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"Diventare adulti? No grazie!"  
solo rimanendo bambini e giovani (il trucco è di prolungare l'infanzia sino a sessant'anni)
saremo davvero capaci di elaborare una cultura planetaria. Il processo di crescita
restando giovani è noto come Neo-tecnia o Pedomorfosi
tratto da Aam Terra Nuova del 22 marzo 2007 a firma di Asheley Montagu

Neo-tenia e Pedomorfosi sono termini che indicano la capacità di conservare in età adulta alcune caratteristiche proprie dell’infanzia, del feto e molto vicine a certi tratti giovanili e fetali dei nostri antenati primitivi.
La parola neotenia viene utilizzata anche per indicare il rallentamento del ritmo dello sviluppo e l’estensione delle sue fasi, dalla nascita alla vecchiaia.
Il concetto, però, non è di facile comprensione. Ci troviamo sempre di fronte all’evidenza che i “grandi” sono diversi dai bambini, e crediamo di sapere che un essere umano adulto non assomiglia affatto al feto raggomitolato nel ventre materno. Siamo convinti inoltre che ciò sia giusto, che le cose debbano andare così. Invece no.

Evviva il fanciullino

Adulti e bambini sono due categorie di persone diverse, e visto che i primi possiedono il potere e la forze trascorriamo gli anni dell’infanzia desiderando ardentemente di essere grandi. Molti di noi, da giovani, hanno talvolta dichiarato qualche anno in troppo perché volevano essere considerati più grandi. Appena ci avviciniamo alla fine del periodo scolastico e all’inizio di quella che è solitamente chiamata la vita reale, ci rallegriamo di essere finalmente diventati adulti, di non essere più dei bambini.
Eppure è caratteristico della specie umana l’essere destinati a crescere in corpo, spirito, sentimenti e comportamento sviluppando e accentuando le caratteristiche infantili, piuttosto che minimizzarle. Siamo programmati per restare, in molti sensi, bambini; non siamo stati concepiti per “crescere”, trasformandoci in quel genere di adulti che quasi tutti siamo diventati.
Insomma, il principio della neotenia ha influenzato innanzitutto la nostra evoluzione fisica, poi quella del comportamento. Dunque, ricopre un ruolo fondamentale nell’indirizzare lo sviluppo sociale. In più, la capacità di conservare tratti fisici giovanili è una delle caratteristiche principali che differenziano gli esseri umani dagli altri animali. Quando questa capacità si estende ai modelli di comportamento gli esseri umani possono rivoluzionare la loro vita e diventare per la prima volta, forse, quella specie di creature che secondo la loro eredità dovrebbero essere. Come? Giovanili in ogni giorno della vita.
Ma quali sono i tipi di comportamento infantile tanto apprezzabili e che tendono a scomparire gradualmente con il passare degli anni? Basta osservare i piccini per vederli. La curiosità è senz’altro uno dei più importanti; ci sono poi l’immaginazione, l’allegria, l’apertura mentale, il desiderio di sperimentare, la flessibilità, l’umorismo, l’energia, la sincerità, la sete di apprendere, e infine il bisogno di amare, che è forse la cosa più importante ed apprezzabile.

Difendere la curiosità

Tutti i bambini, a meno che non siano stati corrotti da qualcuno più grande, negli anni della loro infanzia rivelano queste qualità ogni giorno. Porgono domande all’infinito: “perché?”, “a che cosa serve?”, "come funziona"? Osservano e ascoltano. Vogliono sapere. Possono trastullarsi per ore con giocattoli semplicissimi, fingendo che degli oggetti qualsiasi siano dotati di una personalità e di una storia; inventando racconti complicati, storie che si protraggono giorno dopo giorno, per mesi. Fanno giochi a non finire, a volte stabilendo regole precise; a volte sviluppando il gioco secondo l’umore. Accettano i cambiamenti senza mettersi sulla difensiva.
E c’è dell’altro. Quando cercano di realizzare qualcosa, e non ci riescono, sono capaci di riprovare un’altra volta, e un’altra ancora, finché funziona. Ridono (i bambini piccoli imparano a sorridere e ridere ancor prima di essere capaci di balbettare qualche parola), e lo fanno per manifestare la pura esuberanza e la gioia. A meno che non abbiano timore di essere puniti proprio per questo dicono sempre la verità; chiamano le cose col loro nome. Assorbono conoscenza e informazioni come spugne; impiegano tutto il tempo che hanno a disposizione per imparare, ogni momento è dedicato all’apprendere.
Quanti mantengono queste qualità a trenta o quarant’anni? Ben pochi. Anzi, quasi tutti, con il passare del tempo, smettono di fare quel genere di domande che sollecitano informazioni. Non sono molti gli adulti che quando si trovano di fronte a qualcosa d’insolito chiedono, come fanno sempre i bambini: “che cos’è?”, “a che cosa serve?”, “perché?”, “come funziona?”

In genere, gli adulti arretrano davanti a ciò che non è loro famigliare. Forse perché non vogliono rivelare, forse perché hanno perso davvero ogni interesse per le esperienze della vita e pensano che introdurre qualcosa di nuovo nelle vecchie abitudini sia soltanto fatica sprecata.
E ancora, ben pochi adulti riescono ad accontentarsi di semplici passatempi arricchendoli con l’immaginazione. Lo testimonia l’enorme crescita dei settori che si occupano del tempo libero e delle attività ricreative, e fabbricano giocattoli di cui i grandi ormai non possono più fare a meno per divertirsi: barche, automobili, roulotte, attrezzature per campeggio, escursioni, jogging, tennis, golf, apparecchi televisivi, videocassette, avvenimenti sportivi, equipaggiamenti da viaggio e perfino per andare a far compere.
Sembra un elenco senza fine. Non vogliamo dire che queste attività non siano piacevoli, ma bisogna ammettere che sono per lo più molto sofisticate e vanno ben al di là dei sogni dei bambini. E’ stato detto che la differenza tra uomini e ragazzi sta nel prezzo dei loro giocattoli. Ben pochi adulti nell'odierna civiltà dei consumi sono capaci di far da sé, col solo aiuto dell’immaginazione e dell’energia fisica. Hanno bisogno di sostenere i loro sforzi con un’enorme quantità di attrezzature costose. La maggior parte dei cosiddetti grandi ha perso persino la capacità di ridere di gusto, spontaneamente; forse ha perso la felicità stessa.
In ogni caso l’età adulta, come ben sappiamo, comporta equilibrio e serietà, assieme alle responsabilità. Molti adulti non sono più nemmeno capaci di dire la verità pura e semplice; troppi sembrano incapaci di discernere il vero dal falso, nella palude intricata in cui vivono.
 

Aprirsi al mondo

Forse la perdita più grave di tutte è l’affievolirsi graduale del desiderio di apprendere. Solitamente le persone quando si sentono adulte smettono di fare il minimo sforzo consapevole per imparare qualcosa di nuovo, e da allora in poi rinunciano a ogni forma di conoscenza e comprensione. E’ come se avessero già imparato tutto quello che avevano bisogno di sapere. Già capito tutto, già trovato il migliore atteggiamento possibile di fronte a qualsiasi problema, fin dall’età di diciotto o ventidue anni, o a qualunque età abbiamo smesso di andare a scuola.
A questo punto cominciano a sviluppare una specie di guscio intorno a quel loro miserando bagaglio di conoscenza e saggezza, per poi resistere con tutte le forze a qualsiasi tentativo di farvi penetrare, qualcosa di nuovo. In un mondo che sta cambiando così rapidamente anche le menti più aperte non riescono ad afferrare tutti i suoi sviluppi: chi ha costituito questo guscio matura un’avversione, che può diventare anche odio, per tutto ciò che non conosce, semplicemente perché non ha fatto in tempo a inglobarlo nel guscio.
Ci troviamo di fronte a un indurimento progressivo della mente, o psicosclerosi, che va in direzione opposta rispetto all’accettazione, alla flessibilità e all’apertura mentale del bambino.
Da alcuni anni, nei paesi industrializzati dell’Occidente, e parzialmente anche in società meno ricche, si è diffuso il culto della giovinezza. E’ diventata una specie di religione laica, intorno alla quale è cresciuta un’industria miliardaria. La giovinezza è considerata, dai giovani così come da molte persone più anziane, il periodo migliore della vita.

Un po’ di storia

Non sempre, però, è stato così. Dall’epoca vittoriana fino a qualche anno, dopo la fine della seconda guerra mondiale, in Inghilterra, nell’Europa occidentale e anche negli Stati Uniti, essere anziani significava essere riveriti. Alla guida dei governi c’erano uomini dai capelli bianchi; esercito e marina erano comandati da generali e ammiragli anziani; a capo degli imperi c’erano personaggi quali l’imperatore Francesco Giuseppe e la regina Vittoria, che erano rispettati non perché ritenuti discendenti di Dio ma per la loro venerabile età.
Uomini anziani si occupavano degli affari mondiali, e le famiglie erano soggette alla volontà dei loro membri più vecchi. I giovani e gli uomini di mezza età in quel periodo erano considerati troppo inesperti, troppo poco saggi, ancora troppo sciocchi per potersi assumere responsabilità nelle questioni più importanti.
Quegli uomini erano soliti consultare i loro padri o altre persone più anziane quando dovevano compiere delle scelte decisive, anche di tipo personale, e non avrebbero mai mancato di esprimere a quei vecchi la loro deferenza: sarebbe stato come non alzarsi in piedi quando risuonavano le note dell’inno nazionale.
Allora le donne stavano anche peggio degli uomini, perché le figlie erano considerate ancora più immature, più vulnerabili, più dipendenti dei figli maschi, e quindi più bisognose di attenzioni e protezione per tutta la vita. Donne che pensassero in piena autonomia erano rare in quel periodo, e donne che agissero di testa loro, senza  il consenso di genitori, tutori, mariti, o altre teste “più sagge”, erano molto rare.

Superare maschio e femmina

Crescere in un tale ambiente doveva essere certamente dannoso per i bambini. L’infanzia era considerata un periodo difficile, una fase necessaria per produrre delle persone serie e mature, e tutti gli sforzi nel campo dell’istruzione e dell’educazione dei bambini miravano a farne degli adulti il più  presto possibile.
Ecco così la bambina vestita da signora e il bambino da gentiluomo. I loro comportamenti dovevano assomigliare il più possibile a quelli degli adulti. In pratica dai bambini ci si aspettavano buone maniere, rispetto a chiunque fosse più anziano (quindi più saggio) di loro, coscienziosità in tutti i loro doveri, che erano tanti: buona volontà nello studio, anche nelle materie meno interessanti, perché “fanno bene”, e obbedienza incondizionata a tutte le regole del mondo degli adulti.
“Non importa che cosa insegni a un ragazzo, purché sia qualcosa che lui non vuole imparare”, diceva uno dei più seguiti pedagoghi dell’epoca.

Favorire la crescita

La fantasia era disapprovata persino temuta, la curiosità derisa, allegria e buon umore scoraggiati, la mente aperta era considerata un’eresia, la sincerità spesso passava per insolenza. Quanto alla più preziosa delle qualità infantili, il desiderio di apprendere, era accettato dagli adulti purché l’argomento da studiare fosse “confacente” altrimenti veniva proibito.
I bambini che non riuscivano a trarre profitto da questo regime spartano erano considerati colpevoli del proprio fallimento. Solo a pochi veniva il sospetto che la colpa dell’insuccesso potesse essere del mondo degli adulti, incapace di capire la natura dell’infanzia, di fatto incapace di capire lo sviluppo degli esseri umani.
Negli ultimi cinquant’anni abbiamo fatto qualche progresso in questo campo. Antropologi, pedagogisti, studiosi di scienze sociali in genere e anche alcuni insegnanti, hanno cominciato a riconoscere che i bambini non sono solo piccoli adulti imperfetti, da trascinare al più presto possibile, e a tutti i costi, nel mondo degli adulti, costringendoli a imitare il loro comportamento. Ora sappiamo che i bambini sono esseri  umani in fase di crescita, che continueranno a svilupparsi per tutta la vita, se non vengono ostacolati. E finalmente cominciamo a capire che la meta da raggiungere è morire giovani, il più tardi possibile.

Difendere la vecchiaia

L’invecchiamento è stato definito una diminuzione della capacità di adattamento. Abbiamo buone ragioni di credere che, coltivando nel modo appropriato quei bisogni neotenici insisti in tutti noi. Le capacità di adattamento aumenterebbero invece di diminuire. L’invecchiamento non deve essere visto come un accumularsi di deficit e perdite. Abbiamo visto che in età avanzata si determina un aumento considerevole delle funzioni cognitive e della saggezza. Abbiamo stabilito anche che fino a circa settant’anni l’ereditarietà sembra avere un ruolo molto importante nell’invecchiamento del corpo; successivamente è soprattutto una questione di abitudini e di stile di vita a favorire la sopravvivenza e la salute.
Dunque, la longevità e la salute sono condizioni che dipendono in gran parte da noi. Questa è la conclusione che emerge da tutti gli studi sull’argomento: dobbiamo assumerci in prima persona la responsabilità della nostra salute, e non lasciare che se ne occupino i medici. Conservare e accrescere la potenza intellettuale ed evitare le malattie dipende soprattutto dall’esercizio continuo della mente. L’attività intellettuale è necessaria per lo sviluppo di una mente sana, tanto quanto lo è respirare per lo sviluppo di polmoni sani.
Studi recenti indicano che la capacità intellettuale non diminuisce a partire dagli ottant’anni e che con l’esercizio e l’allenamento può perfino aumentare notevolmente. Per restare attivi intellettualmente sono necessari stimoli intellettuali, e lo spirito giovanile, quando è conservato e sviluppato, e fornisce continuamente: restare in contatto con la realtà, assorbire dall’ambiente quegli alimenti stimolanti di cui la mente non è mai sazia.
La mente neotenica è programmata per assicurare tutto questo, e anche di più. Gli ultimi anni possono essere i più felici della vita. Come si è detto, molti di quelli che hanno raggiunto l’età che altri chiamano “vecchiaia” hanno confessato di sentirsi giovani, tanto da esserne imbarazzati, come se  questa sensazione fosse qualcosa di anacronistico, una freschezza imprevedibile.
E’ il tipo di freschezza che prova il maratoneta quando, al culmine della fatica, trova un secondo slancio, che lo porta al traguardo in un impeto di energia rinnovata. E’ il tipo di freschezza che può essere conservato per tutta la vita, che è senza dubbio meglio apprendere già nell’infanzia. Ma attenzione non è mai troppo tardi per ritrovarla.
Comunque, prima si viene incoraggiati a sviluppare le proprie qualità neoteniche, più è probabile realizzare quella perfetta gioia di vivere che esplode così gloriosamente nel bambino chiassoso, quella gaiezza di spirito che ci consente di crescere giovani più efficacemente e di arrivare più felicemente che mai alla fine della vita, che è il fine stesso per cui è vissuta tutta la sua prima parte.

Pubblicato su Aam Terra Nuova, aprile 1999