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PIACENZA - Quando gli uomini della Guardia di
Finanza trascrivono le intercettazioni, quasi non credono alle loro orecchie. Chi è il
rappresentante legale e amministratore unico dell'azienda che ricicla formaggi avariati e
scaduti? Semplice, l'ex comandante della stazione dei carabinieri. E chi certifica, passando a
bere un caffè, che è tutto a posto, nonostante le celle frigorifere trabocchino di
tonnellate di merce con dentro insetti, larve, escrementi e carcasse di topi, muffe, pezzi di
plastica? Semplice: il veterinario dell'Asl.
È talmente disinvolto, il medico, con i banditi della tavola, da "dimenticarsi" i
timbri dell'Asl di Piacenza - dov'è tuttora tranquillamente in servizio - in un cassetto
della scrivania, nell'ufficio contabilità del caseificio. E così da controllore è diventato
controllato. C'è anche lui nel fascicolo con cui
la Procura
piacentina (pm Antonio Colonna) scrive ora una nuova e ricca pagina nell'inchiesta sui
formaggi avariati avviata due anni fa dai colleghi di Cremona (pm Francesco Messina).
Lo scenario ricostruito dagli investigatori è inquietante. Decine di tonnellate di scarti di
formaggio piene di schifezze ritirate da grosse aziende (Granarolo, Ferrari Giovanni industria
casearia, Zanetti) e mischiate a prodotto fresco: un sistema collaudato con cui
la DELIA
, stabilimento a Monticelli D'Ongina, sede legale a Milano in piazza IV Novembre, riesce a
piazzare sul mercato italiano e europeo il suo prodotto finito. Che vuol dire soprattutto:
formaggio grattugiato. Come? Vendendolo a aziende che lo confezionano in buste a marchio
"Galbani", "Ferrari", "Medeghini", solo per citarne alcuni. O
direttamente al cliente finale, come nel caso di "Biraghi" o "Prealpi".
Il giro è enorme, e abbraccia mezza Europa (Spagna, Austria, Germania, Francia, Belgio). Una
ventina di milioni di euro il volume d'affari della società, collegata a altre tre aziende di
cui due con sede a Barcellona (Compinque S. L. e Quederlac S). Sono tutte riconducibili a
Alberto Aiani, cinquantatreenne di Casalbuttano. Il paese in provincia di Cremona dove l'ex
ufficiale dell'Arma Francesco Marinosci, pugliese di Francavilla, cremonese d'adozione, -
prima di darsi al formaggio e diventare socio di Aiani nella DELIA - dirigeva la stazione dei
carabinieri. Ieri usava l'utilitaria in dotazione, guadagnava un moderato stipendio. Oggi gira
in Jaguar e, si capisce, ha implementato le sue entrate.
Con Aiani e un'impiegata dell'azienda - per ora sono denunciati - Marinosci dovrà rispondere
del reato di adulterazione e contraffazione di sostanze alimentari con rischio di danno per la
salute pubblica. Ma c'è dell'altro. Sulle triangolazioni pericolose con cui DELIA acquistava
"merda" - termine usato dai truffatori per indicare il prodotto avariato, dalle
intercettazioni del primo troncone di inchiesta condotta dalle fiamme gialle guidate dal
comandante Mauro Santonastaso - il compito di vigilare, si fa per dire, spettava a un
veterinario dell'Asl piacentina: Luciano Dall'Olio (falso e abuso d'ufficio). Il medico non è
esattamente un guardiano scrupoloso.
Di più: alla DELIA in pratica si autocertificano. Con il timbro del competente servizio
veterinario. Per ricomporre il quadro che emerge dalle pieghe dell'inchiesta non c'è bisogno
di aggiungere molti altri tasselli. Né confortano le "spigolature" venute alla luce
nel corso delle indagini (già arrestate quattro persone, sigilli alla Tradel di Casalbuttano,
la prima azienda "riciclona" del siciliano Domenico Russo). Per esempio: possibile
che il legale di Andrea Chittò, veterinario dell'Asl di Cremona, anche lui accusato di
reggere il gioco dei truffatori e sospeso dal servizio, nella memoria difensiva produca la
testimonianza del comandante dei Nas di Cremona, Raffaele Marongiu?
In Procura ormai ne sono convinti: il sistema della truffa del formaggio avariato ha
continuato e continua a funzionare grazie alla connivenza-complicità di chi dovrebbe
controllare e però si fa chiudere gli occhi. Così la "pattumiera" funziona a pieni
giri: ritira roba scaduta e marcita, e la ripulisce sotto forma di formaggio fuso che poi
viene fatto raffreddare e venduto in panetti (delimix) alle grosse aziende.
Il prodotto finisce nelle grattugie. Si ottiene il lavorato finale: il formaggio grattugiato.
Non deriva, ovvio, né da parmigiano né da grana padano o da altri formaggi duri fatti
direttamente con il latte, ma da un "fuso" insaporito a seconda della percentuale di
croste o scarti immessi nella fusione. Eccole, riempite con il prodotto delle due
aziende-pirata, le classiche buste di grattugiato che finiscono sulle nostre tavole. "Di
aziende come queste c'è pieno - dice un investigatore anti-frode - e i grandi marchi se ne
servono abbondantemente. È un sistema di vasi cinesi che va combattuto e stroncato. I
ministeri della Salute e dell'Agricoltura, adesso, dovrebbero intervenire pesantemente".
La
truffa del formaggio avariato
tratto da http://www.veganitalia.com
del 14/7/2008
Nel formaggio avariato e putrefatto c'era di tutto. Vermi,
escrementi di topi, residui di plastica tritata, pezzi di ferro. Muffe, inchiostro. Era merce
che doveva essere smaltita, destinata ad uso zootecnico. E invece i banditi della tavola la
riciclavano. La lavoravano come prodotto "buono", di prima qualità.
Quegli scarti, nella filiera della contraffazione, (ri) diventavano fette per toast, formaggio
fuso, formaggio grattugiato, mozzarelle, provola, stracchino, gorgonzola. Materia
"genuina" - nelle celle frigorifere c'erano fettine datate 1980! - ripulita,
mischiata e pronta per le nostre tavole. Venduta in Italia e in Europa. In alcuni casi,
rivenduta a quelle stesse aziende - multinazionali, marchi importanti, grosse centrali del
latte - che anziché smaltire regolarmente i prodotti ormai immangiabili li piazzavano, -
senza spendere un centesimo ma guadagnandoci - a quattro imprese con sede a Cremona, Novara,
Biella e Woringen (Germania).
Tutte riconducibili a un imprenditore siciliano. Era lui il punto di riferimento di marchi
come: Galbani, Granarolo, Cademartori, Brescialat, Medeghini, Igor, Centrale del Latte di
Firenze. E ancora: Frescolat, Euroformaggi, Mauri, Prealpi, e altre multinazionali europee, in
particolare austriache, tedesche e inglesi. E' quello che si legge nell'ordinanza del pm
cremonese Francesco Messina. Un giro da decine di milioni di euro. Una bomba ecologica per la
salute dei consumatori.
Le indagini - ancora aperte - iniziano due anni fa. A novembre del 2006 gli uomini della
Guardia di Finanza di Cremona fermano un tir a Castelleone: dal cassone esce un odore
nauseabondo. C'è del formaggio semilavorato, in evidente stato di putrefazione. Il carico è
partito dalla Tradel di Casalbuttano ed è diretto alla Megal di Vicolungo (Novara). Le due
aziende sono di Domenico Russo, 46 anni, originario di Partinico e residente a Oleggio. E' lui
l'uomo chiave attorno al quale ruota l'inchiesta. E' lui il dominus di una triangolazione che
comprende, oltre a Tradel e Megal, un terzo stabilimento con sede a Massazza, Biella, e una
filiale tedesca. Tradel raccoglie, sconfeziona e inizia la lavorazione. Megal miscela e
confeziona. A Casalbuttano i finanzieri trovano roba che a vederla fa venire i conati.
Prodotti caseari coperti da muffe, scaduti, decomposti e, peggio ancora, con tracce di
escrementi di roditori. Ci sono residui - visibili a occhio nudo - degli involucri degli
imballi macinati. Dunque plastica. Persino schegge di ferro fuoriuscite dai macchinari. La
vera specialità della azienda è il "recupero" di mozzarelle ritirate dal mercato e
stoccate per settimane sulle ribalte delle ditte fornitrici, di croste di gorgonzola, di
sottilette composte con burro adulterato, di formaggi provenienti da black out elettrici di un
anno prima. "Una cosa disgustosa - racconta Mauro Santonastaso, comandante delle fiamme
gialle di Cremona -. Ancor più disgustoso - aggiunge il capitano Agostino Brigante - , è il
sistema commerciale che abbiamo scoperto".
Non possono ancora immaginare, gli investigatori, che quello stabilimento dove si miscela
prodotto avariato con altro prodotto pronto è lo snodo di una vera e propria filiera europea
del riciclaggio. Mettono sotto controllo i telefoni. Scoprono che i pirati della
contraffazione sono "coperti" dal servizio di prevenzione veterinaria dell'Asl di
Cremona (omessa vigilanza, ispezioni preannunciate; denunciati e sospesi il direttore,
Riccardo Crotti, e due tecnici).
Dalle intercettazioni emerge la totale assenza di scrupoli da parte degli indagati: "La
merce che stiamo lavorando, come tu sai, è totalmente scaduta... ", dice Luciano Bosio,
il responsabile dello stabilimento della Tradel, al suo capo (Domenico Russo). Che gli
risponde: "Saranno cazzi suoi... " (delle aziende fornitrici, in questo caso
Brescialat e Centrale del Latte di Firenze, ndr). Il formaggio comprato e messo in lavorazione
è definito - senza mezzi termini - "merda". Ma non importa, "... perché se la
merce ha dei difetti. .. io poi aggiusto, pulisco, metto a posto... questo rimane un discorso
fra me e te... " (Russo a un imprenditore campano, si tratta la vendita di sottilette
"scadute un anno e mezzo prima"). Nell'ordinanza (decine le persone indagate e
denunciate: rappresentanti legali, responsabili degli stabilimenti, impiegati, altre se ne
aggiungeranno presto) compaiono i nomi delle aziende per le quali il pm Francesco Messina
configura "precise responsabilità".
Perché, "a vario titolo e al fine di trarre un ingiusto profitto patrimoniale, hanno
concorso nella adulterazione e nella contraffazione di sostanze alimentari lattiero-casearie
rendendole pericolose per la salute pubblica". Il marchio maggiormente coinvolto -
spiegano gli investigatori - è Galbani, controllato dal gruppo Lactalis Italia che controlla
anche Big srl. "Sono loro i principali fornitori della Tradel. Anche clienti", si
legge nell'ordinanza. Per i magistrati il sistema di riciclaggio della merce si basa proprio
sui legami commerciali tra le aziende fornitrici e
la Tradel. Con
consistenti vantaggi reciproci. Un business enorme: 11 mila tonnellate di merce lavorata in
due anni. Finita sugli scaffali dei discount e dei negozi di tutta Europa. Tremila le
tonnellate vendute in nero. E gli operai e gli impiegati? Erano consapevoli. Lo hanno messo a
verbale. Domanda a un'amministrativa: "Ha mai riferito a qualcuno che la merce era
scaduta o con i vermi?". Risposta: "No, tutti lo sapevano".
[da la repubblica, 4 luglio 2008 - paolo berizzi]
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