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La Cina
è potente, ci resta solo la forza della verità"
Le sue caviglie. "Questa è la
cicatrice dei ceppi". I suoi polsi. "Qui ho il segno delle manette a denti di lupo.
Le chiamano così perché, se ti muovi, hanno dei chiodini che si conficcano nelle vene".
La sua bocca. "Le scosse elettriche mi hanno fatto cadere tutti i denti. Per fortuna, la
prima volta che sono andato a testimoniare alle Nazioni Unite mi hanno regalato una
dentiera".
Palden Gyatso
Palden Gyatso ha passato trentatré
lunghissimi anni nelle carceri cinesi. Porta sulla sua pelle le stimmate di un calvario.
Cammina a fatica, è quasi sordo. Nessuno meglio di questo monaco buddista ormai anziano e
dolente incarna la sofferenza ma anche la straordinaria resistenza del Tibet. Il suo corpo
massacrato è abitato dalla tipica dolcezza himalayana. E da uno sguardo magnetico.
A settantacinque anni, Palden Gyatso avrà anche rughe come solchi, ma non rinuncia a
ricordare.
"Quando mi arrestarono, nel 1959,
stavo studiando nel monastero di Drepung. Per estorcermi una confessione, i cinesi mi
picchiavano dopo avermi sospeso legando e tirando le mie braccia all'indietro fino al
soffitto. Sempre in questa posizione, appiccavano il fuoco per bruciarmi le dita dei piedi.
Alcune volte buttavano tra le fiamme polvere di peperoncino, così tutto il corpo diventava
incandescente e gli occhi sembravano brace. Il dolore più terribile arrivava dopo, quando
dovevo andare all'aperto per fare i lavori forzati, mezzo cieco e con le piaghe ancora
purulente. Tra noi, chi non moriva di tortura, moriva di stenti e fame. Mangiavamo un pugno di
riso e una tazza di brodo. Dalla disperazione, mi è capitato di cucinare anche le suole delle
mie scarpe".
I cinesi estorcevano sempre dai
detenuti qualche parola, abbastanza compromettente da giustificare una formale condanna. Era
solo questione di tempo. Palden Gyatso aveva resistito qualche mese, grazie alla sua giovane
età. I monaci più anziani invece morivano in pochi giorni. Alla fine, dovette confessare
anche lui di aver "marginalmente" partecipato all'insurrezione contro l'esercito di
Pechino. Dopo l'occupazione, dalla Cina arrivarono
la Rivoluzione
culturale e l'ordine di cancellare qualsiasi riferimento religioso dal Tetto del mondo.
Scomparve così l'universo tibetano
dei monasteri, delle lampade votive, delle statue dorate, dei fumi degli incensi, delle mille
bandierine sventolanti, dei cilindri rotanti per la preghiera, dei canti. La distruzione dei
simboli religiosi fu condotta con tale perseveranza e metodo che persino il paesaggio cambiò.
Un tempo le colline erano dominate dagli dzong, le fortezze abitate dai religiosi, che vennero
rase al suolo. I campi avevano migliaia di stupa, tempietti e reliquiari: fatti a pezzi.
Le bandiere di preghiera furono
rimpiazzate dalle bandiere del Partito. "Le Guardie rosse entrarono nel carcere. Ci
mostrarono un filmato in cui si vedeva il presidente Mao passare in rassegna decine di
migliaia di Guardie rosse. Ci dissero che
la Rivoluzione
culturale era guidata personalmente da Mao Zedong e Lin Piao. Chiunque avesse osato
ostacolarla sarebbe stato "schiacciato come un verme". Durante le "sessioni di
studio" dovevamo leggere il Libretto rosso di Mao. I thamzing, le "sessioni di
lotta", divennero sempre più frequenti. Erano autentici processi politici. Iniziavano
con una condanna verbale e finivano con un pestaggio. O con la condanna a morte. In quanto
monaco, mi venivano inflitte ulteriori violenze. Mi costringevano a portare le feci sul
thangka, la tavola sacra buddista.
Mi sfidavano, gridando "Bod
rangzen", Tibet libero. E poi mi urinavano addosso. Quando le guardie carcerarie volevano
riposarsi - perché la tortura doveva comunque essere un lavoro faticoso - ci terrorizzavano
con le proiezioni dei filmati. Ricordo quello di un monaco che veniva crocefisso vivo, poi
ucciso a colpi di pistola e carbonizzato. Alle monache invece bisognava togliere la verginità
donata alla religione. Il Partito comunista non voleva che vi fossero contatti sessuali con i
detenuti, ed era una regola abbastanza rispettata. Così, le monache venivano penetrate con i
famigerati bastoni elettrici. O con altri oggetti".
I cimeli della prigionia
Palden Gyatso apre la sua inseparabile borsa. Viaggia sempre con questo sacchetto di stoffa.
Non custodisce libri di preghiera o rosari. Dentro ha la sua prima sentenza di condanna e
alcuni strumenti di tortura. È quasi affezionato a questi cimeli di prigionia. "Questa
sembra una torcia elettrica, ma funziona come un elettroshock: bastoni ad alto voltaggio che
cominciarono a circolare nelle carceri a metà degli anni Ottanta. Amnesty International aveva
ottenuto la chiusura della fabbrica che li produceva, a Glasgow. Ma il regime cinese ne aveva
fatto incetta. Adesso so che lo utilizzano frequentemente anche contro i manifestanti".
Nato nel 1933, anno della Scimmia, in
un villaggio del Tibet a
200 chilometri
da Lhasa, Gyatso torna a essere un uomo libero nel 1992. Il Dalai Lama in proposito ha
commentato: "La vicenda di persone come lui rivela che i valori umani di compassione,
pazienza e senso di responsabilità per le proprie azioni, che sono il fulcro di ogni pratica
spirituale, sopravvivono ancora. La sua storia sarà fonte d'ispirazione per tutti noi".
Chiamato a testimoniare all'Onu, al
Congresso statunitense e all'Unione europea, è stato ignorato dalla diplomazia cinese, tranne
che per una laconica lettera inviata alla Commissione dei diritti dell'uomo della stessa Onu:
"Palden Gyatso è un criminale che persiste nelle sue attività sovversive", ha
scritto nel
1995 l
'allora ambasciatore Ma Yuzhens. "Il suo racconto è falso: nelle carceri cinesi la
tortura è proibita".
La voce interiore
Quest'uomo di bassa statura, debole e denutrito, è riuscito a evadere ben due volte, prima di
essere liberato definitivamente. Nel 1962 fu ritrovato dai cinesi a un chilometro dalla
salvezza, il confine con il Bhutan, mentre era in fuga verso l'India. La seconda volta, nel
1979, aveva scelto invece di rimanere nella capitale. Lo fermarono mentre appendeva manifesti
che chiedevano l'indipendenza del suo Paese e il ritorno in patria del Dalai Lama.
"Accogliendomi, un carceriere mi
urlò: "Eccoti l'indipendenza". E mi infilò un bastone elettrico in bocca, mandando
una, due, tre scariche - non so ricordare quante fossero. Svenni, perdendo il controllo del
mio corpo. Mi risvegliai in un lago di vomito e urina. Trovai appena la forza di sputare
qualcosa che avevo in bocca. Mi accorsi che erano i miei denti. Se non fossi stato un monaco,
probabilmente li avrei odiati, i miei aguzzini. Oggi invece non provo più sentimenti di
rabbia o rancore per quello che mi hanno fatto. Alcuni provavano piacere a torturarmi, ma non
tutti. Ricordo che una volta vidi uno di loro piangere".
Gyatso è rimasto prigioniero dei suoi
incubi e della lotta per un Tibet libero che torni la patria dei tibetani. Due anni fa ha
piantato una tenda blu e rossa a Torino, a San Pietro in Vincoli, insieme ad altri due monaci,
e ha cominciato uno sciopero della fame. "La comunità internazionale non dimentichi di
pretendere il rispetto dei diritti umani dalla Cina nel momento in cui assegna le Olimpiadi
del 2008". La protesta dei buddisti quella volta terminò quando Mario Pescante,
rappresentante del Comitato Olimpico, inviò loro una lettera di rassicurazioni.
Come Gyatso abbia resistito a trentatré
anni di prigionia e torture rimane un mistero. "Se prendono il tuo corpo non fa niente,
se s'impadroniscono della tua mente, allora sei davvero morto. A me veniva impedito di
meditare ad alta voce o con rosari e libri. Avevo sviluppato la mia voce interiore. Mentre mi
torturavano recitavo un mantra. Cercavo di pensare al dolore del mondo intero. Il mio avrebbe
impedito la sofferenza di altri esseri umani. Ho cercato anche spiegazioni nel karma. Nelle
mie vite passate devo aver commesso azioni terribili".
Nel marzo 1989 Hu Jintao, attuale
presidente della Repubblica cinese e all'epoca segretario del partito nella regione autonoma
del Tibet, impose la legge marziale a Lhasa. Palden Gyatso si trovava nella prigione di
Drapchi. "Con la pressione delle organizzazioni per i diritti umani, le autorità cinesi
iniziarono a usare torture sempre più sofisticate. Ma non per questo meno crudeli. Si
accanivano su punti particolari del corpo, picchiando organi interni come reni o fegato. È
così che, per la prima volta nella mia vita, ho visto cadaveri blu. E rossi. Un'altra tecnica
di violenza invisibile erano i ripetuti prelievi di sangue".
Ma il cambiamento arrivò.
"Stranamente subito dopo l'introduzione della legge marziale, alla fine degli anni
Ottanta, la mia vita carceraria cominciò a migliorare. Quando dissero che ero libero, rimasi
incredulo. Fino a quel momento, ogni volta che finivo di scontare la pena, le autorità cinesi
trovavano un motivo per condannarmi ancora. Ricordo che lasciai il carcere guardandomi
intorno. Temevo che ci fosse qualche trappola. Gli ufficiali cinesi infatti mi pedinavano.
Dopo tredici giorni riuscii a fuggire da Lhasa. Volevo raggiungere Dharmasala, per mettere la
mia esperienza al servizio del Dalai Lama". Gyatso è stato poi convinto dal Dalai Lama a
scrivere le sue memorie. In Italia, Il fuoco sotto la neve è stato pubblicato nel 1997 (Sperling&Kupfer).
Lui è diventato il protagonista di molti documentari e invitato d'onore di tante
mobilitazioni.
Soldi sulla punta del coltello
Uscendo di prigione, Gyatso non ha più ritrovato il suo Tibet. Ha scoperto che anche gli
altri membri della sua famiglia erano stati arrestati. Uccisi. Ma ha scoperto anche di avere
tanti nuovi amici. A metà degli anni Ottanta, i militanti italiani e inglesi di Amnesty hanno
"adottato" Gyatso come prigioniero di coscienza, insieme a un altro monaco, Geshe
Lobsang Wangchuk, che non è stato mai rilasciato.
"La mia storia dimostra che gli
occidentali, se lo vogliono, possono provocare dei cambiamenti. Purtroppo, molti Paesi
democratici oggi sembrano interessati solo al denaro e agli affari. I diritti umani non
contano più niente. Tutto questo è molto pericoloso. In Tibet c'è un'espressione che dice:
"Dare i soldi sulla punta del coltello". È quello che sta avvenendo.
La Cina
è potente, e noi abbiamo soltanto la forza della verità".
di ANAIS GINORI / foto di JOAKIM
ENEROTH
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