffidabili, con i loro mutui ormai impagabili, con generi di prima necessità dai
prezzi impazziti, nel baratro sottostante.
Attenzione: non in una “classe” sottostante. Le classi esistono oggettivamente, però,
soggettivamente, per esistere, bisogna che abbiano che abbiano consapevolezza di se stesse.
Per un lungo periodo, dal
1980 a
oggi, la piccola e media borghesia ne ha avuta, certo più forte di quella degli operai e dei
proletari in genere, che andava declinando. Le trombe suonate da Ronald Reagan e da Margaret
Thatcher chiamavano a raccolta, echeggiate dal triccheballacche di Bettino Craxi, dubbio
socialista, e più tardi dall’ancor peggiore Tony Blair. Si apriva l’era storica della middle
class, riluttante alla solidarietà con chi le stava sotto i piedi. Il suo valore supremo,
a parte il denaro, era l’egoismo considerato virtù. La non-solidarietà. In Italia fu
epocale, nel 1980, la marcia dei 40.000 quadri e impiegati della Fiat di Torino contro
l’occupazione della “loro” fabbrica da parte dei lavoratori di rango inferiore,
nell’ambito di una vertenza sindacale. Noi siamo “classe media”, che cazzo volete da
noi? Perché mai dovremmo sentirci partecipi dei vostri problemi?
Da qui partirono il craxismo e il suo figlio deforme e cattivissimo, il berlusconismo (nella
sua prima versione neoliberista, non in quella attuale, populo-fascista). Mi chiedo quanti dei
40.000, se sono ancora al mondo, non debba oggi alimentare figli maggiorenni che passano da un
lavoro all’altro e vivono presso i genitori, oppure non temano per le proprie pensioni o per
i propri risparmi. Quanti di essi siano più simili a chi sta loro sopra e diversi da chi sta
loro sotto. Gente del genere non mi ispira la minima simpatia umana. Si sono tuffati nella
piscina del padrone, solo che per loro mancava l’acqua. Hanno battuto la testa. Mi guarderò
dal chiamare il Pronto Soccorso.
8. L
'orologio
impazzito
Torno
al filone serio del discorso, e cioè al baratro improvviso che si può spalancare, e si
spalanca in questi giorni, sotto i piedi della classe media, non solo negli Usa. La turbolenza
è forse solo transitoria, ma i suoi effetti si protrarranno. Un’economia astratta, fattasi
troppo astratta (cioè troppo lontana da là dove il lavoro dà valore alle merci), per
tenersi in piedi sottrae liquidità all’economia reale. Richieste imprenditoriali di crediti
per l’investimento resteranno deluse. Conseguenza, per quell’orologio impazzito che è di
norma il capitalismo, rallentamento dell’innovazione e dei profitti, rivalsa sul costo del
lavoro, licenziamenti, calo dei consumi (chi ha perso il suo posto di certo consuma meno),
domanda bassa, discesa dei prezzi produttivi (a cominciare da quelli delle materie prime),
ascesa dei generi di prima necessità (le esigenze di una forza-lavoro in crisi si spostano su
beni necessari alla sopravvivenza: pane, riso, pasta, fagioli ecc., a seconda dei quadranti
geografici).
Proiettiamo la cosa su scala intercontinentale. E’ una tragedia umana. Lo scemo di turno
continuerà a ripetere che il capitalismo ha arricchito il mondo intero, in pochi anni di
dominio assoluto. In realtà lo ha solo esposto alla capricciosità di un sistema fatto di
simboli, e in cui ogni uomo è un avatar, separato dalle sue esigenze di vita. Finché il
tutto non si blocca, e la finanza, in crisi debitoria, si rivale bloccando il credito alla
produzione.
E’ quella che viene detta “recessione”. Portato per vocazione di classe a colpire i
soggetti subalterni, Monsieur Le Capital insisterà perché gli operai siano pagati meno,
perché possano rivalersi solo attraverso gli straordinari (e cioè amplificando all’estremo
la loro giornata lavorativa), perché rinuncino a tutto ciò che prima avevano di garantito:
casa (con molti dubbi sul grado di garanzia), scuola, posto fisso di lavoro, pensione in età
ancora attiva, assistenza medica e sociale. Si accuserà di fannullaggine chi godeva di
qualche salvaguardia dal licenziamento immotivato. Tutto ciò che era gratis, perché ritenuto
socialmente utile, per non dire spettante di diritto, dopo sarà messo in vendita. Servono
liquidi da immettere sul mercato finanziario. La scuola, dalle elementari all’università,
il pubblico impiego, l’elevazione dell’età pensionabile, il passaggio dal lavoro sicuro
al precariato (accompagnato da opportuni slogan che esaltino la “flessibilità”) diventano
oggetti di risparmio monetario, perché la finanza possa ripartire. Perché possa risanare,
con i suoi tuffi e le sue giravolte, con la sua inconsistenza di fatto, le incongruenze di un
dominio di classe. Unico fattore concreto in tutta questa vicenda.
9.
Chi fabbrica le classi
Dunque,
si dirà con scandalo, le classi esistono ancora. Certo che esistono. Cambiano forma e
localizzazione perché così vuole il vero “fabbricante di classi”. Il capitale? Sì, ma
non direttamente. Il capitale ha una sua estensione pratica. Il proprio “gabinetto
d’affari”: lo Stato. Più i vari conglomerati statuali transnazionali che hanno preso vita
nel corso dei decenni, su scala continentale e intercontinentale, a spese della democrazia.
Tipo una Banca Europea che non è eletta da nessuno, e tuttavia regge attualmente il
“sistema Europa”, decidendo direttamente, senza censure possibili, cosa sia meglio per i
suoi cittadini. Una funzione ribadita dal recente progetto di Costituzione Europea, che
santificava il libero mercato. Progetto respinto dalle cittadinanze di vari paesi (Francia,
Danimarca, Irlanda), tra le poche chiamate a un voto diretto; e, poiché quel voto non era
quello auspicato dalle classi dominanti, rimandate a votare come scolaretti colti in fallo,
oppure aggirate a colpi di decreto e di maggioranze parlamentari. In nome della democrazia.
Si dirà: ma lo Stato è democrazia. I cittadini votano i loro rappresentanti, e costoro
operano scelte in nome della pubblica utilità, per il bene di tutti. Non è affatto così. Lo
Stato è anzitutto economia. Può scegliere di intervenire o non intervenire, sono scelte sue.
A seconda delle decisioni, attraverso i propri organi interni o collaterali, rimodella o
rinomina le classi sociali, amplia o contrae i servizi, indirizza l’imposizione fiscale e,
attraverso il monopolio dell’uso della forza, reprime o neutralizza i segmenti riluttanti
alla sua disciplina. Lo Stato è come un lombrico: contrae o prolunga il proprio corpo. Si
proclamerà in ritirata nei periodi di prosperità del capitale, si allungherà nei momenti in
cui il capitale va protetto dall’ennesima turbolenza. Se la crisi è grave per davvero, si
spingerà fino a nazionalizzare i settori da proteggere e salvaguardare. Fase nella quale i
commentatori meno avveduti parleranno di uno Stato neoliberista che si fa keynesiano, o
addirittura “socialista”.
Stronzate. Marxisti e post-marxisti, o anche marxisti “eretici”, non hanno mai parlato di
“nazionalizzazione”, bensì di “socializzazione” dei mezzi di produzione. La
nazionalizzazione è un mezzo fra i tanti in mano al capitale. Per fare un esempio,
la Corea
del Sud, durante la crisi delle “tigri asiatiche”, nazionalizzò temporaneamente il
sistema bancario, che poi cedette (con lucro) ad acquirenti privati. La “socializzazione”
è qualcosa di molto diverso, e implica una capacità decisionale dal basso, dagli operai che
partecipano alle scelte strategiche di una direzione eletta dalla base, e dunque revocabile.
Attualmente nessuna delle due alternative, nazionalizzazione o socializzazione, appare
praticabile; salvo la prima, applicata occasionalmente in circostanze d’emergenza dallo
stesso Stato-capitale. Ma perché insisto nel rendere indissolubile questo binomio, Stato e
Capitale? Perché ritengo che entrambi diano corpo, congiuntamente, al “fabbricante di
classi”? Non è lo Stato la proiezione diretta della volontà degli elettori, che,
scegliendo i propri parlamentari, avvia, nei sistemi democratici, la sustanziazione di un
potere decisionale che interpreta la volontà collettiva?
10.
Dove sta la democrazia
No,
non lo è. Intanto, l’autonomia degli eletti dagli elettori è postulata da quasi tutta la
scienza politica contemporanea (Ralf Dahrendorf, Anthony Giddens e molti altri). Si
rimproverano spesso gli eletti quando questi si adeguano alla volontà di chi li ha mandati in
parlamento (a volte ciò è chiamato “populismo”), dando per scontata e auspicabile
l’autonomia del ceto dirigente dai votanti che lo esprimono. Inoltre, sottili meccanismi di
selezione, capacità diseguali di modellare l’opinione pubblica, influenze collettive di
stampo culturale e/o mediatico, pure e semplici menzogne (si veda il recente studio di
Vladimiro Giacchè, La fabbrica del falso, Derive / Approdi, 2008), conducono a una
“rappresentazione” della democrazia ben diversa da come essa stessa ama definirsi, cioè
proiezione di una volontà comune. Lo dimostrano molti studi sul perpetuarsi delle élites
parlamentari: condivisione dinastica di un seggio, in cui ci si trasmette il potere secondo
linee di sangue (Filippo Burzio è stato tra i migliori analisti di questa degenerazione);
prevalere delle imposizioni di partito sull’espressione delle preferenze; accessibilità
differenziata ai media e alla visibilità da parte delle masse. Aveva ragione Marx quando, ne La
questione ebraica, poneva in rilievo la fondamentale ipocrisia del sistema detto
impropriamente “rappresentativo”: fingere che, con l'introduzione del suffragio
universale, tutti i soggetti titolari di voto abbiano eguali diritti, mentre non è affatto
così. Chi è in posizione subalterna non ha modo di condizionare o di alterare il processo
elettorale, mentre chi gode di uno status sovraordinato lo ha, naturalmente. Il Diritto con
la D
maiuscola, nel sancire che tutti i cittadini sono eguali davanti alla Legge, sancisce la
“menzogna democratica”: l’uguaglianza che afferma di fatto non esiste, la comunicazione
è in mano ai privilegiati che possono comprarsela e dominarla. Non esiste oggi nessuna
democrazia reale, né in Oriente né in Occidente. Nella seconda fetta del mondo c’è ancora
libertà di parola, però non tocca alcun serio processo decisionale. Si può dire di tutto
(lo sto facendo), ma le parole liberamente espresse non smuovono più vento di un battito
d’ali di farfalla. Sono lasciate volare perché innocue.
Lo Stato non è la democrazia all’opera. E’ invece la sede di pianificazione del capitale,
dove, da una prospettiva più ampia di quella aziendale, si disegnano i progetti di
sfruttamento di grande portata. Si potrà decidere se stringere o allentare le redini, se è
il caso di nazionalizzare o di privatizzare. Il “fabbricante di classi” non è neutrale,
sa lui come gestire la subalternità e far guadagnare i fantini. Ogni tanto cade di sella, è
vero. Ma nessuno si illuda che in quel momento –le crisi – batta davvero la testa, e si
converta alla causa dei ronzini.
Esiste un solo evento che fonda democrazia diretta e la fa duratura. E’ quello della lotta,
quando la classe operaia, pur scomposta nelle svariate denominazioni in cui il capitale l’ha
frammentata (operai veri e propri, precari, impiegati “fannulloni”, ceto medio alla fame,
nugoli di senza casa, lavoratori autonomi che autonomi non sono per niente, studenti
riluttanti a entrare in questo bel mondo, fornitori di servizi “esternalizzati”, migranti
vittime di un nuovo schiavismo, ecc.), scendono nella piazza e se la tengono. La fase acuta
durerà poco, ma sedimenterà. Possono nascerne organi di decisione dal basso capaci di
innescare future conflittualità.
E’ minoranza? Può darsi, ma è maggioranza tra chi è attivo, e non schiavo del voto e
degli equilibri parlamentari. Contrapposto a chi è passivo e, contento di votare ogni cinque
anni, per eleggere rappresentanti incontrollabili, vive solo in sondaggi regolarmente
consensuali. Di peso politico e democratico analogo a chi, col televoto, decide chi resterà
nell’Isola dei Famosi.
Valerio Evangelisti
Fonte: www.carmillaonline.com
Link: http://www.carmillaonline.com/archives/2008/10/002826.html#002826
30.10.08
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