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"La rivoluzione che auspichiamo è innanzitutto culturale e
quindi infinitamente più difficile da realizzarsi delle rivoluzioni politiche. Siamo
profondamente tossicodipendenti dalla società della crescita, ha spiegato durante l'incontro,
e l'educazione di cui abbiamo bisogno assomiglia sempre più a una cura di disintossicazione,
a una vera e propria terapia.
L'utopia concreta della decrescita è il progetto di costruire una società autonoma capace di
superare le aporie della modernità. Così Ilich proponeva in alternativa quella che ha
chiamato 'società conviviale'. Una società che conosce un'autolimitazione ed è fondata su
un 'tecnodigiuno', una pratica che prevede la riduzione del ruolo del mercato, della divisione
del lavoro, dell'onnipresenza dell'economia."
Professore, a che punto è la decrescita? Quali effetti sta producendo il dibattito del
quale lei è l'interprete più conosciuto?
Il progetto è molto recente nella forma attuale. Si è diffuso molto velocemente nello spazio
di tre, quattro anni in Francia, Italia e Germania. Oggi comincia a essere discusso anche in
Spagna. Allo stesso tempo abbiamo scoperto che altri progetti, che forse non corrispondono
alla decrescita, anche perché la parola non è traducibile, ma che si configurano come
progetti di uscita dalla società della crescita, sono stati messi in moto per esempio in
Inghilterra, negli Stati Uniti, in Canada e in altri paesi. La decrescita, a livello della
politica ufficiale, al momento è oggetto di curiosità. Sono stati infatti invitato a
parlarne in sede parlamentare. Possiamo affermare che è già un bel successo.
Non dobbiamo vergognarci nel riconoscere che è un progetto retrogrado, nel senso che quando
si è imboccata una via senza uscita, si deve per forza arretrare. Inoltre, ha spiegato,
quando si arretra chi è dietro si ritrova davanti. Potremmo con un gioco di parole affermare
che i retrogradi saranno i nuovi progressisti. Ma non si tratta di immaginare una diversa
mondializzazione, una diversa globalizzazione, una diversa mercificazione, semplicemente di
segno opposto a quelle attuali. Né di tornare, come dicono i giornalisti all'età della
pietra. Non avrebbe senso. Noi dobbiamo cercare di demercificare, di deglobalizzare, di
demondializzare. Inventare un diverso futuro che non è una semplice inversione di marcia
sulla stessa strada, ma abbandonare una strada sbagliata, individuando una nuova e diversa
direzione. È sbagliato, e credo impossibile, tornare semplicemente indietro. Quello che
abbiamo di fronte è il compito di inventare un altro futuro.
Quali saranno le difficoltà che si incontreranno nella realizzazione del progetto?
Ah! Le difficoltà sono gigantesche perché c'è il potere degli interessi economici, delle
imprese trasnazionali. Per esempio, ho parlato del problema della moria delle api in relazione
alle lobby dei produttori dei pesticidi e delle sementi, che rappresentano un potere enorme.
Non dimentichiamo i politici che sono al loro servizio. Poi vanno considerati tutti i
cittadini e gli agricoltori che sono tossicodipendenti del sistema. Siamo in una battaglia di
titani!
Allo stesso tempo incombono minacce enormi sul pianeta. E ci sono forti contraddizioni. Prendo
ad esempio Al Gore, fa una bella propaganda in difesa del pianeta ma è contemporaneamente un
miliardario. La distanza fra la sua diagnosi e i rimedi che propone è enorme. E siamo tutti
così, siamo tutti più o meno schizofrenici.
Quale senso assumono alcune pratiche quotidiane di consumo nella prospettiva della
decrescita? Pensiamo ad esempio alla scelta dell'alimentazione biologica e biodinamica oppure
alla costituzione di gruppi di acquisto solidale.
Se tutti scegliessero l'alimentazione biologica, allora l'agricoltura produttivista,
sviluppata con concimi chimici e pesticidi, non esisterebbe più. Ma non credo molto in una
visione ideale come questa. Infatti ora vediamo che la stessa agricoltura biologica è
recuperata e strumentalizzata anche dai supermercati. Ma ha un ruolo importante per mostrare
la strada. Occorre avere sempre un obiettivo molto più ambizioso a livello simbolico,
come esempio. Tutte queste iniziative, a mio avviso, non devono essere sminuite. È vero che
sono piccole cose ma sempre molto importanti.
I momenti di crisi economica come quella che si profila in questo momento, o pensiamo anche
a crisi molto gravi come quella argentina, possono giocare un ruolo nel processo di uscita
dalla società della crescita?
Sicuramente. Oggi la principale speranza è che nei momenti di difficoltà e crisi i cittadini
siano spinti a fare scelte diverse.
È possibile che le persone, trovandosi in condizioni di maggiore povertà reale, si
sentano invece spinti nel senso opposto?
Sì, certo. Di fronte a una catastrofe, la reazione può essere assumere due direzioni
contrarie. Per esempio, in occasione del gran caldo dell'estate 2003, ci si può rendere conto
della necessità di modificare i consumi energetici e attivarsi contro i cambiamenti
climatici, oppure andare a comprare un condizionatore!
Fiorenzo Fantuz
Un ringraziamento particolare a Guglielmo Cevolin e Arturo Pellizzono di Historia di
Pordenone.
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