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Mi convinco sempre sempre di più che la sinistra abbia
sottovalutato la forza del liberismo e la sua forza anche nella sinistra stessa. Soprattutto
ha sottovalutato il fatto che il mito della crescita ha un posto centrale sia nel dispositivo
del liberalismo che in quello del capitalismo. Su questo punto dobbiamo dire che purtroppo
Marx si è sbagliato. Ha pensato che fosse possible, sostituire all’«accumulazione»
cattiva del capitale [accumulazione è il nome marxista della crescita], quella buona di un
altro sistema. Questo non è vero, l’accomulazione del capitale è sempre legata
all’economia di mercato. Da questo punto di vista, i cosiddetti socialisti utopisti, come
per esempio William Morris di «News from Nowhere», avevano capito meglio di Marx il
carattere perverso della crescita, il fatto che essa sia legata al sistema termoindustriale, e
quindi ai rapporti capitalistici. Oggi dobbiamo fare i conti con questa eredità.
Uno scienziato francese, Hubert Reeves, molti anni fa raccontava questa favola. Un giorno un
vecchio pianeta nelle sue divagazioni incontra
la Terra
che non aveva visto da alcuni milioni di anni. Allora dice: «Come stai?».
La Terra
risponde: «Non mi sento molto bene, credo di avere una malattia mortale». «E come si chiama
questa malattia?». «Si chiama umanità». «Ahh – conclude il vecchio pianeta –,
anch’io l’avevo presa alcuni milioni di anni fa. Ma guarisce da sola, si autodistrugge».
E’ vero che oggi sembra che l’umanità rischia di sparire. Abbiamo molti segnali che lo
confermano quasi ogni giorno. Sappiamo che stiamo vivendo la sesta estinzione delle specie, la
quinta è quella che ha avuto luogo 65 milioni di anni fa, quella che ha visto sparire i
dinosauri. Solo che ci sono tre differenze tra la quinta e la sesta: questa è organizzata
dall’uomo e procede a una velocità terrificante. Per fortuna la natura ha una vitalità
straordinaria e una capacità di adattarsi sorprendente, ma quando i cambiamenti sono così
veloci è impossibile per la natura adattarsi.
Un’altra importante differenza è che anche l’umanità potrebbe essere la vittima di
questa sesta estinzione. Lo sarà sicuramente se non facciamo niente.
La scommessa della decrescita è diversa. Non pensiamo che l’umanità sia una specie votata
al suicidio, o che non ci sia speranza. Pensiamo infatti che il suicidio faccia parte
dell’essenza della società della crescita, ma non di tutte le società umane. Che la nostra
società, la società moderna, sia candidata al suicidio ma non l’umanità in quanto tale.
La decrescita scommette che sia possibile salvare l’umanità, ma solo a condizione di uscire
dal paradigma della modernità, della società della crescita.
Che cos’é quindi una società come la nostra? È una società che ha per unico fine la
crescita senza limiti. È un’idea assurda per questa idea si deve consumare sempre di più,
produrre ancora di più rifiuti e profitti. Per promuovere questa idea ci sono tre grandi
strumenti: la pubblicità che ci invita sempre a consumare cose di cui non abbiamo veramente
bisogno; l’obsolescenza programmata e il credito.
La scommessa della decrescita è l’umanità possa fare una rivoluzione culturale, uscire
dalla società di crescita, di deglobalizzarsi e ritrovare il locale, di uscire dal
capitalismo e quindi dall’accumulazione illimitata, sotto l’impulso di due forze, una
forza positiva e una forza negativa.
La forza positiva è l’aspirazione all’ideale che vivremmo meglio se vivessimo in un altro
modo. Questa è la grande lezione del mio maestro Ivan Illich, che per quarant’anni ha
predicato nel deserto. Invece di prendere come slogan, come fa il governo francese attuale, «lavorare
di più per guadagnare di più» diceva «lavorare di meno per vivere meglio». Di sicuro
lavorando meno si produrrebbe meno o si distruggerebbe meno il pianeta e avremmo più tempo
per godere della vita, per ritrovare il senso della vita. Forse meno ricchezze in termini di
prodotto interno lordo ma più ricchezze in termini di vita, di ricerca del piacere e della
felicità. E consumare meglio è possibile.
Il grande, uno dei grandi precursori della decrescita, che recentemente è morto in Francia,
l’amico André Gorz, negli anni ’70 e ‘80 aveva descritto degli scenari per dimostrare
come era possibile allo stesso tempo ridurre il tempo di lavoro, diminuire la disoccupazione e
aumentare la felicità.
Oggi siamo tossicodipendenti di consumismo. Lo siamo tutti. E allora dobbiamo intraprendere
una terapia, dobbiamo liberarci da questa dipendenza, ma non è facile. Naturalmente
l’aspirazione a un’ideale, a un mondo più giusto, a un mondo più sostenibile ha un ruolo
importante ma non basterà. Questo è il motore positivo. Il motore negativo invece è la
pedagogia delle catastrofi. È per questo che paradossalmente sono molto ottimista, perché
sono certo che ci saranno catastrofi.
Il progetto di costruire una società della decrescita dunque è un’utopia, un’utopia nel
senso concreto e positivo della parola che è un altro mondo possibile. Ho proposto di
realizzare questo progetto attraverso uno schema delle otto «R»: Rivalutare,
Riconcettualizzare, Ristrutturare, Ridistribuire, Rilocalizzare, Ridurre, Riutilizzare,
Riciclare. Ogni volta che faccio una conferenza c’é qualcuno nella sala che mi dice: «Lei
ha dimenticato una R molto importante, si deve anche reinventare la democrazia». Un altro mi
dice: «Si deve ri-cittadinare». Il concorso è aperto, si possono aggiungere molte altre R.
Questa proposta non é un programma politico perché non sono un politico, sono uno
scienziato, un intellettuale, non è il mio lavoro fare un programma politico. Ma è un
progetto politico, l’utopia di una società autonoma. Il progetto della decrescita non è
nuovo, la cosa nuova è che la parola decrescita parla all’immaginario. Questo ‘de’ crea
un colpo, come è possibile rimettere in questione il fondamento della nostra società, di
tutto il nostro mondo. E allora questo crea una reazione molto forte. Alcuni che avevano dubbi
sul nostro mondo, sulla società, dicono: “Sì, bastava pensarci, ha ragione, abbiamo
trovato all fine la cosa importante”. E altri dicono “Ma è impossibile. Come parlare di
decrescita?”. Se non parliamo di decrescita andiamo verso la catastrofe e l’apocalisse.
Ora vorrei in alcune parole spiegare come opporre l’utopia concreta alla altra grande utopia
dell’occidente che è il liberismo. Il liberismo è anche un grande progetto, un progetto
che ha strutturato l’occidente per secoli. Dobbiamo prendere coscienza che in questo
progetto la cosa più importante è il mito della crescita. Nella sinistra c’è la
tentazione di separare il liberalismo buono dal liberismo cattivo. Fondamentalmente, però,
sono come dottor Jekyll e mister Hide, due facce della medesima medaglia, strettamente legate
anche se diverse.
E’ un progetto fantastico, il liberismo, nato nel medioevo in reazione all’orrore per le
guerre, soprattutto quelle civili. E’ un progetto grandioso, il liberismo, e precisamente è
l’utopia di una società autonoma. Una società autonoma che si basa sull’individualismo,
sull’emancipazione dell’umanità, sul progetto della modernità, della liberazione dalla
trascendenza, dalla tradizione, della religione e dalla gerarchia.
Il problema di questo progetto è nelle sue aporie: l’aporia della libertà è la libertà
di sfruttare gli altri. L’individualismo è un progetto autodistruttivo e l’uguaglianza
ancora di più. L’uguaglianza assoluta è impossibile perché per natura non siamo uguali,
quindi la strada che il liberismo ha trovato, soprattutto attraverso il suo aspetto economico,
è di reinventare un’eteronomia che permette il funzionamento della società moderna:
l’eteronomia della mano invisibile.
Se c’é la mano invisibile allora nessuno può rimpiangere della sua povertà, nessuno è
responsabile delle disuguaglianze, sono le leggi del mercato. Basta leggerlo su tutti i
giornali: se i popoli del sud sono più poveri la colpa, in fondo, è loro. Non è colpa più
delle grandi imprese o dei governi, è la legge del mercato, la stessa legge per tutti. Una
legge che funziona benissimo e che funziona perfino meglio se c’é la continua fuga in
avanti della crescita infinita. Che ha come corollario l’idea che se l’uguaglianza non è
realizzata oggi, almeno domani le disuguaglianze saranno minori. Se oggi non possiamo comprare
l’ultimo modello di automobile, certamente potremo farlo domani, grazie alla crescita.
Questo meccanismo ha funzionato per tanti anni gloriosi tra il 1945 e il 1975. E’ vero che
gli operai hanno potuto comprare una macchina, un frigorifero. E’ vero che le cose che prima
erano riservate ai ricchi sono diventate delle comuni. Questo permette alla società liberista
di funzionare.
Un amico, un filosofo, ha scritto recentemente un bel libro che si intitola «L’impero del
meno male». Sono riusciti a creare, con il liberismo e la crescita, l’impero del meno male,
ma oggi questo non basta più. Perché il problema è che oggi ci si confronta con
l’autodistruzione sociale perché l’ingiustizia, aporia strutturale di questo stesso
meccanismo, è diventata senza limite.
Serge Latouche
Fonte: www.carta.org
Link: http://www.carta.org/articoli/11502
9.10.07
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