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Neo-tenia e Pedomorfosi sono termini che indicano la capacità
di conservare in età adulta alcune caratteristiche proprie dell’infanzia, del feto e molto
vicine a certi tratti giovanili e fetali dei nostri antenati primitivi.
La parola neotenia viene utilizzata anche per
indicare il rallentamento del ritmo dello sviluppo e l’estensione delle sue fasi, dalla
nascita alla vecchiaia.
Il concetto, però, non è di facile comprensione. Ci troviamo sempre di fronte all’evidenza
che i “grandi” sono diversi dai bambini,
e crediamo di sapere che un essere umano adulto non assomiglia affatto al feto raggomitolato
nel ventre materno. Siamo convinti inoltre che ciò sia giusto, che le cose debbano andare così.
Invece no.
Evviva il fanciullino
Adulti e bambini sono due categorie di persone diverse, e
visto che i primi possiedono il potere e la forze trascorriamo gli anni dell’infanzia
desiderando ardentemente di essere grandi. Molti di noi, da giovani, hanno talvolta dichiarato
qualche anno in troppo perché volevano essere considerati più grandi. Appena ci avviciniamo
alla fine del periodo scolastico e all’inizio di quella che è solitamente chiamata la vita
reale, ci rallegriamo di essere finalmente diventati adulti, di non essere più dei bambini.
Eppure è caratteristico della specie umana l’essere destinati a crescere in corpo, spirito,
sentimenti e comportamento sviluppando e accentuando le caratteristiche infantili, piuttosto
che minimizzarle. Siamo programmati per restare, in molti sensi, bambini; non siamo stati
concepiti per “crescere”, trasformandoci in quel genere di adulti che quasi tutti siamo
diventati.
Insomma, il principio della neotenia ha influenzato innanzitutto la nostra evoluzione fisica,
poi quella del comportamento. Dunque, ricopre un ruolo fondamentale nell’indirizzare lo
sviluppo sociale. In più, la capacità di conservare tratti fisici giovanili è una delle
caratteristiche principali che differenziano gli esseri umani dagli altri animali. Quando
questa capacità si estende ai modelli di comportamento gli esseri umani possono rivoluzionare
la loro vita e diventare per la prima volta, forse, quella specie di creature che secondo la
loro eredità dovrebbero essere. Come? Giovanili in ogni giorno della vita.
Ma quali sono i tipi di comportamento infantile tanto apprezzabili e che tendono a scomparire
gradualmente con il passare degli anni? Basta osservare i piccini per vederli. La curiosità
è senz’altro uno dei più importanti; ci sono poi l’immaginazione, l’allegria,
l’apertura mentale, il desiderio di sperimentare, la flessibilità, l’umorismo,
l’energia, la sincerità, la sete di apprendere, e infine il bisogno di amare, che è forse
la cosa più importante ed apprezzabile.
Difendere la curiosità
Tutti i bambini, a meno che non siano stati corrotti da qualcuno più
grande, negli anni della loro infanzia rivelano queste qualità ogni giorno. Porgono domande
all’infinito: “perché?”, “a che cosa serve?”,
"come funziona"? Osservano e
ascoltano. Vogliono sapere. Possono trastullarsi per ore con giocattoli semplicissimi,
fingendo che degli oggetti qualsiasi siano dotati di una personalità e di una storia;
inventando racconti complicati, storie che si protraggono giorno dopo giorno, per mesi. Fanno
giochi a non finire, a volte stabilendo regole precise; a volte sviluppando il gioco secondo
l’umore. Accettano i cambiamenti senza mettersi sulla difensiva.
E c’è dell’altro. Quando cercano di realizzare qualcosa, e non ci riescono, sono capaci
di riprovare un’altra volta, e un’altra ancora, finché funziona. Ridono (i bambini
piccoli imparano a sorridere e ridere ancor prima di essere capaci di balbettare qualche
parola), e lo fanno per manifestare la pura esuberanza e la gioia. A meno che non abbiano
timore di essere puniti proprio per questo dicono sempre la verità; chiamano le cose col loro
nome. Assorbono conoscenza e informazioni come spugne; impiegano tutto il tempo che hanno a
disposizione per imparare, ogni momento è dedicato all’apprendere.
Quanti mantengono queste qualità a trenta o quarant’anni?
Ben pochi. Anzi, quasi tutti, con il passare del tempo, smettono di fare quel genere di
domande che sollecitano informazioni. Non sono molti gli adulti che quando si trovano di
fronte a qualcosa d’insolito chiedono, come fanno sempre i bambini: “che
cos’è?”, “a che cosa serve?”,
“perché?”, “come
funziona?”
In genere, gli adulti arretrano davanti a ciò che non è loro
famigliare. Forse perché non vogliono rivelare, forse perché hanno perso davvero ogni
interesse per le esperienze della vita e pensano che introdurre qualcosa di nuovo nelle
vecchie abitudini sia soltanto fatica sprecata.
E ancora, ben pochi adulti riescono ad accontentarsi di semplici passatempi arricchendoli con
l’immaginazione. Lo testimonia l’enorme crescita dei settori che si occupano del tempo
libero e delle attività ricreative, e fabbricano giocattoli di cui i grandi ormai non possono
più fare a meno per divertirsi: barche, automobili, roulotte, attrezzature per campeggio,
escursioni, jogging, tennis, golf, apparecchi televisivi, videocassette, avvenimenti sportivi,
equipaggiamenti da viaggio e perfino per andare a far compere.
Sembra un elenco senza fine. Non vogliamo dire che queste attività non siano piacevoli, ma
bisogna ammettere che sono per lo più molto sofisticate e vanno ben al di là dei sogni dei
bambini. E’ stato detto che la differenza tra uomini e ragazzi sta nel prezzo dei loro
giocattoli. Ben pochi adulti nell'odierna civiltà dei consumi sono capaci di far da sé, col
solo aiuto dell’immaginazione e dell’energia fisica. Hanno bisogno di sostenere i loro
sforzi con un’enorme quantità di attrezzature costose. La maggior parte dei cosiddetti
grandi ha perso persino la capacità di ridere di gusto, spontaneamente; forse ha perso la
felicità stessa.
In ogni caso l’età adulta, come ben sappiamo, comporta equilibrio e serietà, assieme alle
responsabilità. Molti adulti non sono più nemmeno capaci di dire la verità pura e semplice;
troppi sembrano incapaci di discernere il vero dal falso, nella palude intricata in cui
vivono.
Aprirsi al mondo
Forse la perdita più grave di tutte è l’affievolirsi
graduale del desiderio di apprendere. Solitamente le persone quando si sentono adulte smettono
di fare il minimo sforzo consapevole per imparare qualcosa di nuovo, e da allora in poi
rinunciano a ogni forma di conoscenza e comprensione. E’ come se avessero già imparato
tutto quello che avevano bisogno di sapere. Già capito tutto, già trovato il migliore
atteggiamento possibile di fronte a qualsiasi problema, fin dall’età di diciotto o ventidue
anni, o a qualunque età abbiamo smesso di andare a scuola.
A questo punto cominciano a sviluppare una specie di guscio intorno a quel loro miserando
bagaglio di conoscenza e saggezza, per poi resistere con tutte le forze a qualsiasi tentativo
di farvi penetrare, qualcosa di nuovo. In un mondo che sta cambiando così rapidamente anche
le menti più aperte non riescono ad afferrare tutti i suoi sviluppi: chi ha costituito questo
guscio matura un’avversione, che può diventare anche odio, per tutto ciò che non conosce,
semplicemente perché non ha fatto in tempo a inglobarlo nel guscio.
Ci troviamo di fronte a un indurimento progressivo della mente, o psicosclerosi, che va in
direzione opposta rispetto all’accettazione, alla flessibilità e all’apertura mentale del
bambino.
Da alcuni anni, nei paesi industrializzati dell’Occidente, e parzialmente anche in società
meno ricche, si è diffuso il culto della giovinezza. E’ diventata una specie di religione
laica, intorno alla quale è cresciuta un’industria miliardaria. La giovinezza è
considerata, dai giovani così come da molte persone più anziane, il periodo migliore della
vita.
Un po’ di storia
Non sempre, però, è stato così. Dall’epoca vittoriana
fino a qualche anno, dopo la fine della seconda guerra mondiale, in Inghilterra, nell’Europa
occidentale e anche negli Stati Uniti, essere anziani significava essere riveriti. Alla guida
dei governi c’erano uomini dai capelli bianchi; esercito e marina erano comandati da
generali e ammiragli anziani; a capo degli imperi c’erano personaggi quali l’imperatore
Francesco Giuseppe e la regina Vittoria, che erano rispettati non perché ritenuti discendenti
di Dio ma per la loro venerabile età.
Uomini anziani si occupavano degli affari mondiali, e le famiglie erano soggette alla volontà
dei loro membri più vecchi. I giovani e gli uomini di mezza età in quel periodo erano
considerati troppo inesperti, troppo poco saggi, ancora troppo sciocchi per potersi assumere
responsabilità nelle questioni più importanti.
Quegli uomini erano soliti consultare i loro padri o altre persone più anziane quando
dovevano compiere delle scelte decisive, anche di tipo personale, e non avrebbero mai mancato
di esprimere a quei vecchi la loro deferenza: sarebbe stato come non alzarsi in piedi quando
risuonavano le note dell’inno nazionale.
Allora le donne stavano anche peggio degli uomini, perché le figlie erano considerate ancora
più immature, più vulnerabili, più dipendenti dei figli maschi, e quindi più bisognose di
attenzioni e protezione per tutta la vita. Donne che pensassero in piena autonomia erano rare
in quel periodo, e donne che agissero di testa loro, senza il consenso di genitori,
tutori, mariti, o altre teste “più sagge”,
erano molto rare.
Superare maschio e femmina
Crescere in un tale ambiente doveva essere certamente dannoso
per i bambini. L’infanzia era considerata un periodo difficile, una fase necessaria per
produrre delle persone serie e mature, e tutti gli sforzi nel campo dell’istruzione e
dell’educazione dei bambini miravano a farne degli adulti il più presto possibile.
Ecco così la bambina vestita da signora e il bambino da gentiluomo. I loro comportamenti
dovevano assomigliare il più possibile a quelli degli adulti. In pratica dai bambini ci si
aspettavano buone maniere, rispetto a chiunque fosse più anziano (quindi più saggio) di
loro, coscienziosità in tutti i loro doveri, che erano tanti: buona volontà nello studio,
anche nelle materie meno interessanti, perché “fanno
bene”, e obbedienza incondizionata a tutte le regole del mondo degli adulti.
“Non importa che cosa insegni a un ragazzo, purché sia
qualcosa che lui non vuole imparare”, diceva uno dei più seguiti pedagoghi
dell’epoca.
Favorire la crescita
La fantasia era disapprovata persino temuta, la curiosità
derisa, allegria e buon umore scoraggiati, la mente aperta era considerata un’eresia, la
sincerità spesso passava per insolenza. Quanto alla più preziosa delle qualità infantili,
il desiderio di apprendere, era accettato dagli adulti purché l’argomento da studiare fosse
“confacente” altrimenti veniva proibito.
I bambini che non riuscivano a trarre profitto da questo regime spartano erano considerati
colpevoli del proprio fallimento. Solo a pochi veniva il sospetto che la colpa
dell’insuccesso potesse essere del mondo degli adulti, incapace di capire la natura
dell’infanzia, di fatto incapace di capire lo sviluppo degli esseri umani.
Negli ultimi cinquant’anni abbiamo fatto qualche progresso in questo campo. Antropologi,
pedagogisti, studiosi di scienze sociali in genere e anche alcuni insegnanti, hanno cominciato
a riconoscere che i bambini non sono solo piccoli adulti imperfetti, da trascinare al più
presto possibile, e a tutti i costi, nel mondo degli adulti, costringendoli a imitare il loro
comportamento. Ora sappiamo che i bambini sono esseri umani in fase di crescita, che
continueranno a svilupparsi per tutta la vita, se non vengono ostacolati. E finalmente
cominciamo a capire che la meta da raggiungere è morire giovani, il più tardi possibile.
Difendere la vecchiaia
L’invecchiamento è stato definito una diminuzione della
capacità di adattamento. Abbiamo buone ragioni di credere che, coltivando nel modo
appropriato quei bisogni neotenici insisti in tutti noi. Le capacità di adattamento
aumenterebbero invece di diminuire. L’invecchiamento non deve essere visto come un
accumularsi di deficit e perdite. Abbiamo visto che in età avanzata si determina un aumento
considerevole delle funzioni cognitive e della saggezza. Abbiamo stabilito anche che fino a
circa settant’anni l’ereditarietà sembra avere un ruolo molto importante
nell’invecchiamento del corpo; successivamente è soprattutto una questione di abitudini e
di stile di vita a favorire la sopravvivenza e la salute.
Dunque, la longevità e la salute sono condizioni che dipendono in gran parte da noi. Questa
è la conclusione che emerge da tutti gli studi sull’argomento: dobbiamo assumerci in prima
persona la responsabilità della nostra salute, e non lasciare che se ne occupino i medici.
Conservare e accrescere la potenza intellettuale ed evitare le malattie dipende soprattutto
dall’esercizio continuo della mente. L’attività intellettuale è necessaria per lo
sviluppo di una mente sana, tanto quanto lo è respirare per lo sviluppo di polmoni sani.
Studi recenti indicano che la capacità intellettuale non diminuisce a partire dagli ottant’anni
e che con l’esercizio e l’allenamento può perfino aumentare notevolmente. Per restare
attivi intellettualmente sono necessari stimoli intellettuali, e lo spirito giovanile, quando
è conservato e sviluppato, e fornisce continuamente: restare in contatto con la realtà,
assorbire dall’ambiente quegli alimenti stimolanti di cui la mente non è mai sazia.
La mente neotenica è programmata per assicurare tutto questo, e anche di più. Gli ultimi
anni possono essere i più felici della vita. Come si è detto, molti di quelli che hanno
raggiunto l’età che altri chiamano “vecchiaia”
hanno confessato di sentirsi giovani, tanto da esserne imbarazzati, come se questa
sensazione fosse qualcosa di anacronistico, una freschezza imprevedibile.
E’ il tipo di freschezza che prova il maratoneta quando, al culmine della fatica, trova un
secondo slancio, che lo porta al traguardo in un impeto di energia rinnovata. E’ il tipo di
freschezza che può essere conservato per tutta la vita, che è senza dubbio meglio apprendere
già nell’infanzia. Ma attenzione non è mai troppo tardi per ritrovarla.
Comunque, prima si viene incoraggiati a sviluppare le proprie qualità neoteniche, più è
probabile realizzare quella perfetta gioia di vivere che esplode così gloriosamente nel
bambino chiassoso, quella gaiezza di spirito che ci consente di crescere giovani più
efficacemente e di arrivare più felicemente che mai alla fine della vita, che è il fine
stesso per cui è vissuta tutta la sua prima parte.
Pubblicato su Aam Terra Nuova, aprile 1999
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