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ROMA - E’ una coincidenza, oppure una strategia di
comunicazione studiata apposta per dire al mondo: ci siamo ancora? Esattamente venti anni dopo
la contestata scoperta della «fusione fredda» da parte di due chimici americani, gli eredi
di questa linea di ricerca, riuniti a Salt Lake City, in un simposio dell’American Chemical
Society dedicato a «New Energy Technology», sostengono non solo di avere ripetuto con
successo gli esperimenti, ma anche di vedere le prove che si tratta di una reazione di fusione
nucleare a bassa energia: cioè i neutroni, i piccoli proiettili nucleari che scaturirebbero,
abbondanti, dal processo. Non è la prima volta che i fusionisti freddi tentano di tornare
alla ribalta con annunci di risultati positivi. Ma poiché la storia della scienza è fatta
anche di scoperte che stentano a decollare prima di affermarsi, ci pare corretto dare spazio
anche a queste ultime rivendicazioni.
LA STORIA
- Sarà utile riassumere come andò vent’anni fa,
prima di passare alla cronaca. Il 23 marzo del 1989 due chimici dell'università dell' Utah,
Martin Fleischmann e Stanley Pons, decidono di comunicare la loro scoperta in una conferenza
stampa, prima di avere pubblicato l’articolo relativo su una rivista scientifica. Attirano
subito l’attenzione di tutto il mondo perché, assicurano, si tratta di un fenomeno che
promette energia pulita e a basso costo, anche attraverso impianti di piccole dimensioni. In
una cella elettrolitica riempita di acqua pesante (con deuterio al posto dell' idrogeno),
sostengono i due, basta immergere una barretta di palladio per vedere scaturire un eccesso di
energia. Solo la fusione dei nuclei di deuterio penetrati nel reticolo cristallino del
palladio, potrebbe spiegare il fenomeno e così si parla di «fusione fredda», per
distinguerla da quella ad altissime temperature che viene sperimentata nelle grandi ciambelle
magnetiche in alcuni laboratori mondiali della big science. Nelle loro numerose presentazioni
in giro per il mondo (noi assistemmo a quelle del Cern di Ginevra e del Centro Majorana di
Erice), i due chimici americani non forniscono tutti gli elementi necessari per ripetere l'
esperimento e minimizzano le difficoltà di riproducibilità del fenomeno. Inoltre, Fleishmann
e Pons scavalcano un loro collega, Steven Jones, che aveva lavorato alla stessa ricerca e con
cui avevano concordato una contemporaneità di pubblicazioni. Il mondo scientifico è
frastornato, i media sono impazziti. La possibilità di avere a portata di mano la soluzione
dei problemi energetici suggerisce attenzione, al di là del comportamento irritante di
Fleischmann e Pons. Mentre centinaia di ricercatori si affannano a ripetere gli esperimenti
con risultati contraddittori, alcuni scienziati del prestigioso Caltech, l'Istituto di
tecnologia della California, organizzano una severa istruttoria scientifica. In appena un mese
la sentenza è pronta: il fenomeno non esiste, non è spiegabile, forse è pura illusione. Per
altri è addirittura frode scientifica.
CONTRADDIZIONI - Ma nel frattempo altri gruppi di ricerca di
provata professionalità, in diverse parti del mondo, fra i quali un gruppo di fisici e
chimici dell’Enea guidati dal professor Franco Scaramuzzi, riescono a riprodurre il
fenomeno. Il mondo della ricerca si divide così fra scettici e possibilisti. Negli anni
successivi, pur essendo accertato che in certe circostanze si arriva alla liberazione di
inspiegabili quantità di energia dalla cella elettrolitica, non si arriva a chiarire se si
tratta di reazioni chimiche o nucleari. Soprattutto, risultano illusorie le promesse di quanti
annunciano la fabbricazione di prototipi sperimentali che possano fornire elettricità e
calore sulla base del nuovo fenomeno.
LE NUOVE PROVE - In questi giorni, al congresso di Salt Lake
City, l’ultimo atto della tormentata ricerca. Pamela Mosier-Boss, chimica del U.S. Navy' s
Space and Naval Warfare Systems Center (SPAWAR) di San Diego, California, annuncia, anche a
nome di altri ricercatori, di avere ottenuto per la prima volta la prova che la fusione fredda
esiste e che si tratta di un processo nucleare, come proverebbero le abbondanti tracce di
neutroni registrate nel corso di vari esperimenti. Questa volta, spiega la ricercatrice, la
cella elettrolitica contiene deuterio mescolato a cloruro di palladio e gli elettrodi sono
fatti con fili di nikel o di oro. «Oltre ai neutroni, le cui tracce sono state evidenziate da
una plastica speciale posta accanto alla cella -spiega
la Mosier-Boss
-, il fenomeno è accompagnato dall’eccesso di calore, dall’emissione di raggi X e dalla
formazione di trizio. Tutti indizi a sostegno dell’avvenuta fusione del deuterio». Dal
convegno di Salt Lake City, oltre alla speranza di un rilancio del fenomeno su più solide
basi, è venuto però un avvertimento che suona come di rottura rispetto all’avventuroso
passato di questa vicenda: non si parli più di fusione fredda, ora il termine giusto è
l’impronunciabile LENR, acronimo di Low Energy Nuclear Reactions (reazioni nucleari a bassa
energia). Basterà la nuova sigla a garantire un percorso meno accidentato a quanti ancora
lavorano a queste ricerche?
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