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Mentre in Italia si consuma l'inutile e angosciosa e indecente
agonia di Eluana Englaro, da Londra ci arriva una di quelle piccole, grandi storie che
racchiudono in sè i problemi e il senso di un'epoca.
Hannah Jones è una ragazzina di 13 anni, affetta dall'età di cinque da una forma rara e
gravissima di leucemia. Otto anni della sua breve vita li ha passati facendo su e giù con
l'ospedale di Hereford. Le cure intensive e intrusive cui ha dovuto sottoporsi per
sopravvivere le hanno spaccato il cuore. I medici hanno allora deciso di sottoporla a un
trapianto. Ma Hannah ha detto no. Anche se il trapianto fosse riuscito le avrebbe dato solo
qualche mese di vita in più dei sei che i medici le hanno pronosticato nel caso non si fosse
sottoposta all'operazione. Ma Hannah ha deciso che non voleva più vivere una vita che non era
più tale e la cui qualità, se si può usare questo termine, sarebbe ancora peggiorata per le
ulteriori e pesantissime cure cui avrebbe dovuto sottoporsi per evitare il rigetto. Voleva
passare quel poco che le restava da vivere a casa sua, con i genitori e i tre fratellini, e
morire di morte sartificiale. E ha detto no.
Il rifiuto della ragazzina, oltre che legittimo, era perfettamente legale perché la
giurisprudenza inglese consente anche ai bambini di respingere le cure "se hanno un
sufficiente grado di comprensione". In ogni caso i genitori, che hanno la tutela legale,
erano d'accordo. Ma a non essere d'accordo, non si capisce in base a quale principio, erano i
medici dell'ospedale di Hereford che hanno fatto ricorso all'Alta Corte chiedendo ai giudici
di sottrarre la ragazzina alla custodia dei genitori e di restituirla all'ospedale.
Ma la piccola Hannah, indomita, si è allora rivolta a un'assistente sociale per spiegarle le
sue ragioni, che l'assistente ha condiviso. Ciò ha convinto la direzione dell'ospedale di
Hereford a ritirare il suo ricorso e la piccola Hannah Jones ha vinto la sua battaglia per
poter morire in santa pace.
È una vittoria dolorosa ma molto importante perché va contro un diffusissimo, pernicioso, e
interessato, principio dell'era tecnologica, che è andato sempre più imponendosi in questi
anni, secondo il quale la lunghezza della vita, non importa a che condizioni è il bene
supremo e che consegna il malato, privato di ogni autonomia e di ogni diritto, alla società
e, attraverso questa alla congregazione degli scienziati e dei tecnici, in questo caso dei
medici delle équipes ospedaliere.
L'uomo è sempre stato un essere oppresso, ma mai come in quest'epoca "liberale" ha
finito per essere espropriato, dalla tecnica e dalla cultura che la tecnica ha generato,
davvero di tutto, anche della propria morte. E non si è padroni nemmeno della propria vita se
non si è padroni della propria morte. La tecnica è riuscita in un'impresa che sembrava
impossibile, quella di spersonalizzare anche ciò che l'uomo ha di più privato, individuale e
indivisibile: la sua morte. Nella società preindustriale non era così. «L'uomo è stato,
per millenni, il padrone assoluto della sua morte e delle circostanze della sua morte, oggi
non lo è più» (Philippe Ariès, Storia della morte in Occidente). Un tempo si moriva a
casa, circondati dai familiari e dagli amici, si presiedeva la propria morte e, dopo un'agonia
breve, si rendeva l'anima a Dio. Oggi si muore soli, negli ospedali, in struttura
disumanizzante, ridotti a numeri, a oggetto di esperimenti, irti d'aghi, intubati,
monitorizzati, una povera cosa umiliata, privata della propria identità e dignità. In nome
della lunghezza della vita e per non voler più accettare la morte l'uomo dell'era tecnologica
è disposto a qualsiasi cosa. Ma, soprattutto, lo sono le équipes ospedaliere.
Hanna Jones, opponendosi a questo scempio, ci ha dato una grande lezione. Ha riaffermato il
diritto di ognuno a vivere liberamente la propria vita; la propria malattia e la propria
morte. Ha riaffermato il primato dell'individuo sulla società, dell'uomo sulla tecnica.
Grazie, piccola, coraggiosa, commovente Hannah.
Massimo Fini
Fonte: www.ilgazzettino.it
14.11.08
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