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Petrolio, 110 dollari al barile. Benzina, 3,35 dollari (o più) al
gallone [0,88 $/litro]. Diesel, 4 dollari al gallone [1,06 $/litro]. Padroncini forzati via
dalla strada. Gasolio per il riscaldamento domestico a prezzi esorbitanti. Carburante per
aerei così costoso che nelle scorse settimane tre compagnie low-cost hanno smesso di
volare. Si tratta solo di un assaggio delle più recenti notizie sull’energia, a segnalare
un profondo cambiamento nel modo in cui vivremo tutti noi, in questo Paese e nel resto del
mondo; tendenze che, come chiunque al momento può prevedere, diventeranno via via più
pronunciate con la diminuzione delle riserve energetiche e l’intensificazione della lotta
globale per la loro spartizione.
Energie di ogni sorta sono state un tempo estremamente abbondanti e hanno reso possibile
l’espansione economica mondiale degli ultimi sei decenni. Da questa espansione hanno tratto
beneficio, su tutti, gli Stati Uniti assieme ai loro alleati del "Primo mondo" in
Europa e nella regione del Pacifico. Di recente, tuttavia, un gruppo selezionato di ex paesi
del "Terzo mondo" – Cina e India in particolare – hanno tentato di prendere
parte a questa fonte di prosperità industrializzando le proprie economie e vendendo
un’ampia gamma di merci sui mercati internazionali. Questo, di conseguenza, ha portato ad
uno scatto senza precedenti nel consumo di energia globale: un aumento del 47% nei soli ultimi
20 anni, secondo il Dipartimento dell’Energia degli U.S.A.
Un tale aumento non sarebbe motivo di grave ansia se i principali fornitori di energia del
mondo fossero in grado di produrre l’ulteriore quantità richiesta di combustibile. Invece
siamo di fronte ad una realtà spaventosa: il marcato rallentamento nell’espansione
dell’offerta energetica globale proprio mentre la domanda sale a precipizio. L’offerta non
sta esattamente scomparendo – sebbene questo, prima o poi, dovrà accadere – ma la sua
velocità di crescita non è sufficiente a soddisfare l’aumento vertiginoso della domanda
globale.
La combinazione tra aumento della domanda, emersione di nuovi potenti consumatori energetici e
contrazione dell’offerta energetica globale sta demolendo quel mondo ricco di energia che ci
è familiare e sta creando al suo posto un nuovo ordine mondiale. Lo si pensi in termini di potenze che emergono/pianeta che si restringe.
Il nuovo ordine mondiale sarà caratterizzato da una feroce concorrenza internazionale per le
calanti riserve di petrolio, gas naturale, carbone e uranio, nonché da un instabile
spostamento del potere e del benessere da Stati in deficit di energia, come Cina, Giappone e
Stati Uniti, verso Stati che dispongono di un surplus, come Russia, Arabia Saudita e
Venezuela. In tale processo, sarà in un modo o nell’altro influenzata la vita di tutti, e i
consumatori poveri e di classe media nei Paesi deficitarii saranno quelli che ne
sperimenteranno gli effetti più aspri. Vale a dire, la maggior parte di noi e dei nostri
figli, nel caso non l’aveste ancora capito bene.
Ecco, in poche parole, le cinque forze chiave di questo nuovo ordine mondiale che cambierà il
nostro pianeta:
1. Intensa concorrenza tra vecchie e nuove potenze economiche per le provviste energetiche
disponibili. Fino a tempi molto recenti, le potenze industriali mature di Europa, Asia e
Nord America facevano la parte del leone nel consumo di energia lasciando gli scarti al mondo
in via di sviluppo. Nel 1990, i membri dell’Organizzazione per la cooperazione economica e
lo sviluppo (OECD) – il club delle nazioni più ricche del mondo – consumavano circa il
57% dell’energia mondiale; il blocco Unione Sovietica/Patto di Varsavia ne consumava il 14%;
mentre solo il 29% era lasciato al mondo in via di sviluppo. Ma la proporzione sta cambiando:
per via della forte crescita economica, i paesi in via di sviluppo consumano una percentuale
di energia mondiale sempre maggiore. Si prevede che la quota di energia utilizzata dal mondo
in via di sviluppo raggiungerà il 40% entro il 2010 e, se le tendenze attuali perdurano, il
47% entro il 2030.
In tutto questo, il ruolo della Cina è cruciale. Secondo le proiezioni, i Cinesi da soli
consumeranno il 17% dell’energia mondiale entro il 2015 e il 20% entro il 2025. Per allora,
se i trend continuano, avranno sorpassato gli Stati Uniti come primo consumatore di energia
del mondo. L’India, che nel 2004 rappresentava il 3,4% dell’uso energetico mondiale,
secondo le proiezioni, raggiungerà il 4,4% entro il 2025, mentre ci si aspetta che il consumo
cresca anche in altre nazioni in rapida industrializzazione, come Brasile, Indonesia, Malesia,
Tailandia e Turchia.
Queste dinamo economiche emergenti dovranno competere con le potenze economiche mature per
l’accesso alle risorse rimanenti e non ancora sfruttate di energia esportabile, di cui in
molti casi hanno fatto incetta molto tempo fa le compagnie energetiche private delle potenze
mature, come Exxon Mobil, Chevron, BP, la francese Total, e Royal Dutch Shell. Di necessità,
i nuovi concorrenti hanno sviluppato una potente strategia per competere con le “grandi”
occidentali: hanno creato proprie società pubbliche e costruito alleanze strategiche con le compagnie petrolifere nazionali che ora controllano le riserve di petrolio e gas
in molte delle principali nazioni produttrici di energia.
La compagnia cinese Sinopec, ad esempio, ha instaurato un’alleanza strategica con Saudi Aramco, il gigante nazionalizzato che un tempo era di proprietà di Chevron
e Exxon Mobil, per le ricerche di gas naturale in Arabia Saudita e per la commercializzazione
del greggio saudita in Cina. Similmente,
la CNPC
(China National Petroleum Corporation) collaborerà con Gazprom – l’enorme monopolista russa del gas naturale a controllo statale –
per la costruzione di gasdotti che portino il gas russo alla Cina. Molte di queste società
pubbliche, comprese
la CNPC
e
la Natural Gas
Corporation dell’India, stanno ora iniziando a collaborare con Petróleos de Venezuela S.A. per la raffinazione del greggio pesante della fascia
dell’Orinoco, un tempo controllata da Chevron. In questo nuovo stadio della concorrenza
energetica, i vantaggi a lungo goduti dalle grandi società energetiche occidentali sono stati
erosi da vigorosi parvenu, beneficiari di assistenza statale, nel mondo in via di
sviluppo.
2. Insufficienza dell’offerta energetica primaria. Si sta riducendo la capacità
dell’industria energetica globale di soddisfare la domanda. Secondo tutti i resoconti,
l’offerta globale di petrolio aumenterà per forse un altro lustro prima di raggiungere il
picco e cominciare a diminuire, mentre quelle di gas naturale, carbone e uranio probabilmente
cresceranno per un altro decennio o due prima di raggiungere il picco e iniziare il loro
inevitabile declino. Nel frattempo, l’offerta globale dei combustibili esistenti si
dimostrerà incapace di corrispondere agli elevati livelli della domanda.
Si prenda il petrolio. Secondo il Dipartimento dell’energia degli
U.S.A. alla domanda mondiale di petrolio, che secondo le stime raggiungerà i 117,6
milioni di barili al giorno nel 2030, corrisponderà contemporaneamente un’offerta che –
miracolo dei miracoli – toccherà esattamente i 117,7 milioni di barili (compresi gli
idrocarburi liquidi derivati da sostanze collegate come il gas naturale e le sabbie catramose
canadesi). La maggior parte degli addetti ai lavori nel campo dell’energia, comunque,
considera questa stima molto irrealistica. “Cento milioni di barili rappresentano ora, dal
mio punto di vista, uno scenario ottimistico" ha detto, come è
tipico, il CEO di Total Christophe de Mangerie a una conferenza sul petrolio tenutasi a Londra
nell’ottobre 2007. "Non si tratta della mia opinione. è l’opinione dell’industria,
o l’opinione di quelli che amano parlare in modo chiaro e onesto, e non [stanno]
semplicemente tentando di compiacere qualcuno”.
Allo stesso modo, gli autori del Medium-Term Oil Market Report, pubblicato nel luglio 2007 dall’Agenzia Internazionale dell’Energia,
affiliata della OECD, sono giunti alla conclusione che la produzione mondiale di petrolio
potrebbe toccare i 96 milioni di barili al giorno entro il 2012, ma è improbabile che si vada
molto oltre con la scarsità di nuove scoperte che rendono una futura crescita impossibile.
I titoli delle pagine economiche mettono quotidianamente in rilievo un vortice di tendenze
conflittuali: la domanda mondiale continua a crescere mentre centinaia di milioni di
consumatori cinesi e indiani arricchitisi di recente si mettono in coda per acquistare la loro
prima automobile (in alcuni casi per soli 2.500 dollari); i principali vecchi giacimenti petroliferi “elefante”, come
Ghawar in Arabia Saudita e Canterell in Messico, sono già in declino o lo saranno presto; la
velocità con cui vengono scoperti nuovi giacimenti precipita anno dopo anno. Quindi ci si
aspetti una carenza energetica globale e che i prezzi alti siano una costante fonte di
patimenti.
3. Penosa lentezza nello sviluppo di alternative energetiche. Ai governanti è chiara
da molto tempo la disperata necessità di nuove risorse energetiche per compensare la futura
scomparsa dei combustibili esistenti e per rallentare l’accumulo nell’atmosfera dei “gas
serra” responsabili del cambiamento climatico. Infatti, in alcune parti del mondo energia
eolica ed energia solare hanno preso piede in modo significativo. Alcune altre soluzioni
energetiche innovative sono già state sviluppate e addirittura collaudate nei laboratori di
università e aziende. Semplicemente, queste alternative, che ora contribuiscono all’offerta
netta mondiale di combustibile solo per una piccolissima percentuale, non vengono sviluppate
ad una velocità sufficiente a prevenire la multiforme catastrofe energetica globale che ci
troviamo davanti.
Secondo il Dipartimento dell’Energia statunitense, nel 2004 i combustibili rinnovabili,
comprendenti l’energia eolica, solare e idroelettrica (assieme ai combustibili
"tradizionali" come legna ed escrementi), hanno fornito appena il 7,4%
dell’energia globale; i biocombustibili hanno aggiunto un altro 0,3%. Al contempo, i
combustibili fossili – petrolio, carbone e gas naturale – hanno fornito l’86%
dell’energia mondiale, e l’energia nucleare un ulteriore 6%. Sulla base della velocità
attuale di sviluppo e investimento, il Dipartimento ci offre la seguente deprimente
proiezione: nel 2030 i combustibili fossili rappresenteranno ancora esattamente la stessa
quota di energia mondiale che nel 2004. L’aumento previsto per le energie rinnovabili e i
biocombustibili è talmente esiguo – un mero 8,1% – da essere praticamente irrilevante.
In termini di riscaldamento globale, le implicazioni sono niente meno che catastrofiche:
secondo le proiezioni, il crescente affidamento sul carbone (specialmente da parte di Cina,
India, e U.S.A.) comporterà un aumento del 59% delle emissioni globali di CO2 nei prossimi
venticinque anni, da
26,9 a
42,9 miliardi di tonnellate. Il significato di questo dato è semplice. Se queste statistiche
sono corrette, non c’è speranza di riuscire ad evitare i peggiori effetti del cambiamento
climatico.
Rispetto all’offerta energetica globale, le implicazioni sono quasi altrettanto infauste.
Per soddisfare la forte crescita della domanda energetica, avremmo bisogno di un enorme
afflusso di combustibili alternativi che comporterebbero un investimento altrettanto enorme
– nell’ordine dei trilioni di dollari – per assicurare che le nuove possibilità passino
rapidamente dal laboratorio alla piena produzione; ma questo, è triste dirlo, non è
verosimile. Invece, le compagnie energetiche maggiori (sostenute da generosi sussidi e
agevolazioni fiscali del governo statunitense) stanno usando gli inaspettati profitti
derivanti dall’aumento dei prezzi dell’energia in progetti estremamente costosi (e
contestabili dal punto di vista ambientale) per l’estrazione di petrolio e gas in Alaska e
nella zona Artica, o per la perforazione nelle profonde e difficili acque del Golfo del
Messico e dell’Oceano Atlantico. Il risultato? Qualche barile di petrolio o metro cubo di
gas naturale in più, a prezzi esorbitanti (con tanto di danno ecologico), mentre le
alternative diverse dagli idrocarburi avanzano patetiche zoppicando.
4. Stabile migrazione di potere e ricchezza dalle nazioni in deficit energetico a quelle
con un surplus. Vi sono alcuni Paesi – forse una dozzina in tutto – che dispongono di
petrolio, gas, carbone e uranio (o una qualche combinazione di essi) sufficienti a soddisfare
le proprie esigenze energetiche e fornire rilevanti surplus per l’esportazione. Non
sorprende che tali Paesi saranno in grado di strappare condizioni sempre più favorevoli al
gruppo molto più ampio costituito dai Paesi deficitarii che ne dipendono per le provviste
vitali di energia. Tali condizioni, in primo luogo di carattere finanziario, si risolveranno
in crescenti montagne di petrodollari accumulati dai più importanti produttori di petrolio,
ma comprenderanno anche concessioni politiche e militari.
Per petrolio e gas naturale, i principali Paesi in surplus energetico possono essere contati
sulle dita delle mani. Dieci Stati ricchi di petrolio possiedono l’82,2% delle riserve mondiali
comprovate. In ordine di importanza, essi sono Arabia Saudita, Iran, Iraq, Kuwait, Emirati
Arabi Uniti, Venezuela, Russia, Libia, Kazakistan e Nigeria. I possedimenti di gas naturale
sono persino più concentrati. Tre Paesi – Russia, Iran e Qatar – ospitano uno
sbalorditivo 55,8% delle provviste mondiali. Tutti questi Paesi si trovano nella invidiabile
posizione di poter approfittare del sensazionale aumento dei prezzi energetici globali e
strappare ai loro potenziali clienti qualsiasi concessione politica ritengano importante.
Il trasferimento della ricchezza in sé è già strabiliante. I Paesi che esportano petrolio
hanno raccolto, secondo le stime, 970 miliardi di dollari tra i Paesi importatori nel 2006, e
ci si aspetta che gli introiti per il 2007, una volta calcolati, risultino di gran lunga
maggiori. Una percentuale rilevante di questi dollari, yen e euro sono stati depositati in
"fondi sovrani di investimento" [sovereign-wealth funds](SWF), conti
giganteschi di proprietà degli Stati produttori di petrolio e schierati per l’acquisizione
di importanti asset in giro per il mondo. Negli ultimi mesi, gli SWF del Golfo Persico
hanno approfittato della crisi finanziaria negli U.S.A. per acquistare ampi pacchetti azionari nei settori strategici dell’economia
statunitense. Nel novembre 2007, ad esempio,
la Abu Dhabi
Investment Authority (ADIA) ha acquisito un pacchetto da 7,5 miliardi di dollari in Citigroup,
la più grande società di partecipazione finanziaria d’America; in gennaio, Citigroup ha
venduto un pacchetto ancora più consistente, del valore di 12,5 miliardi di dollari, alla
Kuwait Investment Authority (KIA) e a parecchi altri investitori mediorientali, tra cui il
Principe al-Walid bin Talal dell’Arabia Saudita. I dirigenti di ADIA e KIA insistono sul
fatto che non è loro intenzione usare le loro nuove partecipazioni in Citigroup e in altre
banche e aziende statunitensi per influenzare la politica economica o estera degli U.S.A., ma
è difficile immaginare che uno spostamento finanziario di tale entità, che nei prossimi
decenni può solo acquistare ulteriore slancio, non si traduca in una qualche forma di
ascendente politico.
Questo si è già verificato nel caso della Russia, che è risorta dalle ceneri dell’Unione
Sovietica come prima superpotenza energetica del mondo. La Russia è ora il primo fornitore al mondo di gas naturale, il secondo maggiore
fornitore di petrolio, e uno dei maggiori produttori di carbone e uranio. Molti di questi asset
erano stati privatizzati per un breve periodo durante il regno di Boris Eltsin, ma il
presidente Vladimir Putin li ha riportati per la maggior parte sotto il controllo statale, in
taluni casi con mezzi legali straordinariamente opinabili. Egli ha poi utilizzato tali asset
nelle sue campagne di corruzione o costrizione dirette alle ex Repubbliche sovietiche al
confine con
la Russia
e da essa dipendenti per gran parte del petrolio e del gas di cui necessitano. I Paesi
dell’Unione Europea hanno talvolta espresso la propria costernazione di fronte alla tattica
di Putin, ma anch’essi dipendono dalle forniture energetiche russe e quindi hanno imparato a
zittire le proprie proteste per far spazio al crescente potere russo in Eurasia. Si consideri
la Russia
un modello del nuovo ordine energetico mondiale.
5. Crescente rischio di conflitti. Nel corso di tutta la storia, i grandi spostamenti
di potere si sono normalmente accompagnati alla violenza e, in alcuni casi, a lunghi periodi
di sconvolgimenti violenti. Gli Stati all’apice del potere hanno lottato per prevenire la
perdita dei propri privilegi, oppure gli sfidanti hanno combattuto per rovesciare chi stava in
cima. Cosa accadrà ora? Accadrà forse che gli Stati in deficit energetico lancino campagne
per estorcere con la forza le riserve di petrolio e gas degli Stati in surplus – la guerra
dell’amministrazione Bush in Iraq potrebbe già essere considerata come un tentativo di
questo tipo – o per eliminare i concorrenti tra i loro rivali deficitarii?
Gli alti costi e rischi della guerra moderna sono noti e vi è la diffusa percezione che i
problemi energetici possano essere meglio risolti attraverso mezzi economici, non mezzi
militari. Tuttavia, le potenze maggiori stanno utilizzando mezzi militari nel loro
sforzo di guadagnare un vantaggio nella lotta globale per l’energia, e nessuno dovrebbe
lasciarsi ingannare in merito. Queste iniziative potrebbero facilmente condurre a escalation e
conflitti non intenzionali.
Un evidente utilizzo di mezzi militari nella ricerca dell’energia è ovviamente la regolare
cessione di armi e servizi di supporto militare operata da Stati importatori di energia verso
i propri principali fornitori. Sia gli Stati Uniti sia
la Cina
, ad esempio, hanno incrementato le loro forniture di armi ed equipaggiamenti a Stati
produttori di petrolio, come Angola, Nigeria e Sudan in Africa, e, nel bacino del Mar Caspio,
Azerbaijan, Kazakistan e Kirghizistan. Gli Stati Uniti hanno posto speciale enfasi sulla
repressione dell’insurrezione armata nella fondamentale regione del delta del Niger in
Nigeria, dove viene prodotta la maggior parte del petrolio del Paese; Pechino ha incrementato
gli aiuti in armamenti al Sudan, dove le operazioni petrolifere condotte dai Cinesi sono
minacciate da rivolte sia nel meridione sia nel Darfur.
Anche
la Russia
sta utilizzando lo strumento della cessione di armamenti nei propri sforzi per guadagnare
influenza nelle principali regioni produttrici di petrolio e gas nel bacino del Mar Caspio e
nel Golfo Persico. La motivazione di questo Paese non sta nell’approvvigionamento di energia
per proprio uso, ma nel dominio sul flusso di energia verso altri. In particolare, Mosca cerca
di ottenere il monopolio del trasporto del gas centro-asiatico verso l’Europa attraverso la
vasta rete di gasdotti Gazprom; essa vuole inoltre attingere ai mastodontici giacimenti di gas
dell’Iran, rafforzando ulteriormente il controllo della Russia sul commercio di gas
naturale.
Naturalmente, il pericolo è che tali iniziative moltiplicandosi nel tempo provochino corse
all’armamento locali, esacerbino le tensioni regionali, ed aumentino il rischio del
coinvolgimento di grandi potenze in eventuali conflitti locali. La storia ci fornisce persino
troppi esempi di errori di calcolo di questo tipo che conducono a guerre che diventano presto
incontrollabili. Si pensi agli anni che hanno portato alla Prima Guerra Mondiale. Infatti, la
somiglianza tra l’Asia centrale e il Caspio di oggi, con i loro complessi disordini etnici e
le rivalità tra grandi potenze, e i Balcani degli anni precedenti il 1914 è ben più che
fugace.
La somma di questo è semplice e deve farci riflettere: si tratta della fine del mondo come lo
conosciamo. Nel nuovo mondo incentrato sull’energia in cui siamo tutti entrati ora, il
prezzo del petrolio governerà le nostre vite e il potere sarà nelle mani di quelli che ne
controlleranno la distribuzione globale.
In questo nuovo ordine mondiale, l’energia regolerà le nostre vite in modi nuovi e ogni
giorno. Determinerà quando e per quali scopi useremo la macchina; a che temperatura
imposteremo il nostro termostato; quando, dove, e persino se viaggeremo; sempre più, che cibi
mangeremo (visto che il prezzo della produzione e della distribuzione di molte carni e verdure
è profondamente influenzato dal costo del petrolio e dal fascino esercitato dalla
coltivazione del mais destinato alla produzione di etanolo); per alcuni di noi, dove vivremo;
per altri, a che attività professionali ci dedicheremo; per tutti noi, quando e in che
circostanze andremo in guerra o eviteremo complicazioni estere che potrebbero portare a una
guerra.
Questo ci porta ad una riflessione conclusiva: la più pressante decisione che il nuovo
presidente e il Congresso si troveranno ad affrontare potrebbe essere quale sia il modo
migliore per accelerare la transizione da un sistema energetico basato sui combustibili
fossili a un sistema basato su alternative energetiche clima-compatibili.
Michael T. Klare è professore di Studi sulla pace e la sicurezza mondiale
presso lo Hampshire College e autore di "Resource Wars" [‘Guerre per le risorse’]
e "Blood and Oil" [‘Sangue e petrolio’]. Questo saggio è da considerare
un’anteprima del suo ultimo libro, Rising Powers, Shrinking Planet: The New Geopolitics of Energy [‘Potenze che
emergono, pianeta che si restringe: la nuova geopolitica dell’energia], recentemente
pubblicato da Metropolitan Books. Un breve video in cui Klare discute dei principali argomenti
trattati dal suo libro può essere visto cliccando qui.
Copyright 2008 Michael T. Klare
Titolo originale: " The End of the World as You Know It…and the Rise of the New
Energy World Order"
Fonte: http://tomdispatch.com/
Link
15.04.2008
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di PAPIROFLEXIA
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