"Influenza stagionale"
cioè niente; non vi sono prove che i vaccini riducano la mortalità né tra i bambini e che tra
gli adulti.
tratto da http://www.disinformazione.it
del 2 novembre 2010 a
cura del dottor Eugenio Serravalle
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La discussione sulla
vaccinazione contro l'influenzale stagionale (che conterrà, oltre all' H3N2 A/Perth e
B/Brisbane, il famoso A/H1N1) riprende dall'insuccesso della campagna vaccinale dello scorso
anno contro l'influenza pandemica, rifiutata da pazienti e medici. e dai dubbi e le polemiche
sulla sicurezza e l'efficacia della vaccinazione. In queste settimane abbiamo appreso che Anche in Svezia l'Agenzia
Nazionale per i farmaci, dopo aver ricevuto numerose segnalazioni di casi di narcolessia che
si sospettano legati alle vaccinazioni, ha informato l'Agenzia Europea per Eppure, in questi giorni,
come i negozi fanno scorte di merci da vendere nel periodo di Natale, allo stesso modo, le
farmacie, i distretti socio-sanitari iniziano ad immagazzinare i vaccini contro l'influenza
stagionale. Insieme a questi, inevitabilmente, arriva la propaganda. E' tutto così
prevedibile: prima c'è l'annuncio che "tutti dovrebbero vaccinarsi". Lo
"scoop" successivo è la notizia di quanto "sia cattivo" il virus
influenzale dell'anno. Si fornisce qualche numero sugli ammalati (quante persone a letto con
l'influenza?) e qualche previsione catastrofica sulle vittime. Immancabilmente seguirà
qualche comunicazione ufficiale da parte delle autorità sanitarie o delle varie associazioni
di medici e specialisti per invitare tutti a vaccinarsi. La pubblicità commerciale, diretta o
occulta si attenuerà solo quando le scorte dei vaccini inizieranno a diminuire. Ma finché i
vaccini restano in magazzino, la propaganda rimarrà aggressiva, ed il marketing sempre più
diffuso. Ma fino a che punto il
vaccino contro l'influenza, per il quale ad ogni autunno assistiamo a questa mobilitazione,
mette al riparo dalla minaccia ricorrente di finire a letto con la febbre? La prima cosa da
ricordare è che l'influenza è impossibile da distinguere da altre forme virali in base ai
soli sintomi clinici. Si usa il termine di Influenza-Like Illness per definire le malattie
simil-influenzali, di cui la vera influenza, quella verso la quale esiste il vaccino,
rappresenta circa il 10% del totale, secondo alcuni studi addirittura solo il 6%. Questa
confusione è un motivo di distorsione nella valutazione dell'impatto sociale, della morbilità
e della letalità della influenza, che può essere diagnosticata con certezza solo attraverso
esami di laboratorio. E' su questo equivoco che si genera molto della propaganda: si trascura
di ricordare che il vaccino può immunizzare unicamente dai virus contro cui è mirato, e che
si presuppone circoleranno, ma non ha azione alcuna nei confronti della miriade di agenti
infettivi (circa 500 tra tipi e sottotipi) responsabili delle sindromi influenzali che
rappresentano la fetta più grande delle patologie dell'autunno e dell'inverno. Incoraggiando
una falsa speranza (se ti vaccini, quest'inverno non ti ammalerai) l'industria riesce a
gonfiare i consumi del farmaco. Altro aspetto critico è
la scelta dei tipi di virus contenuti nel vaccino. Il virus influenzale presenta grande
variabilità antigenica ed è soggetto a continue mutazioni. Ogni anno appare una versione
differente da quella precedente. Per questo ogni anno l'Organizzazione Mondiale della Sanità
ed i Centers for Disease control and prevention americani effettuano delle previsioni sui tipi
influenzali che circoleranno e decidono quali ceppi inserire nella vaccinazione contro
l'influenza stagionale. Solo se c'è corrispondenza esatta tra virus circolante e virus
contenuto nel vaccino ci può essere azione, altrimenti l'effetto sarà nullo. Quando si
scelgono determinati ceppi si formula una previsione, una scommessa, che non sempre risulta
vincente: basta una mutazione imprevista ed il vaccino è fuori gioco. Al di là della
propaganda dei produttori, gli studi finora condotti sono stati raccolti in 7 revisioni
sistematiche che sintetizzano le prove disponibili per quantità e qualità metodologica. Le prove scientifiche
dimostrano che: - i vaccini nei bambini al di sotto dei 2 anni sono efficaci come il placebo,
cioè niente; - non vi sono prove che i vaccini riducano la mortalità né tra i bambini e che
tra gli adulti; - l'assenza dal lavoro degli adulti occupati è ridotta di circa due ore
solamente; - non vi è correlazione fra incidenza dell'influenza e riduzione della mortalità
e copertura vaccinale negli anziani istituzionalizzati. E' dimostrano che durante due epidemie
(1968 e 1997) il vaccino in uso conteneva un virus differente da quello che circolò
realmente, e pertanto inefficace verso l'influenza stagionale. Eppure in quegli anni la
mortalità attribuita all'influenza non aumentò. Nel 2004 la produzione di vaccini in USA fu
insufficiente, ed il tasso di copertura fu soltanto del 40%, ma anche in quello il dato della
mortalità non aumentò. Il tasso di mortalità tra gli anziani nella stagione invernale non
è cambiato dal 1989, quando solo il 15% degli statunitensi e canadesi over 65 anni veniva
vaccinato, ai giorni d'oggi che vede in questa fetta di popolazione una copertura superiore al
65%. Questi sono i dati reali, che smentiscono il dogma dell'efficacia dei vaccini
antinfluenzali, un paradigma a cui prestar fede senza alcuna possibilità di critica. In realtà
le prove di efficacia di cui si dispone sono deboli e le aspettative dei benefici non sono
realistiche. La storia della medicina è ricca di trattamenti entrati nella pratica e nella
dottrina pur privi di certezze di sicurezza ed efficacia. Il vaccino antinfluenzale è un
esempio emblematico della comunicazione imperfetta tra ricerca scientifica e pratica medica.
La campagna vaccinale non si basa su evidenze scientifiche, ma sull'intreccio tra l'industria
che produce i vaccini, ed istituzioni che adottano scelte e comportamenti spesso all'ombra di
conflitti di interesse. Dottor Eugenio Serravalle,
specializzato in Pediatria Preventiva, Puericultura e Patologia neonatale all'Università
degli studi di Pavia. BIBLIOGRAFIA |
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