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Vivere per un anno consumando esclusivamente alimenti
prodotti nel raggio di
160 chilometri
da casa. Sono due giornalisti canadesi, Alisa Smith e James MacKinnon, i pionieri della “
100 mile
diet”. L’idea è nata dalla necessità di sperimentare uno stile alimentare alternativo,
in termini di qualità della vita e impatto ambientale, a quello di gran parte dei cittadini
nordamericani, che normalmente consumano cibi che hanno viaggiato per oltre
1.500 miglia
prima di arrivare in tavola.
Per dodici mesi, James e Alisa sono andati alla caccia di produttori locali entro
100 miglia
dalla loro casa di Vancouver. Un’avventura non sempre facile (sul
loro blog raccontano come per sette mesi, fino a quando hanno trovato un produttore
locale, non abbiano consumato alimenti a base di grano) ma che ha permesso loro di scoprire il
valore del cibo di qualità e, in alcuni casi, sapori mai provati prima.
«La
100 Mile
Diet è un modo di apprendere facendo – raccontano Alisa e James – All’inizio non è
stato facile. Ma via via che abbiamo scoperto nuove fonti locali i nostri pranzi sono stati
sempre più ricchi. Gli agricoltori e i mercati agricoli ci hanno fatto conoscere cibi e
sapori che non avevamo mai provato prima. Abbiamo scoperto le stagioni, le micro-stagioni e le
micro-micro stagioni».
Non solo. La loro ricerca gli ha consentito di approfondire la conoscenza del
territorio in cui vivono e li ha messi in contatto con persone con i loro stessi interessi.
Una buona pratica che ha fatto bene alla salute, all’ambiente e anche alla socialità. Tanto
che i due giornalisti hanno trovato “seguaci” in molte parti del mondo. Tutta
l’esperienza è raccontata nel libro The
100 mile
diet.
14 gennaio 2008
UN MENU' AD IMPATTO ZERO
Avvicinare il consumatore al produttore, ridurre i mille passaggi degli alimenti
fra i distributori. Per nutrirci di prodotti sani, inquinare il meno possibile. E risparmiare
di BENEDETTA TORRANI
Il presidente francese Sarkozy ha recentemente annunciato l’etichetta “carbonio”, che
deve indicare la quantità di anidride carbonica emessa per portare un prodotto alimentare
sugli scaffali. I supermercati inglesi Sainsbury’s da tempo applicano l’adesivo di un
“aeroplanino” sulle confezioni di frutta e verdura importate da altri continenti. In
Italia è invece
la Coldiretti
a lanciare il progetto A chilometri zero, con l’obiettivo di rendere riconoscibili quei
negozi che utilizzano prodotti locali acquistati direttamente dalle imprese agricole. In altre
parole, la parola d’ordine è avvicinare il consumatore al produttore: ridurre le distanze e
i mille passaggi distributivi dei prodotti e degli alimenti che consumiamo, nutrirsi di
prodotti freschi e sani che arrivano sulle nostre tavole inquinando il meno possibile
l’ambiente che ci circonda, abbattere il costo di acquisto che, soprattutto se si parla di
prodotti biologici, spesso è troppo alto. Sono questi gli obiettivi della cosiddetta
“filiera corta”, e delle aziende e dei consumatori che sempre più si stanno avvicinando a
questa realtà di consumo alimentare.
Un guadagno per tutti
La filiera corta è un sistema dalle molte pratiche commerciali: dalla vendita diretta negli
spacci aziendali ai gruppi di acquisto, dalla vendita su aree pubbliche, quali mercati e
fiere, alla ristorazione scolastica e alberghiera. Se si pensa che i prezzi aumentano in media
di cinque volte passando dal campo alla tavola, non stupisce che i sette italiani su dieci che
hanno fatto acquisti direttamente dagli imprenditori agricoli giudichino la spesa conveniente,
con un risparmio che va dal 20 al 30%. Secondo i dati dell’Osservatorio Agri2000, la vendita
diretta degli agricoltori è un fenomeno che in Italia coinvolge circa 50mila imprese agricole
a cui i consumatori si rivolgono per cercare qualità e garanzia di genuinità e freschezza.
Per quanto riguarda la riduzione delle emissioni di CO2, sempre secondo lo studio di Agri2000,
«consumando prodotti locali e di stagione e facendo attenzione agli imballaggi, una famiglia
può risparmiare fino a
1.000 chilogrammi
di anidride carbonica l’anno».
La strada giusta
Sono tanti i fattori che in questi anni hanno contribuito al successo e alla diffusione della
filiera corta. A partire dalle iniziative legate al turismo enogastronomico e di
valorizzazione del territorio e delle sue peculiarità: per esempio le Strade dei vini e dei
sapori o manifestazioni come
la Primavera Bio
e
la Biodomenica
, nate per promuovere la cultura e la valorizzazione del territorio italiano. Ma anche le
istituzioni, sia nazionali che locali, hanno sostenuto l’accorciamento della filiera con
novità legislative che consentono agli agricoltori di svolgere attività legate alla vendita
dei loro prodotti – agriturismo, gestione di spacci aziendali o ristoranti, fornitura ai
gruppi d’acquisto, ospitalità di gruppi e scolari nelle fattorie didattiche – e con le
norme per la diffusione dei farmers market e degli spazi dedicati agli agricoltori nei mercati
rionali. In Toscana, così come in Campania, gli assessorati all’Agricoltura hanno promosso
la messa in rete delle aziende della filiera corta, mentre
la Provincia
di Ascoli Piceno e il Comune di Roma hanno istituito degli Sportelli filiera corta al servizio
di produttori e consumatori.
Cassettoni d’Italia
Insomma, stanno nascendo nuove forme di incontro, scambio e collaborazione tra chi produce e
chi consuma. E percorrendo la nostra lunga Italia si scoprono numerose e variegate esperienze.
In tutte le regioni i produttori si stanno associando tra loro per offrire panieri di prodotti
e fornire “direttamente” le famiglie, magari con la consegna a domicilio. Cassettoni,
buste o pacchi famiglia sono i nomi scelti per vendere i prodotti di stagione, frutta e
verdura miste a peso e prezzo fissi. Così avviene in Piemonte, Sicilia, Campania o Lazio, o
ancora in Friuli e Umbria.
Uno dei volti della filiera corta è anche quello della produzione partecipata, come nel
progetto dei distretti di economia solidale della Brianza, nel quale il consumatore non è più
solo utente passivo ma coproduttore, che pre-acquista il suo fabbisogno annuale di pane
finanziando la coltivazione del grano che servirà a produrlo.
14 gennaio 2008
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