"Dal Lancet: occorre più che dimezzare il
consumo di carne"
tratto da www.informationguerrilla.org
del 24 settembre 2007
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Nel
numero del 13 settembre della rivista scientifica internazionale "The Lancet",
l'articolo "Cibo, allevamenti, energia, cambiamenti climatici e salute" mostra
quanto questi aspetti siano correlati tra loro e quanto sia urgente una diminuzione drastica
del consumo di carne per evitare il disastro ambientale. E la responsabilità, sottolineano,
è di tutti. Nell'abstract, gli
autori - scienziati di varie università in Australia, Gran Bretagna e Cile - spiegano che il
cibo fornisce energia e nutrimento, ma anche per produrlo occorre spendere energia e la
quantità di energia spesa per unità di energia ottenuta dal cibo è in continuo aumento. La
correlazione tra energia, cibo e salute è oggi molto complessa e pone delle sfide molto serie
alle istituzioni di tutto il mondo. Esiste ancora la malnutrizione, ma esiste anche il
problema opposto della sovralimentazione, che causa obesità e altre conseguenze per la salute
molto rilevanti. Nel mondo, le
attività agricole, in special modo l'allevamento del bestiame, sono responsabili per circa un
quinto del totale delle emissioni di gas serra, che contribuiscono al cambiamento climatico.
Le istituzioni dovrebbero prestare una particolare attenzione ai rischi per la salute dovuti
al rapido aumento del consumo di carne, rischi dovuti sia all'impatto delle produzione di
carne sul cambiamento climatico sia al diretto contributo all'insorgenza di alcune malattie
legate al consumo di alimenti animali. Per prevenire
l'aumento di emissioni di gas serra occorre ridurre sia il livello globale dei consumi di
prodotti animali, sia l'intensità delle emissioni. La proposta è quella di una strategia di
contrazione dei consumi e convergenza verso un livello di consumo sostenibile. L'attuale media
globale dei consumi di carne è di L'unica soluzione
è dunque quella di ridurre il consumo di prodotti animali da parte dei paesi più ricchi, e
fissare una soglia da non superare per i paesi in via di sviluppo, in modo che tutti i paesi
convergano verso lo stesso livello di consumo, molto più basso di quello attuale dei paesi
ricchi: non più di
Secondo l'articolo
del Lancet, in alcuni paesi l'energia totale spesa per la produzione di cibo è molto
superiore a quella ottenuta dal cibo stesso, il che non è ormai più sostenibile. Un altro
aspetto messo in luce è quello della scarsità del terreno utilizzabile per coltivare mangimi
per gli animali o per far pascolare gli animali. Ormai la domanda crescente di carne che
arriva dai paesi in via di sviluppo può essere soddisfatta (e solo in parte) usando le
foreste pluviali del Sud America, specie del Brasile, Bolivia e Paraguai. L'articolo degli
esperti di nutrizione illustra inoltre una serie di punti e dati statistici molto interessanti
e precisi che vogliamo qui riassumere: Il
metano e l'ossido nitroso - entrambi potenti gas serra e strettamente associati
all'allevamento di bestiame - contribuiscono al totale per il settore agricolo molto di più
dell'anidride carbonica. Data
la situazione, è urgente un intervento per bloccare le emissioni dovute all'agricoltura e
soprattutto all'allevamento. Invece, il numero di animali allevati è in crescita continua e
si prevede che lo sarà ancora per decenni, specie nei paesi in via di sviluppo. Le
tecnologie applicabili a costo sostenibile possono ridurre le emissioni al massimo di un 20%,
per questo l'unica soluzione realisticamente applicabile è quella della contrazione dei
consumi. La conclusione
degli scienziati, con la quale il NEIC - Centro Internazionale di Ecologia della Nutrizione -
non può che essere d'accordo, e che farà il possibile per diffondere e sostenere, è che il
problema del cambiamento climatico richiede risposte forte e radicali. Come sostengono gli
autori dell'articolo, all'obiezione secondo cui la diminuzione dei consumi e la convergenza
verso un livello comune non potrà funzionare perché la gente ama mangiare carne, si deve
rispondere con l'urgenza e la necessità estrema di un cambiamento per fermare un problema ben
più serio delle preferenze alimentari delle persone. Le persone più
informate, nei paesi ricchi, specie in Gran Bretagna, stanno già dimostrando di voler ridurre
il consumo di cibi animali, a quanto sembra soprattutto per prevenire il rischio di malattie
cardiovascolari. Per aiutare le persone a fare questa scelta, affermano gli autori, sarà
utile eliminare i sussidi statali alla produzione di mangimi animali (grano e soia), in modo
che il prezzo al consumo rispecchi i reali costi, e quindi aumenti. Questo inoltre aiuterebbe
a dirottare i raccolti verso i paesi poveri, per il diretto consumo umano, riducendo la
"concorrenza" tra la coltivazione di cibo per gli animali e quella di cibo per gli
umani. La proposta
porterebbe a molti effetti collaterali positivi: una dieta più sana, migliore qualità
dell'aria, maggiore disponibilità di acqua, una razionalizzazione dell'uso dell'energia e
della produzione di cibo. Naturalmente,
aggiungono gli esperti del NEIC, maggiore sarà la contrazione dei consumi di alimenti
animali, maggiore sarà il benessere che si può raggiungere da ogni punto di vista: impatto
sull'ambiente, consumo di risorse ed energia, salute, benessere degli animali. Comunicato
del NEIC - Centro Internazionale di Ecologia della Nutrizione Fonte:
Anthony J
McMichael, John W Powles, Colin D Butler, Ricardo Uauy, Food,
livestock production, energy, climate change, and health,
The Lancet, September 13, 2007
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