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TERNI - Indicano l'inceneritore come un animale da cui guardarsi, accucciato in
una conca dove l'aria stagna anche nei giorni di tramontana, in via Ratini, un budello
sterrato tra le ciminiere e i silos della zona industriale del Sabbione. E lo fanno a maggior
ragione ora, che l'animale tace della sua rugginosa ferraglia. Che i suoi due camini non
esalano più bave di fumo.
Un nastro bianco e rosso e una macchina del corpo forestale dello Stato tengono lontani i
curiosi (che non ci sono) e gli operai, che qui non metteranno più piede. A lungo. Affissi al
cancello di ingresso, due fogli dattiloscritti dell'Agenzia Speciale Multiservizi (Asm) datati
14 gennaio avvisano "il personale degli impianti di termovalorizzazione, selezione e
trasferenza che, per cause di forza maggiore, gli stessi non sono accessibili e pertanto tutto
il personale è posto provvisoriamente in libertà fino a nuova disposizione".
Comunicano che 32 operai, entro le prossime 48 ore, "dovranno recarsi presso lo studio
medico del dottor Barconi, in via Pacinotti, per sottoporsi ad esame radiologico". La
città già sa dal primo mattino.
La Procura
della Repubblica ha disposto il sequestro dell'impianto con un provvedimento che racconta una
storia lugubre, un "disastro ambientale" nella civile, ordinata e pulita Umbria. Che
vale nove informazioni di garanzia e accusa il sindaco di una giunta di centro-sinistra eletta
al secondo mandato con il 70 per cento dei suffragi di aver avvelenato la propria gente.
L'aria che respira, la terra che calpesta, il fiume di cui va fiera, il Nera.
Vecchio di trentadue anni, l'inceneritore ha ruminato e bruciato sino al dicembre scorso
(quando ne era stato disposto dal comune un fermo temporaneo per lavori di manutenzione
straordinaria) oltre il 50 per cento dei rifiuti urbani della città e della sua intera
provincia producendo, sin quando è economicamente convenuto, energia elettrica (5 megawatt
l'ora). Ma in uno scambio diabolico, a leggere le sette pagine con cui il pubblico ministero
Elisabetta Massini avvisa gli indagati dello scempio di cui li ritiene responsabili.
Perché la pulizia della città ne avrebbe significato di fatto la lenta e
silenziosa intossicazione. A cominciare dal 2003 e fino a qualche settimana fa. I liquami
dell'inceneritore - scrive il magistrato - venivano scaricati nel Nera in disprezzo dei limiti
di concentrazione fissati dalla legge per il mercurio, per i residui dei cosiddetti metalli
pesanti (selenio, cadmio, cromo totale, nichel, piombo, manganese, rame, zinco). E i
responsabili dell'Asm (la municipalizzata che controlla l'impianto) ne sarebbero stati a tal
punto consapevoli da tentare di "diluirli" nel tempo "aggiungendo acque di
raffreddamento provenienti dalle torri dell'impianto".
I forni bruciavano senza autorizzazione, anche ciò che non avrebbero potuto - si legge ancora
- lasciando che le ciminiere alitassero nell'aria "acido cloridrico" e
"diossine", liberate da una "combustione" tenuta al disotto dei limiti
(850 gradi) e dissimulata da false attestazioni dei cicli di lavorazione. Ancora: avrebbero
bruciato anche rifiuti radioattivi. Come dimostrerebbero cinque "incidenti"
registrati lo scorso anno. Il 16 marzo 2007 - scrive il pubblico ministero - viene dato
ingresso nell'impianto a legno e carta provenienti da Monza e risultati radioattivi. Il 27
giugno, una nuova "positività". Anche se questa volta i rifiuti sono ospedalieri.
Arrivano da dietro l'angolo. Dal "Santa Maria di Terni". E non sembra un'eccezione.
Perché il 4, il 9 e il 24 ottobre sono ancora "rifiuti sanitari" a far muovere gli
aghi dei rilevatori di radiazioni. Va da sé - accusa il pubblico ministero - che agli operai
che lavorano nella pancia dell'inceneritore venga taciuto in quale crogiolo di veleni siano
immersi.
A quale sorgente cancerogena siano esposti, "nonostante, già nel 2002, uno studio
commissionato dalla stessa Asm avesse accertato come ragionevolmente prevedibile il rischio di
contaminazione". Nell'impianto nessuno sembra preoccuparsene. Peggio: nel reparto di
"trasferenza", dove i rifiuti vengono separati e compattati, i filtri sono a tal
punto ostruiti che "gli operai, per poter respirare, sono costretti a tenere aperte porte
e finestre dei locali, provocando continue immissioni nell'aria di polveri nocive, da carta,
nylon e altri rifiuti leggeri".
Paolo Raffaelli, il sindaco, parla con un nodo alla gola. Alle tre del pomeriggio, di fronte
al magnifico palazzo Spada, la casa municipale, attraversando una piazza che brilla come uno
specchio, c'è chi lo ferma e lo abbraccia scoppiando in lacrime. È stato nel Pci e nei Ds.
Sarà nel Partito democratico. È stato fino al '99 parlamentare. È un uomo intelligente e
non gli sfugge cosa significhi l'avviso di garanzia che ha ricevuto qualche ora prima insieme
all'intero vertice della municipalizzata che gestisce l'inceneritore (il presidente dell'Asm
Giacomo Porrazzini, anche lui ex parlamentare europeo dei Ds; i consiglieri di amministrazione
Stefano Tirinzi, Antonio Iannotti, Attilio Amadio, Francesco Olivieri; il direttore generale
Moreno Onori; i delegati per i servizi di igiene e prevenzione Giovanni Di Fabrizio e Mauro
Latini).
Dice: "Stavo già passando settimane umanamente terribili per
la Thyssen
, che qui ha il suo stabilimento madre. E non sarei sincero se ora sostenessi che sui rifiuti
sono tranquillo perché nel merito di questa vicenda ritengo che, nel tempo, siano state
fornite alla magistratura tutte le controdeduzioni tecniche necessarie a far cadere gli
addebiti gravi e direi pure infamanti che ci vengono mossi.
La verità è che questo sequestro non solo sporca la mia immagine politica, ma fa
riprecipitare in tutto il Paese e nella sinistra la discussione sullo smaltimento dei rifiuti
a un'antica e improduttiva guerra di religione: "inceneritore si",
"inceneritore no". A Napoli, Bassolino e
la Iervolino
sono stati "impiccati" per non averlo ancora costruito. Io, da tempo, vengo
"impiccato" dalla destra e da settori dell'ambientalismo per averlo fatto funzionare
in un quadro integrato di raccolta differenziata, termovalorizzazione, uso delle discariche,
sviluppo di nuove tecniche di bioriduzione.
Una cosa sola è certa. Questo sequestro non riuscirà a sporcare la città, anche perché,
sensibilizzata dal prefetto, la magistratura ha compreso che per evitare che Terni sia
sommersa di rifiuti nel giro di quattro giorni, almeno i reparti di raccolta dei rifiuti
dell'impianto possano continuare a funzionare come snodo di smistamento".
A un costo, però. Che apre un nuovo capitolo dell'emergenza trecento chilometri a nord della
linea del Garigliano. Da questa mattina, tutti i rifiuti urbani di Terni e della sua provincia
saranno avviati "tal quali" (così si definisce in gergo l'immondizia non separata)
nelle "crete" di Orvieto, la discarica che, sino ad oggi, ha raccolto solo il 20 per
cento degli scarichi del ternano. Il cielo umbro respira. La sua terra comincia a gonfiarsi.
Al veleno non sembra esserci rimedio. Neppure qui. Tra ulivi e colline smeraldo che il mondo
ci invidia.
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