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Riportiamo qui di seguito
un articolo concernente una delle notizie più diffuse dai media in questi giorni: il «luogo»
della depressione!
Le risultanze delle studio effettuato evidenzierebbero una stretta correlazione tra
frequentazione di certi ambienti e relativi effetti sull’umore.
«Roma - State lontani da casa, evitate le chiese, non
andate in discoteca e nemmeno nei centri commerciali. Piuttosto dedicatevi alla palestra. E
scordatevi che la depressione sia legata ai problemi di cuore (solo il 9% li segnala come
causa scatenante).
La fotografia del dove e perché in molti italiani scatti
la molla della depressione, arriva da un’indagine realizzata da Riza Psicosomatica, in
edicola da domani e condotta su circa 1000 intervistati, maschi e femmine, tra i 25 e i 55
anni.
La ricerca parte dall’assunto che il luogo dove ci si
trova ha un effetto decisivo sul proprio umore. Il 64% degli intervistati ritiene, in maniera
molto (22%) o abbastanza (42%) elevata, che il luogo in cui si vive possa essere un elemento
determinante per l’insorgere della depressione.
Al contrario invece solo per il 23% il malessere non
dipende dal luogo.E fino a questo punto non pare esserci nulla di insolito.
Che l’ambiente eserciti un forte condizionamento
interno è cosa nota.
Che fare allora per combattere la depressione?
Prendersi cura di se stessi.Curando il proprio corpo,
andando in palestra, (24%), stando all’aperto (23%), prendendosi cura di un animale (15%),
facendo del volontariato (10%).
Bocciato l’utilizzo indiscriminato di farmaci (26%) e
la scelta di isolarsi da tutto e da tutti (21%). La solitudine, infatti, sarebbe la principale
causa della depressione per il 26% degli intervistati. Così come la frenesia e lo stress
della vita di tutti i giorni (21%) e le eccessive aspettative di genitori e amici (16%)»
(1).
Quindi non sarebbe più vero
che chi prega è persona più felice (necessariamente meno depressa) ed equilibrata di chi a
questa pratica benefica non si dedichi (come del resto emerso in numerosissimi studi
precedenti).
Il modello salutista americano si impone anche qui: per vincere la depressione occorre andare
in palestra.
Del resto non si parla di centri «wellness»? (2).
Supponendo la buona fede di chi abbia condotto la ricerca, non possiamo condividerne gli
esiti, dobbiamo necessariamente fare dei distinguo e apportare alcune puntualizzazioni.
Dobbiamo crederci?
Se fosse sotto gli occhi di tutti una fede viva, autentica, cristallina; una devozione grande
e profonda, un sincero ed umile riconoscimento dell’eccellenza dell’Essere; un raccolto
modo di intendersi con Dio e con la corte del Cielo, le risultanze di questa analisi sarebbero
risibili commenti di improvvisati diffamatori anticlericali.
Ma si ha timore che non sia così, purtroppo.
Come dire, se prima il male alla Chiesa poteva essere arrecato soltanto con attacchi «da
fuori», oggi, forse, questo non è più vero, ed è la stessa (contro)testimonianza cristiana
a suscitare scandalo per chi crede e motivo di bestemmia per chi non crede.Precisiamo: il
cristiano non può essere un depresso (3).
Non il cristiano che si dedichi ad una preghiera seria, perseverante e ricercata.
La preghiera del sofferente e dell’infermo sale a Dio ancora più gradita; se umile e
bisognosa, squarcia le nubi ed entra nel santuario eterno dove il Padre non negherà nulla al
figlio che ama.
Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi?
Forse allora il male oscuro non si genera tanto a causa del «luogo» ove ci si rechi, quanto
piuttosto in dipendenza del «come» ci si approcci a quel luogo.
La preghiera intima, comunitaria
e personale (l’uomo ha bisogno di entrambe le dimensioni) soffre certamente una mutilazione
profonda nel momento in cui divenga distratta, superficiale, abitudinaria, frutto di routine.
Coloro che, durante la santa Messa, annoiati, passeranno il loro tempo nel divagare lo sguardo
o nello scambiare battute più o meno simpatiche, appoggiati stancamente alle pareti o alle
porte dell’edificio sacro, senza porre la minima attenzione o partecipazione alle parole o
all’evento che, per miracolo, si sta producendo loro innanzi; coloro, ancora, che
pretenderanno di «dettare» sia i modi sia i tempi della preghiera (ricorrendo ad essa solo
dietro pulsione intima o in certi particolari periodi della vita) difficilmente sapranno
cogliere i frutti di una vita spirituale penetrante; faticosamente bruceranno l’incenso del
loro tempo (cioè cercheranno un tempo solo per poter pregare) per offrirlo in soave odore a
Chi del tempo è unico Signore: se lo faranno, sarà fatica e abitudine il motore di tutto.
Questo «sentimentalismo orante» (pregare solo quando ci si sente e secondo come ci si
senta), frutto di una inconsapevole adesione ad un «personalismo» neanche troppo velato, non
può portare alla lunga benefici, ma solo tristezza ed angoscia, perché riduce la preghiera
ad una ricerca solipsistica di proprie esigenze.
Se la consegna personale a Dio non è radicale, conseguente, profonda e se questa non si fondi
su una verità estrema, cioè la necessità assoluta della preghiera quotidiana e costante per
l’uomo, è inutile attendere miracolosi presagi e portenti di felicità e di gioia; anzi!
Forse in compenso arriverà la depressione, per aver cercato invano dall’idolo del proprio
cuore, le risposte che solo Dio può concedere.
Chi prega è sempre felice!
Questo è certo.
Anche quando, apparentemente, le richieste non vengano esaurite, risuona verace ed
indubitabile il motto di San Paolo: «Tutto concorre al
bene di coloro che amano Dio».
Il malato cronico di depressione
deve essere aiutato ad accostarsi a questo unico rimedio infallibile; quando avrà avuto modo
di sperimentarne la potenza, non lo lascerà più, e non soltanto per quanto ne abbia
personalmente conseguito, ma anche perché avrà imparato a conoscere Colui che mai merita di
essere abbandonato o dimenticato; sorgente che disseta i bisogni di chiunque, eppure (resosi)
mendico dell’amore dell’uomo.
Stefano Maria Chiari
Note
1)
Da http://www.repubblica.it/2007/09/sezioni/scienza_e_tecnologia/
depressione-sondaggio/depressione-sondaggio/depressione-sondaggio.html
2) Come se la felicità personale,
vera ed indelebile, dipendesse da un’ora di spinning o di idromassaggio.
3) Certamente, mai generalizzare; ma
se crediamo, come crediamo, che l’incontro con Dio non possa che apportare benessere,
felicità, gioia di vivere ed amore per ogni creatura, secondo la sua volontà, risulta
difficilmente compatibile un itinerario cristiano con un percorso autodistruttivo della
propria esistenza.
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