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ROMA
- Prendiamo l'impotenza: nel
medioevo ci si limitava a deriderla, nel '900 si psicanalizzava e oggi si cura (o forse
esorcizza) con una pillola. Con questa regola negli ultimi anni il nostro Paese ha aumentato
il consumo di farmaci a velocità impressionante, arrivando a ingurgitare 51,9 milioni di
medicine ogni giorno. Cinque anni fa nella giornata di dieci italiani trovavano posto sette
pillole, alla fine del 2007 la quota è salita a 8,8 e ora marciamo spediti verso il traguardo
di una pasticca al giorno per ciascun cittadino, dalla culla alla vecchiaia.
Sarà per caso, o per sotterranee ragioni di marketing farmaceutico, ma c'è il cuore al primo
posto fra gli organi da consolare passando per lo studio medico. Tra i primi trenta principi
attivi consumati in Italia fra le mura domestiche (esclusi cioè quelli somministrati in
ospedale) 18 sono pillole per l'organo che è antonomasia del sentimento. Combattono il
colesterolo, abbassano la pressione, allargano le arterie, fluidificano il sangue e assestano
il ritmo. Entrano in casa per un esame sballato e diventano abitudine quotidiana, che non ci
abbandona più.
Quattro persone su dieci in Italia sono fedeli all'appuntamento con la pillola per il cuore:
un dato che in Europa è secondo solo al Portogallo.
Poi c'è il ventre molle dell'uomo moderno, ed ecco che una medicina su dieci è chiamata a
combattere una delle varie forme di mal di pancia. A chiudere il triangolo
cuore-stomaco-cervello ecco le medicine per il sistema nervoso: terzo posto sul podio dei
toccasana chimici con cinquanta dosi ogni mille persone.
A metterle insieme, tutte le pillole di una vita, si arriva alla cifra di 22.776 per gli
uomini e 24.236 per le donne, che in media vivono più a lungo e durante l'età fertile si
affidano ad antidolorifici e anticoncezionali. Geometrie, colori e principi attivi che messi
insieme formano il caleidoscopio delle nostre sofferenze, il lubrificante della vita
quotidiana, nei suoi momenti di dolore. Il sistema sanitario le prescrive, le conta, le
sperimenta, le pesa e le spesa.
La scienza ci ha spiegato ormai tutto, ci mostra le immagini tridimensionali, la faccia buona
e quella cattiva con gli effetti indesiderati. Vacilla però sulla domanda più importante: ma
fanno davvero bene? "Sì, certo, è inutile soffrire quando abbiamo strumenti per
combattere il dolore. Ed era ora che ce ne accorgessimo" risponde Giustino Varrassi, che
presiede l'Associazione italiana per lo studio del dolore. "Non lo so, personalmente ne
prendo il meno possibile. La mia media è di una pasticca di antidolorifico l'anno" dice
invece Roberto Raschetti dell'Istituto superiore di sanità, coordinatore dell'Osservatorio
sull'impiego dei medicinali da cui arrivano i dati annuali sul consumo.
Francesco Fedele, presidente della Società italiana di cardiologia, è molto chiaro:
"Credo sia criminale non darli, laddove si affaccia un rischio di infarto. In alcune
categorie, come quella dei malati di scompenso cardiaco, ne andrebbero forse somministrate
forse di più". E Silvio Garattini, direttore scientifico dell'Istituto farmacologico
Mario Negri: "I farmaci fanno bene ad una certa percentuale di pazienti. Ma non sappiamo
quali. Gli studi sui grandi gruppi dimostrano che un certo principio attivo della classe delle
statine ha effetti benefici sul tre per cento della popolazione. Ma chi sono i tre fortunati?
E gli altri novantasette? Questo nessuno può dirlo".
L'invecchiamento della popolazione, che vede l'Italia in vetta al mondo insieme al Giappone,
è ovviamente uno dei fattori che riempiono i cassetti delle farmacie. L'allargamento del
concetto di malattia è un altro. "Un tempo chi provava dolore - dalla dismenorrea
all'artrite - soffriva in silenzio. Oggi finalmente chiede aiuto alla medicina" dice
Varrassi. "Basta con questa concezione della sofferenza come espiazione e viatico per il
paradiso. Combattere il dolore è doveroso".
Raschetti legge in controluce le strategie di case farmaceutiche e società scientifiche:
"In alcune branche della medicina si è seguita la strada di ricalibrare i limiti della
normalità. Ovviamente verso il basso". E cioè come avviene negli Stati Uniti, dove si
inizia a parlare di ipertensione (e quindi di una corrispondente medicina per combatterla) già
con i 120 di massima (in Europa ci si comincia a preoccupare a 140).
In tre carceri britanniche è appena partita la sperimentazione la "pillola della buona
condotta": vitamine, minerali ed erba di San Giovanni - è la tesi dell'università di
Oxford - migliorano il funzionamento del cervello, e di riflesso la buona condotta dei
detenuti. Al contrario, gli antibiotici - ha messo in guardia ieri il ministero della Salute
britannico - se usati contro l'obiettivo sbagliato non fanno che selezionare i ceppi di
batteri resistenti ai farmaci. "Insegnate ai vostri pazienti a non usarli contro
raffreddori e semplici mal di gola" ha raccomandato il ministero londinese ai medici di
famiglia.
(5 febbraio 2008)
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