"La grande corsa al filtro di stato"
spesso pretendendo che i fornitori di connessione si trasformino in sceriffi delle comunicazioni
elettroniche.
tratto da http://www.apogeonline.com
del 30 dicembre 2008 a firma di Alessandro Longo
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Dall’Inghilterra
all’Australia, all’Italia. Ogni motivo è buono per provare a limitare la libertà della
Rete, spesso pretendendo che i fornitori di connessione si trasformino in sceriffi delle
comunicazioni elettroniche Vari segnali ci dicono che nel 2009 si confermerà e si
potenzierà un trend verso una internet regolata più strettamente e guardata con occhi più
guardinghi dalla politica e della magistratura. «Finora la brutta fama di censuratrice del
web l’ha avuta C’è un crescendo di notizie: fa scalpore una proposta
di legge dal Regno Unito, di cui l’idea di fare un rating dei siti è solo la
punta dell’iceberg. Ci sono tante misure proposte, il cui spirito è ben rivelato dalla
dichiarazione di Andy Burnham, il segretario alla cultura che sta spingendo in questa
direzione: «Le persone che hanno creato internet dicevano apertamente di creare uno spazio
che i governi non potevano raggiungere. Penso che ora dobbiamo rivisitare quel concetto». Il
problema è che è sottile il confine tra ricondurre internet a tutte le regole in vigore
offline (e in altri media) e la censura della libertà d’espressione. Il Paese democratico
che ora è più vicino a varcare quel confine sembra l’Australia:
il governo ha annunciato piani (che ormai sembrano vicini alla meta) per filtrare i
“contenuti inappropriati”, violenza, pornografia e il peer to peer. Insomma, il lato
oscuro della rete. Electronic
Frontier Foundation nota che i filtri sono molto costosi (il grande firewall cinese
richiede il lavoro costante di centinaia di persone) e hanno conseguenze impreviste, come il
blocco di contenuti anche connessi all’arte e alla cultura (recente il caso
su Wikipedia nel Regno Unito). Eppure l’idea di mettere le briglie a internet fa
strada, accarezza anche i politici italiani (l’hanno espressa di recente le massime cariche
dello Stato in questa legislatura) e ora trova proseliti anche nella magistratura. È stato un
tribunale a imporre il blocco di Pirate Bay in Italia (poi annullato), come ora agli utenti di
Tele2 Danimarca. Ed è stato un tribunale di Milano, questo mese, a sbattere la porta in
faccia ai provider. L’Aiip, associazione che riunisce i principali provider, si era rivolta
al tribunale per opporsi all’obbligo di filtrare i siti di sigarette. Non che
fossero fan del tabacco, ma avevano visto un crescendo pericoloso per internet e per i loro
interessi: non vogliono diventare i poliziotti della rete, costretti a bloccare domini e
indirizzi Ip a un solo ordine di un giudice. Il tribunale di Milano ha però stabilito che
devono ubbidire, confermando che basta un ordine di sequestro preventivo (prima quindi di un
processo) per impedire l’accesso a un sito denunciato. I filtri, anche quelli a livello Ip, sono aggirabili,
si è detto. Lo sono grazie a proxy oppure semplicemente trovando un indirizzo alternativo per
quel sito, com’è accaduto con Pirate Bay. Bloccato un Ip, se ne fa un altro, e sta al
giudice fare una nuova ordinanza con l’elenco aggiornato degli Ip da bloccare. Per fortuna,
il codice delle comunicazioni elettroniche ancora esonera i provider ad andare a caccia di Ip.
Servirebbero risorse dedicate dallo Stato per il gioco gatto-topo degli indirizzi da bloccare.
Insomma, un apparato come quello cinese, appunto. Anzi, forse uno ancora più costoso, perché
in Cina il problema è semplificato, non ci sono questi passaggi da fare, da un giudice ai
provider: si blocca e basta. E non può metterci lo zampino il Tar del Lazio o il tribunale
del riesame, annullando il blocco. |
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