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Per
capire cosa sia la decrescita, e come possa costituire il fulcro di un paradigma culturale
capace di orientare sia le scelte di politica economica, sia le scelte esistenziali, è
necessario in via preliminare fare chiarezza su cosa è la crescita economica. Generalmente si
crede che la crescita economica consista nella crescita dei beni materiali e immateriali che
un sistema economico e produttivo mette a disposizione di una popolazione nel corso di un
anno. In realtà l’indicatore che si utilizza per misurarla, il prodotto interno lordo, si
limita a calcolare, e non potrebbe fare diversamente, il valore monetario delle merci, cioè
dei prodotti e dei servizi scambiati con denaro. Il concetto di bene e il concetto di merce
non sono equivalenti. Non tutti i beni sono merci e non tutte le merci sono beni.
La frutta e la verdura coltivate in un orto familiare per autoconsumo sono beni
qualitativamente molto migliori della frutta e della verdura acquistate al supermercato. Ma
non passano attraverso una intermediazione mercantile, per cui non sono merci. Soddisfano il
bisogno di nutrirsi in modi più sani e più gustosi dei loro equivalenti prodotti per essere
commercializzati, non sono stati prodotti con veleni e prodotti di sintesi chimica, non hanno
impoverito l’humus, non hanno contribuito a inquinare le acque, ma fanno diminuire il
prodotto interno lordo perché chi autoproduce la propria frutta e verdura non ha bisogno di
andarla a comprare. In una società fondata sulla crescita, dove a ogni piè sospinto tutti la
invocano come il fine delle attività economiche e produttive, il suo comportamento è
asociale.
Percorrendo un tragitto in automobile si consuma una certa quantità della merce carburante.
Quindi si contribuisce alla crescita del prodotto interno lordo. Se per percorrere lo stesso
tragitto si trovano intasamenti e si sta in coda, il consumo della merce carburante cresce; di
conseguenza, il prodotto interno lordo cresce di più. Ma occorre più tempo per arrivare dove
si vuole arrivare, aumentano i disagi e la fatica del viaggio, aumentano le emissioni di
anidride carbonica e di inquinanti in atmosfera, i costi individuali e collettivi, ambientali
e sociali. La maggior quantità della merce benzina consumata negli intasamenti
automobilistici non è un bene. Eppure ogni volta che si sta fermi in coda a respirare gas di
scarico si contribuisce ad accrescere il benessere collettivo e, di conseguenza, il proprio.
Si agisce in modo socialmente virtuoso. Se poi, in conseguenza della maggiore stanchezza e dei
maggiori rischi derivanti dagli intasamenti si verificano incidenti, la riparazione o la
sostituzione delle automobili incidentate e i ricoveri ospedalieri fanno crescere
ulteriormente il prodotto interno lordo, ma difficilmente si troverebbe un economista coerente
al punto di considerare beni i maggiori consumi di merci che ne derivano.
Se, dunque, il prodotto interno lordo misura il valore monetario delle merci e non prende in
considerazione i beni, la decrescita indica soltanto una diminuzione della produzione di
merci. Non dei beni. Anzi, la decrescita può anche essere indotta da una crescita di beni
autoprodotti in sostituzione di merci equivalenti. Poiché molte merci non sono beni e molti
beni non sono merci, la decrescita può diventare il fulcro di un nuovo paradigma culturale e
un obbiettivo politico se si realizza come una diminuzione della produzione di merci che non
sono beni e un incremento della produzione di beni che non sono merci. Questo processo è in
grado di apportare miglioramenti altrimenti non ottenibili alla qualità della vita e degli
ecosistemi. Una decrescita guidata in questa direzione, una recessione ben temperata, per
usare un’espressione di Élemire Zolla, racchiude intrinsecamente un fattore di felicità.
Vive felicemente chi si propone di avere sempre maggiori quantità di merci, anche se non sono
beni, e spende tutta la vita per questo obbiettivo? Non vive più felicemente chi rifiuta le
merci che non sono beni e sceglie i beni di cui ha bisogno in base alla loro qualità e utilità
effettiva, lavorando di meno per dedicare più tempo ai suoi affetti? Vive felicemente chi
vive in una società che si propone di produrre sempre maggiori quantità di merci, anche se
non sono beni, e sacrifica a questo obbiettivo la qualità dell’aria, delle acque e dei
suoli? Non vive più felicemente chi vive in una società che antepone il bene della qualità
ambientale alla crescita della produzione di merci che non sono beni?
L’annullamento della distinzione tra il concetto di bene e il concetto di merce è il
fondamento su cui si basa il paradigma culturale della crescita. Se i beni si identificano con
le merci, la crescita della produzione di merci comporta per definizione un aumento della
disponibilità di beni e, quindi, un aumento del benessere. Il passaggio preliminare da
compiere per costruire il paradigma culturale della decrescita è ripristinare questa
distinzione. Altrimenti la decrescita si identifica con la rinuncia, con una riduzione del
benessere, con un ritorno al passato. Mentre invece è scelta, miglioramento della qualità
della vita, proiezione nel futuro. Chi, se non un asceta, potrebbe desiderare una riduzione
del proprio benessere? Riuscirebbe mai la rinuncia diventare un valore condiviso a livello di
massa? Se si continua impropriamente a pensare che le merci si identifichino con i beni e che
la decrescita consista in una diminuzione dei consumi, senza capire che si realizza smettendo
di acquistare merci che non sono beni e incrementando l’autoproduzione di beni in
sostituzione di merci che non lo sono, che quel meno si può ottenere attraverso un più che
è anche un meglio, il paradigma culturale della crescita non solo continua ad avere una
desiderabilità fondata su un bluff e ad alimentare luoghi comuni del tipo «indietro non si
torna», ma riaffiora inconsapevolmente anche in alcune categorie concettuali che si
utilizzano per criticarlo. Per esempio, nei concetti di povertà e ricchezza.
Nel paradigma culturale della crescita, l’indicatore della ricchezza è il denaro. Se i beni
si identificano con le merci, si è tanto più ricchi quanto maggiore è la quantità di merci
che si possono acquistare. La soglia della povertà assoluta, su cui convengono sia
la Banca
mondiale, sia le Organizzazioni non governative, è un reddito monetario giornaliero inferiore
ai due dollari. Per chi ha chiara la distinzione tra beni e merci, con un reddito monetario
giornaliero inferiore ai due dollari si è poveri solo se si deve comprare tutto ciò che
serve per vivere. Solo se si dipende totalmente dalle merci per la propria sopravvivenza. Ma
se una gran parte di ciò che serve per vivere si autoproduce sotto forma di beni, due dollari
possono bastare per comprare il resto. Una famiglia con pochi soldi che produce la frutta e la
verdura con cui si nutre è più ricca e autonoma di una famiglia con più soldi che deve
comprarle. Nel tenore di vita della prima un aumento dei prezzi dei prodotti ortofrutticoli
non ha alcuna incidenza. Nel tenore di vita della seconda comporta una riduzione della capacità
d’acquisto e, quindi, della disponibilità di prodotti alimentari. In caso di riduzione
delle forniture di fonti fossili, chi ha un modesto conto in banca ma un po’ di bosco da
coltivare per ricavarne la legna necessaria a scaldarsi, è più ricco di chi ha un conto in
banca molto maggiore ma deve comprare l’energia di cui ha bisogno e, tutt’al più, può
farsi convertire il capitale in banconote da bruciare nel caminetto. Anche prendendole di
piccolo taglio per avere più carta possibile, non riuscirebbe comunque a riscaldarsi
altrettanto. Nel paradigma culturale della decrescita l’indicatore della ricchezza non è il
reddito monetario, cioè la quantità delle merci che si possono acquistare, ma la
disponibilità dei beni necessari a soddisfare i bisogni esistenziali. È povero chi non può
mettere a tavola i pomodori di cui necessita, non chi non ha il denaro per comprarli.
Il paradigma della crescita è intrinseco alla produzione di merci, mentre è estraneo alla
produzione di beni. Se si coltivano pomodori per autoconsumo, non ha senso coltivarne più
piante di quante servano per il proprio fabbisogno. Se se ne coltivasse qualcuna in più, si
farebbe del lavoro in più senza nessuna utilità. Perseguire la crescita producendo beni
sarebbe soltanto segno di scarsa intelligenza. Se invece si coltivano pomodori per venderli e
ricavarne un reddito monetario, più se ne coltivano, tanto maggiore è il reddito che si
ottiene. In questo caso sarebbe segno di scarsa intelligenza non produrne più che si può. Se
si producono beni finalizzati al proprio fabbisogno, non è necessario avere macchinari sempre
più potenti e produttivi da sostituire in continuazione con altri macchinari ancora più
potenti e produttivi, che sono invece indispensabili se si producono merci da vendere. Non è
necessario avere quantità sempre maggiori di energia e di protesi chimiche, né intervenire
sulla struttura della materia con le biotecnologie e con la fisica atomica. Se si producono
beni si agisce con misura, nella rigorosa accezione matematica del termine, che costituisce il
fondamento della musica e della geometria, i due sistemi in cui Pitagora vedeva misticamente
riflesse le leggi che regolano l’ordine dell’universo. La produzione di merci implica
invece la dismisura, quell’atteggiamento mentale che i greci chiamavano hybris, in cui
ravvisavano la rottura dell’ordine che regola la vita e la fonte di ogni tragedia.
Un sistema economico fondato sulla crescita del prodotto interno lordo ha bisogno di
sostituire progressivamente i beni (che non lo fanno crescere) con le merci (che lo fanno
crescere), inducendo a credere che queste sostituzioni costituiscano miglioramenti della
qualità della vita e condannando alla damnatio nominis chi non le effettua. Chi produce beni
non ricava denaro dalla sua attività e non può comprare merci, mentre chi smette di produrre
beni per produrre merci riceve in cambio un compenso monetario con cui può acquistare merci
in sostituzione dei beni che non produce più. Se si è convinti che il denaro sia la misura
della ricchezza, questo passaggio diventa desiderabile e si identifica con il progresso, anche
se in realtà comporta peggioramenti nelle condizioni di vita. Cosa ha motivato i flussi
migratori dalle campagne alle città che hanno accompagnato e accompagnano la crescita del
prodotto interno lordo, se non l’identificazione della ricchezza col denaro? Eppure la
frutta e la verdura autoprodotte sono qualitativamente molto migliori della frutta e della
verdura prodotte industrialmente e acquistate al supermercato; l’aria delle campagne è più
sana dell’aria delle città; le case coloniche sono più confortevoli di minuscoli
appartamenti in palazzoni di periferia affacciati su stradoni di scorrimento; il frigorifero
è inutile per chi può cogliere ogni giorno i frutti di stagione nel proprio orto frutteto.
Le attività che producono beni non sono nemmeno considerate lavorative e non vengono
conteggiate nelle statistiche del lavoro. Sono considerate lavorative soltanto le attività
svolte in cambio di denaro. Il concetto di lavoro è stato ridotto al concetto di occupazione
ed è stato contestualmente svincolato dal concetto di utilità. Chi produce merci totalmente
inutili (per esempio i pupazzi vestiti da Babbo Natale che un numero crescente di poveri di
spirito appende alle ringhiere dei balconi da novembre a gennaio) rientra nella categoria
degli occupati, dal momento che in cambio della sua attività riceve un reddito monetario con
cui può comprare merci e nella duplice veste di produttore e consumatore fa crescere il
prodotto interno lordo. Invece le casalinghe, o i superstiti produttori agricoli che dedicano
la maggior parte del loro tempo all’autoproduzione di beni limitandosi a scambiare con
denaro soltanto le eccedenze, non rientrano nella categoria degli occupati perché non
ricavano un reddito monetario dal loro lavoro e non contribuiscono alla crescita del prodotto
interno lordo. Pertanto, anche se svolgono attività straordinariamente utili, non sono
considerati lavoratori.
Un sistema economico libero dall’obbligo della crescita non deve sostituire progressivamente
la produzione di beni per autoconsumo con la produzione di merci, ma continua a produrre sotto
forma di beni tutto ciò che prodotto sotto forma di merce comporterebbe peggioramenti
qualitativi, limitandosi a produrre sotto forma di merce soltanto ciò che non può essere
autoprodotto sotto forma di bene. Un vasetto di yogurt comprato, prima di raggiungere la mensa
del consumatore percorre qualche migliaio di chilometri, quindi contribuisce alla crescita dei
consumi di fonti fossili e dell’effetto serra; produce tre tipologie di rifiuto: carta,
plastica e alluminio; ha bisogno di sostanze conservanti che spesso uccidono i fermenti
lattici riducendo il suo valore nutrizionale; incorpora nel prezzo di vendita oltre i costi di
trasporto e confezionamento, i costi di produzione industriale, di intermediazione commerciale
e pubblicitari. Uno yogurt autoprodotto non deve essere trasportato, non produce rifiuti, è
ricchissimo di fermenti lattici vivi e, non richiedendo nessun costo oltre quello del latte,
ha un prezzo inferiore di due terzi. Contribuisce alla decrescita del prodotto interno lordo,
ma è qualitativamente migliore, migliora la qualità ambientale riducendo le emissioni
climalteranti e i rifiuti, richiede meno denaro per soddisfare lo stesso fabbisogno alimentare
e, di conseguenza, permette di lavorare meno e di avere più tempo per sé. La decrescita
indotta dall’autoproduzione dei beni è fattore di felicità. Per quale motivo si dovrebbe
preferire comprare lo yogurt e smettere di autoprodurlo, come accade nelle società fondate
sulla crescita economica?
La quantità dei beni che si possono vantaggiosamente autoprodurre in sostituzione delle merci
che li hanno sostituiti è molto superiore a quanto una mente plasmata dalla cultura della
crescita riesca a immaginare. In particolare, la maggior parte dei servizi alla persona che si
possono prestare per amore nell’ambito dei rapporti familiari non sono nemmeno paragonabili
qualitativamente allo stesso tipo di servizi prestati in cambio di denaro. Tuttavia una
propaganda martellante ha fatto credere che il loro affidamento a personale specializzato li
migliorasse e, nel contempo, migliorasse la vita di chi invece di prestarli direttamente e
gratuitamente ai suoi familiari dedicasse lo stesso tempo a produrre merci per avere in cambio
il denaro necessario a comprarli da chi li presta in sua vece, che a sua volta, impegnando il
proprio tempo in un lavoro salariato, deve girare una parte della retribuzione per pagare chi
fornisce sotto forma di merce ai suoi familiari gli stessi servizi che non ha più tempo di
svolgere direttamente e gratuitamente. Presentata come una liberazione attraverso il lavoro,
questa spirale ha solo la funzione di accrescere la produzione di merci attraverso un
peggioramento della vita di tutti i soggetti coinvolti.
Tuttavia, anche liberando dalla mercificazione tutti i beni che si possono vantaggiosamente
autoprodurre e tutti i servizi che si possono fornire gratuitamente per amore, non sarebbe
auspicabile né possibile perseguire un’autosufficienza assoluta. Ma non tutto ciò che non
si può autoprodurre può essere soltanto comprato sotto forma di merce in cambio di denaro.
In tutte le epoche storiche e in tutti i luoghi del mondo dove si sono formati stabilmente
gruppi umani a partire dai nuclei familiari, insieme agli scambi mercantili e all’autoproduzione
sono state realizzate forme di scambio non mercantili basate sul dono e sulla reciprocità.
Seppure in assenza di regole scritte, gli scambi non mercantili si sono dovunque fondati su
tre principi: l’obbligo di donare, l’obbligo di ricevere, l’obbligo di restituire più
di quanto si è ricevuto. Pertanto, la dinamica del dono e del controdono crea legami sociali.
In questa sfera rientrano il dono del tempo, delle capacità professionali, della disponibilità
umana, dell’attenzione, della solidarietà, ma non il baratto, che ha dato origine agli
scambi mercantili. La parola comunità è composta da due parole latine: la preposizione cum,
che significa con e indica un legame, e il nome munus, che significa dono. La comunità è un
raggruppamento umano unito da forme di scambio non mercantili.
Se le società fondate sulla crescita del prodotto interno lordo non possono non sostituire in
continuazione i beni autoprodotti e gli scambi fondati sul dono e la reciprocità con merci
equivalenti, inducendo a credere che questi spostamenti siano fattori di progresso, una società
libera da questo vincolo economico e mentale, da questa camicia di forza, ridimensiona gli
scambi mercantili a ciò che non può essere più vantaggiosamente autoprodotto e scambiato
sotto forma di dono. La sua struttura produttiva si può paragonare a una figura geometrica
composta da tre cerchi concentrici. Il cerchio interno rappresenta l’area dell’autoproduzione
di beni e servizi. La prima corona circolare l’area degli scambi fondati sul dono e la
reciprocità. La corona circolare esterna l’area degli scambi mercantili. In essa le filiere
più corte sono più interne e le merci si dispongono progressivamente verso l’esterno man
mano che aumentano le intermediazioni commerciali e la distanza tra i luoghi in cui sono
prodotte e i luoghi in cui vengono consumate. Le società fondate sulla crescita allargano
progressivamente questa area rosicchiando il terreno alle altre due. Una società fondata
sulla decrescita estende le due aree interne ridimensionando la terza.
Nelle società agricole la produzione di beni prevale sulla produzione di merci e la
compravendita ha un ruolo complementare. Il loro prodotto interno lordo tende pertanto a
rimanere statico. Le società industriali sono invece caratterizzate dalla prevalenza della
produzione di merci sulla produzione di beni e il loro prodotto interno lordo cresce in
continuazione. Nel loro sistema di valori, che misura il benessere con la ricchezza monetaria,
ciò testimonia la superiorità della civiltà industriale sulla civiltà contadina e delle
società occidentali, in cui la civiltà industriale si è sviluppata, su tutte le altre.
Mutuando il concetto di sviluppo dalla biologia, le società industriali occidentali fondate
sulla crescita considerano sottosviluppate, cioè povere, ma anche a uno stadio inferiore di
civiltà, le società in cui il prodotto interno lordo non cresce; in via di sviluppo le
società in cui la prevalente produzione di beni viene progressivamente sostituita da una
sempre più estesa produzione di merci, e quindi sono avviate sulla strada della crescita;
sviluppate le società in cui prevale la produzione di merci e il prodotto interno lordo
cresce. In questo quadro i programmi di sviluppo per far uscire dalla povertà i popoli poveri
consistono nella trasformazione di economie prevalentemente fondate sulla produzione di beni
in economie prevalentemente fondate sulla produzione di merci. Se vengono elaborati dagli
organismi finanziari internazionali, mirano ad allargare la sfera dei produttori e consumatori
di merci per favorire la crescita del prodotto interno lordo a livello mondiale; se vengono
elaborati da organismi non governativi, anche quando sono dettati da motivazioni umanitarie
sottendono l’implicita valutazione che le società industriali occidentali fondate sulla
crescita sono modelli più evoluti da imitare.
In realtà i programmi di sviluppo aggravano la povertà dei popoli poveri anche quando
realizzano incrementi del loro reddito pro capite, perché distruggono le economie di
sussistenza, quindi la possibilità di soddisfare i bisogni vitali con la produzione di beni,
senza consentire un loro inserimento concorrenziale nel mercato mondiale, dove i paesi
sviluppati esercitano una incontrastabile supremazia tecnologica e finanziaria. Solo ristrette
oligarchie, che posseggono le grandi estensioni di terreno e i capitali necessari a effettuare
gli investimenti, riescono ad accrescere i loro profitti, per cui gli incrementi del reddito
nazionale che ne derivano hanno lo stesso valore della statistica di Trilussa sul mezzo pollo
a testa risultante tra una persona che ne mangia uno intero e un’altra che non mangia
niente. Per di più, l’inserimento delle produzioni agricole nel mercato mondiale richiede
il passaggio dalla biodiversità alla monocultura delle specie più produttive, impoverendo
progressivamente la fertilità dei suoli e accrescendo la dipendenza dalla chimica, cioè
dalla necessità di acquistare prodotti tecnologici dai paesi industrializzati. Il passaggio
dalla produzione di beni alla produzione di merci è una trappola da cui i paesi
sottosviluppati non riescono a liberarsi se non ritornando, con molta fatica, a un’economia
di sussistenza, alle conoscenze, alle tecnologie, ai rapporti sociali, ai valori, alla cultura
su cui si è fondata nel corso dei secoli e su cui, con le necessarie implementazioni, può
continuare a fondarsi in futuro. Le sirene dello sviluppo cantano alle orecchie dei popoli
poveri nell’interesse dei popoli ricchi, anche quando assumono i toni suadenti delle
organizzazioni umanitarie. Sono i popoli ricchi, e il meccanismo della crescita su cui sono
impostate le loro economie, ad aver bisogno di un numero crescente di persone che non possano
fare nient’altro che vendere e comprare per vivere, di un numero crescente di persone
provviste di un reddito monetario a cui vendere le crescenti eccedenze delle loro merci, di un
numero crescente di persone che producano a prezzi stracciati le merci di cui hanno bisogno le
loro economie per continuare a crescere, di un numero crescente di persone che abbandonino le
loro specificità culturali per uniformarsi ai valori della crescita. Anche se di primo
acchito può sembrare un paradosso, solo una economia fondata sulla decrescita consente ai
popoli poveri di uscire dalla povertà.
Un sistema economico fondato sulla crescita del prodotto interno lordo è innovatore per
necessità intrinseca. Per accrescere l’offerta di merci ha bisogno di continue innovazioni
di processo finalizzate a incrementare la produttività, cioè le quantità prodotte da ogni
occupato nell’unità di tempo. Per accrescere la domanda ha bisogno di continue innovazioni
di prodotto finalizzate a rendere obsolete in tempi sempre più brevi le merci acquistate, in
modo da abbreviare i tempi di sostituzione. Entrambe le innovazioni dipendono fondamentalmente
dagli sviluppi della tecnologia, che a loro volta dipendono dagli sviluppi della ricerca
scientifica, anche se nelle innovazioni di processo hanno un ruolo decisivo le innovazioni
organizzative e nelle innovazioni di prodotto hanno un ruolo altrettanto importante le
innovazioni estetiche. Maggiori sono le innovazioni, più rapida è la loro successione,
maggiore è la crescita della produzione e del consumo di merci. In un sistema economico che
misura la crescita del benessere con la crescita del prodotto interno lordo, l’innovazione
diventa un valore in sé. Si identifica col concetto di miglioramento. Poiché le innovazioni
cambiano di continuo la situazione esistente, la disponibilità al cambiamento assume un ruolo
centrale nel sistema dei valori condivisi. Diventa una pubblica virtù. Viceversa, la
resistenza nei confronti dei cambiamenti e delle innovazioni diventa un vizio da sradicare,
una manifestazione di chiusura mentale da ridicolizzare, un atteggiamento d’altri tempi
senza diritto di cittadinanza in una società proiettata verso il futuro. Nuovo è bello,
migliore, più evoluto. Vecchio è brutto, peggiore, più arretrato. Di conseguenza il nuovo
deve sostituire il vecchio. Ma per definizione il nuovo non dura. Diventa vecchio
all’apparire di un nuovo più nuovo. Più rapidamente il nuovo diventa vecchio e viene
sostituito da un più nuovo, maggiore è il progresso. Innovazione, crescita e progresso sono
tre modi di raccontare da tre punti di vista convergenti la storia umana come un costante
avanzamento verso il meglio.
La destra e la sinistra, in tutte le configurazioni che hanno assunto nel corso della storia,
dalle più moderate alle più estremiste, sono due varianti di un identico paradigma culturale
che ha come capisaldi la crescita, l’innovazione e il progresso. Accomunate dallo stesso
sistema di valori, le differenze che le distinguono consistono nelle politiche da adottare per
favorirne al meglio la realizzazione e nelle modalità di ripartirne i vantaggi tra gli attori
sociali che col loro lavoro consentono di realizzarli. La destra sostiene che il mercato e la
concorrenza sono gli strumenti migliori per favorire lo sviluppo delle innovazioni e la
crescita economica. La sinistra ritiene che l’intervento statale sia indispensabile per
guidare le innovazioni e la crescita economica verso obbiettivi che armonizzino gli interessi
individuali col benessere collettivo. Il pre-requisito è che la torta cresca, altrimenti non
ce n’è per nessuno, e il mercato opportunamente indirizzato è lo strumento migliore per
farla crescere, ma se si lasciasse al mercato anche il compito di dividerne le fette, i più
forti lascerebbero ai più deboli solo quanto basta per sopravvivere. Affinché il progresso
economico diventi fattore di un progresso sociale generalizzato, la politica ha il compito di
fare in modo che le fette siano suddivise con maggiore equità. Ma se le fette si ripartiscono
più equamente, ribatte la destra, si accresce la quota di reddito destinata ai consumi e si
riducono gli investimenti in innovazioni tecnologiche, per cui la torta cresce di meno e le
fette più grandi di una torta che resta più piccola diventano più piccole delle fette più
piccole di una torta che diventa sempre più grande. Non è successo così nei paesi del
socialismo reale? Ma adesso che hanno imparato la lezione e hanno scoperto i vantaggi del
mercato, le loro economie crescono più delle altre. Un popolo è ricco solo se ci sono i
ricchi. Solo se ci sono classi più potenti che hanno il diritto di ritagliarsi fette di torta
più grandi. Un’economia più produttiva è meno equa, un’economia più equa è meno
produttiva. La destra è dunque più innovativa e progressista della sinistra, anche se la
sinistra pretende di possedere in esclusiva queste connotazioni. E se l’obbiettivo comune è
la crescita, la destra parte in vantaggio.
Nessuno a destra e a sinistra nutre il minimo dubbio sull’utilità e la necessità della
crescita economica. La crescita è il primo punto di ogni programma politico. Un postulato che
non ha bisogno di dimostrazione. Come ogni organismo vivente deve respirare, così
l’economia deve crescere. Se non cresce è sintomo che sta male. La parola decrescita è
stata persino bandita dal vocabolario. Al suo posto si usa la locuzione crescita negativa, che
sarebbe come definire gioventù negativa l’età di un centenario. Una mancanza di logica
esibita senza pudore, di per sé solo ridicola, se non fosse l’espressione verbale del
rifiuto di capire che una crescita infinita non è possibile in un mondo che, per quanto
grande, non ha una disponibilità infinita di risorse da trasformare in merci, né una capacità
infinita di assorbire i rifiuti generati dai processi di produzione e dalle merci nel corso e
al termine della loro vita. Eppure la competizione politica tra destra e sinistra, tra tutte
le destre e tutte le sinistre apparse nella storia, si è sempre incentrata sulle rispettive
capacità di far crescere l’economia più della parte avversa. La crescita della produzione
è l’obbiettivo degli imprenditori, dei sindacati e della finanza. La crescita dei consumi
l’aspettativa delle popolazioni. Nel sistema dei valori su cui si fondano le società
industriali il più si è identificato e continua a identificarsi col meglio, anche se
progressivamente diminuiscono la sua utilità e aumentano i disagi che crea. I danni sono come
nascosti da un velo che impedisce di vederli. Le guerre per il controllo dei giacimenti
petroliferi, lo scioglimento dei ghiacciai, l’innalzamento del livello dei mari e i
cambiamenti climatici in corso non vengono messi in relazione con l’incremento dei consumi
di fonti fossili necessari a sostenere la crescita della produzione e dei consumi. Come se
niente fosse, la destra e la sinistra, tutte le varianti attuali della destra e della
sinistra, continuano a mettere la crescita al centro dei loro programmi politici. Sostenere la
necessità della decrescita significa pertanto collocarsi al di fuori di questa dialettica e
rimettere in discussione il paradigma culturale che ha caratterizzato le società occidentali
dalla rivoluzione industriale a oggi. Un obbiettivo che richiede uno sforzo di elaborazione
immane, a cui sono chiamati tutti coloro che, a partire da una percezione anche soggettiva
delle sofferenze che il fare finalizzato a fare di più crea alla vita, a tutte le forme di
vita e alla terra in quanto organismo vivente, intendono contribuire a restituire al lavoro la
sua intrinseca connotazione di fare bene finalizzato a migliorare la qualità della vita in
tutte le forme che essa assume, ben sapendo che solo in questo modo si può migliorare anche
la qualità della vita della specie umana.
La crescita della produzione di merci consuma quantità crescenti di materie prime e di
energia. La crescita del consumo di merci produce quantità crescenti di rifiuti. In un
sistema economico fondato sulla crescita, la produzione è un’attività finalizzata a
trasformare le risorse in rifiuti attraverso un passaggio intermedio, sempre più breve, allo
stato di merci. Le innovazioni di processo hanno la funzione di accelerare i tempi di
percorrenza della prima parte del tragitto, da risorsa a merce; le innovazioni di prodotto
hanno la funzione di accelerare i tempi di percorrenza della seconda parte del tragitto, da
merce a rifiuto. Quanto più breve è la durata del percorso, tanto maggiore è la crescita
del prodotto interno lordo. Il senso ultimo dello sviluppo scientifico e tecnologico
finalizzato alla crescita del prodotto interno lordo è la produzione di quantità sempre
maggiori di rifiuti in tempi sempre più brevi. In termini più generali è l’applicazione
della razionalità a uno scopo irrazionale e ha come risultato finale la devastazione del
mondo. La ricerca del nuovo come valore in sé incrementa il consumo di risorse, accresce le
varie forme di inquinamento ambientale, toglie alle generazioni future il necessario per
vivere, ingigantisce progressivamente le discariche e alimenta con sempre maggiore abbondanza
gli inceneritori. Il progresso fondato sui progressi scientifici e tecnologici finalizzati ad
accrescere la produzione di merci scandisce le tappe di avvicinamento della specie umana alla
rottura degli equilibri fisico-chimici-biologici che ne hanno consentito l’evoluzione e lo
sviluppo.
In un sistema economico e produttivo finalizzato alla crescita del prodotto interno lordo le
innovazioni tecnologiche sono finalizzate ad accrescere la produttività, ovvero le quantità
prodotte da ogni produttore nell’unità di tempo, indipendentemente dalle conseguenze che
possano derivarne in termini di esaurimento delle risorse, di crescita dei rifiuti e di
impatto ambientale. In un sistema economico e produttivo finalizzato alla decrescita le
innovazioni tecnologiche sono finalizzate alla riduzione del consumo di risorse e di energia,
della produzione di rifiuti e dell’impatto ambientale per unità di bene prodotto. Chi si
pone l’obbiettivo della decrescita non ha pregiudizi antiscientifici o antitecnologici, come
insinuano i paladini della crescita. La decrescita non richiede meno tecnologia della
crescita, ma uno sviluppo tecnologico diversamente orientato. Le innovazioni tecnologiche di
cui ha bisogno nell’edilizia non sono finalizzate a ricoprire in tempi sempre più brevi
porzioni sempre più vaste di superficie terrestre con una crosta di materiali inorganici,
come accade nei sistemi fondati sulla crescita, ma a costruire edifici ben coibentati allo
scopo di ridurre tendenzialmente a zero il fabbisogno di energia per la climatizzazione. Per
costruire un edificio che non ha bisogno dell’impianto di riscaldamento per mantenere una
temperatura interna di 20 gradi con una temperatura esterna di 20 gradi sotto zero ci vuole più
tecnologia di quella che occorre a costruire una casa che consumi
20 litri
di gasolio al metro quadrato all’anno, come fanno in media gli edifici costruiti nel
dopoguerra in Italia. Ma un edificio che ha bisogno di una minore quantità di energia
contribuisce a ridurre il prodotto interno lordo. Tutte le innovazioni tecnologiche che
riducono l’impronta ecologica, ovvero la quantità di superficie terrestre necessaria a ogni
individuo per ricavare le risorse di cui ha bisogno, consentendo al contempo la loro
rigenerazione, comportano una decrescita economica che contribuisce a migliorare la qualità
degli ambienti e la vita degli esseri umani. Una decrescita felice.
La crescita ha bisogno di esseri umani incapaci di tutto. Solo chi non sa fare nulla deve
comprare tutto ciò di cui ha bisogno per vivere. Chi non sa fare nulla è assolutamente
dipendente dalle merci. Il paradigma culturale della crescita implica l’impoverimento
culturale degli esseri umani. Il paradigma culturale della decrescita, riducendo l’incidenza
delle merci nella soddisfazione dei bisogni esistenziali e potenziando l’autoproduzione di
beni, richiede lo sviluppo e la diffusione di un sapere finalizzato al saper fare che rende più
autonomi e liberi. Il paradigma culturale della crescita comporta il disprezzo del lavoro
manuale e lo relega ad attività di rango inferiore. Il paradigma culturale della decrescita
comporta una rivalutazione del lavoro manuale e artigianale, il superamento del lavoro
parcellizzato, una ricomposizione unitaria del sapere contro la super-specializzazione che fa
perdere la visione d’insieme di ciò che si fa, la riunificazione del sapere come si fanno
le cose (cultura scientifica) con la ricerca del senso per cui si fanno (cultura umanistica).
Le città sono luoghi in cui l’autoproduzione di beni e la prestazione non mercificata di
servizi alla persona trovano difficoltà difficilmente sormontabili. In città si deve
comprare tutto ciò che serve per vivere, per cui tutte le attività lavorative sono
esclusivamente finalizzate a ricavare denaro. Chi vive in città non può fare altro che
produrre merci per poter comprare merci. Le città sono luoghi di mercificazione totale. La
copertura di superfici crescenti con materiali inorganici impedisce l’autoproduzione di
cibo. Interminabili file di autotreni carichi di derrate alimentari le raggiungono ogni
mattina. Flotte di aerei cargo le riforniscono di cibi provenienti dall’altra parte del
mondo. Miriadi di furgoni carichi di ogni tipo di merci, miriadi di automobili, per lo più
con una sola persona a bordo che va a produrre o acquistare merci, le attraversano a tutte le
ore del giorno e della notte. La predominanza assoluta di rapporti commerciali e competitivi
cancella ogni forma di solidarietà e collaborazione tra chi vi abita. I rapporti sociali si
fondano sull’interesse e sulla reciproca diffidenza che caratterizzano le relazioni tra chi
vende e chi compra. Confusi nella folla gli individui sono soli. Le famiglie che abitano nello
stesso palazzo si salutano appena e spesso non si conoscono. Negli appartamenti condominiali
sono limitate le possibilità di effettuare la conservazione dei prodotti agricoli e le
trasformazioni che molti di essi richiedono per diventare alimenti, eccettuata la preparazione
dei pasti. Le unità abitative a misura di famiglie mononucleari non consentono nemmeno di
fornire quei servizi alla persona che venivano svolti sotto forma di dono nelle famiglie
allargate, specialmente nei confronti delle fasce d’età più bisognose d’assistenza: i
bambini e gli anziani. Oltre al cibo, agli oggetti e ai servizi, nelle città occorre comprare
anche l’otium, che assume quasi esclusivamente le forme degli svaghi e dei divertimenti
massificati. I modi per compensare i disagi sempre più gravi causati dalla loro incessante
espansione sono sempre più cari. Gli spostamenti al loro interno tanto più costosi quanto più
diventano faticosi e lenti. I mezzi di trasporto che si incolonnano nelle loro strade le
avvolgono in una fitta cappa di gas di scarico e le opprimono con un ininterrotto rumore di
fondo. Eppure non c’è piano regolatore che non preveda per definizione ulteriori
espansioni. Nell’anno 2006 i residenti nelle aree urbane hanno superato la metà della
popolazione mondiale e continuano a crescere. Le più grandi di esse superano i 20 milioni di
abitanti e si avviano verso i 30. Ma se questa crescita si arrestasse, non crescerebbe più il
numero di coloro che devono comprare sotto forma di merci tutto ciò di cui hanno bisogno per
vivere e si ridurrebbe la crescita del prodotto interno lordo. Le città sono escrescenze
tumorali che devastano il corpo di Gaia, incrostandolo di materiali inorganici e di rifiuti.
Solo la decrescita può riportare alla fisiologia questa patologia. La rivalutazione dell’autoproduzione
e degli scambi non mercantili, della solidarietà e della dimensione comunitaria, implica un
ampio processo di de-urbanizzazione.
La crescita economica procede con una forza intrinseca, sfuggita al controllo degli
apprendisti stregoni che l’hanno messa in moto e la venerano come dispensatrice di benessere
e felicità. Se si costruiscono sempre maggiori quantità di sempre più potenti macchine
movimento terra, occorre venderle. Se si acquistano occorre metterle in funzione. Se si
mettono in funzione devastano porzioni di territorio sempre più vaste. Se si producono sempre
maggiori quantità di cemento occorre venderle. Se si acquistano si utilizzano per coprire di
materiale inorganico superfici sempre più vaste. Se si costruiscono macchinari industriali
sempre più potenti occorre venderli. Se si acquistano occorre metterli in funzione. Se si
mettono in funzione, consumano quantità sempre maggiori di energia e di materie prime per
produrre in tempi sempre più brevi quantità sempre maggiori di merci che in tempi sempre più
brevi diventano rifiuti. Ma se tutto ciò che si produce non si vendesse, occorrerebbe ridurre
la produzione. Di conseguenza diminuirebbero i profitti e occorrerebbe licenziare i lavoratori
salariati in esubero. Se diminuissero i profitti e i salari, diminuirebbe la capacità
complessiva di comprare, la domanda di merci si ridurrebbe, occorrerebbe produrre ancora meno,
si ridurrebbero ulteriormente i profitti e i salari. Si avviterebbe una spirale recessiva con
effetti devastanti. La società fondata sulla produzione di merci non può non crescere. Ma la
crescita economica si scontra ormai con i limiti fisici del pianeta, con la sua disponibilità
di risorse e la sua capacità di metabolizzare i rifiuti. La crescita sarà fermata da Gaia.
Se ne vedono già segnali inquietanti. Non restano che la rassegnazione o la rimozione del
problema? No. Ognuno può togliere il proprio consenso alla crescita adottando comportamenti
quotidiani improntati alla decrescita. Se non c’è nessuna forza in grado di fermare questo
treno lanciato a folle velocità verso il precipizio, un numero sufficientemente alto di
individui responsabili può smontare per tempo, bullone dopo bullone, il tratto dei binari che
ancora gli rimane davanti.
Per arrestare la crescita e trasformarla in decrescita basta ridurre la domanda di merci.
Poiché nessuno può obbligare qualcuno a comprare qualcosa, i consumatori hanno nelle loro
mani un’arma molto potente, soprattutto in considerazione del fatto che nei paesi
industrializzati la crescita dei consumi è ormai sostenuta dall’inutile. Per superare
questa difficoltà oggettiva, i costi sostenuti dai produttori per convincere i consumatori a
comprare le loro merci sono una quota sempre più rilevante dei costi di produzione totali. E
quando il canto delle sirene pubblicitarie non basta a far perdere la testa per cose di cui
non si ha bisogno, o non servono a niente, si inoculano nel tessuto sociale dosi massicce di
idiozia rivestendo di una presunta valenza etica l’atto dell’acquistare, indipendentemente
da ciò che si acquista. «Per far crescere l’economia e ridurre la disoccupazione bisogna
rilanciare i consumi», sentenziano gli economisti. Buy something, traducono i pubblicitari.
Comprate qualcosa. Non importa cosa. All’attuale livello di crescita non si lavora più per
produrre qualcosa che serva, ma si deve comprare qualcosa che non serve per poter continuare a
produrre.
Socrate andava di tanto in tanto al mercato per vedere quanto fosse grande il numero delle
cose di cui non aveva bisogno. Senza essere Socrate, chi ha un po’ di rispetto per la sua
intelligenza e vuole contribuire a fermare la crescita tumorale del prodotto interno lordo non
può che proporsi il buy nothing come stile di vita. Nel paradigma culturale della decrescita
la sobrietà è uno dei valori fondanti, che non a caso il paradigma culturale della crescita
ha ridicolizzato, derubricandola a taccagneria. Ma la sua valenza positiva rischia di rimanere
appannata se viene confusa con l’ascetismo o con un atteggiamento di rinuncia motivata da più
nobili e alti motivi: per non esaurire le risorse, per ridurre l’inquinamento, per non
sottrarre il necessario ai poveri, per valorizzare la dimensione spirituale dell’uomo, per
sostituire le merci ad uso individuale con merci ad uso collettivo. La sobrietà non è
rinuncia, ma una scelta di vita che fa stare meglio non solo chi la pratica, ma la specie
umana nel suo insieme. Chi confonde il benessere col tantoavere accumula soltanto frustrazioni
e insoddisfazioni. Non vive bene. Nella società che ha raggiunto i massimi livelli del
consumismo materialista, gli Stati Uniti, metà della popolazione fa uso sistematicamente di
psicofarmaci. A chi invece si limita a utilizzare con sobrietà quanto serve per vivere senza
restrizioni né sprechi, rimane il tempo per dedicarsi alle sue esigenze spirituali. Chi non
si limita ad essere un transito di cibo, per ripetere le parole di Leonardo da Vinci, può
raggiungere più elevati livelli di realizzazione umana, rispondere a bisogni esistenziali più
profondi, vivere più intensamente e ripetere con Baudelaire: Ho più ricordi che se avessi
vissuto mille anni.
La sobrietà non è solo uno stile di vita, ma anche una guida per orientare la ricerca
scientifica e le innovazioni tecnologiche a ottenere di più con meno. È la capacità di
saper distinguere il più dal meglio, la quantità dalla qualità. La costruzione di edifici
in grado di assicurare il benessere col minimo consumo di risorse, la progettazione di oggetti
fatti per durare nel tempo, la riparazione invece della sostituzione, il riciclaggio e la
riutilizzazione delle materie prime di cui sono fatti. Sebbene l’adozione di uno stile di
vita basato sulla sobrietà abbia una valenza politica intrinseca perché contribuisce a una
riduzione della domanda, tuttavia non esime da un impegno politico finalizzato a orientare le
scelte pubbliche in base allo stesso criterio. I cittadini consapevoli della necessità di
ridurre i rifiuti per ragioni etico-ambientali, non possono non impegnarsi politicamente
affinché le pubbliche amministrazioni prendano le decisioni necessarie a realizzare
un’efficace sistema di raccolta differenziata, riuso e riciclaggio. Ma le scelte delle
pubbliche amministrazioni ispirate a criteri di sobrietà non possono ottenere risultati
significativi senza la partecipazione consapevole dei cittadini. I cittadini che decidono di
usare i mezzi pubblici per ridurre l’inquinamento da traffico non possono non impegnarsi
politicamente per indurre le pubbliche amministrazioni a porre limitazioni alla circolazione
automobilistica e potenziare le reti di trasporto collettivo. La sobrietà può essere
perseguita come scelta di benessere individuale, ma se si traduce in proposte e scelte
politiche, i suoi benefici diventano incomparabilmente maggiori.
La sobrietà però non basta. È condizione necessaria, ma non sufficiente per la decrescita.
Consente di ridurre il consumo di merci, ma se non si affianca all’autoproduzione e allo
scambio non mercantile di beni non libera dalla necessità di acquistare sotto forma di merci
tutto ciò che serve per vivere. Se ci si limita a comprare meno merci, si contribuisce
soltanto a ridurre, o anche a invertire, la crescita del prodotto interno lordo, ma non a
modificare il suo ruolo di parametro del benessere. Si cambia solo il valore delle tacche
lungo lo stesso asse graduato, ma non si ridisegna l’asse. L’autoproduzione e gli scambi
non mercantili di beni non solo possono contribuire in maniera determinante alla decrescita,
ma liberano radicalmente dall’onnimercificazione l’immaginario collettivo, la conoscenza,
i rapporti sociali, i criteri di interpretazione della realtà. Non si limitano a rallentare
la velocità con cui la crescita sta portando la specie umana verso un precipizio senza
ritorno, ma guidano in un’altra direzione il suo cammino.
L’autoproduzione e gli scambi non mercantili di beni riscoprono e valorizzano elementi del
passato che, pur contenendo potenzialità di futuro non ancora utilizzate, sono stati
abbandonati in nome della modernità e del progresso. In questo senso si inscrivono nel
contesto di una cultura conservatrice. Ma non per questo costituiscono un’alternativa alle
innovazioni. Consentono invece di scegliere quali di esse abbiano una reale potenzialità di
futuro. Di distinguere, per usare le parole di Pasolini, il vero dal falso progresso. In
questo senso si inscrivono nel contesto di una cultura autenticamente progressista. Dal
versante del passato ripropongono, per esempio, il sapere e il saper fare elaborati
nell’unica attività umana davvero indispensabile: la produzione, la trasformazione e la
conservazione degli alimenti. Un patrimonio che è necessario riscoprire e valorizzare dopo
gli anni dell’oblio in cui è stato condannato dal paradigma della crescita. Ma consentono
anche di implementarlo orientando gli sviluppi scientifici e le innovazioni tecnologiche alla
sempre più piena realizzazione del concetto espresso con la parola agricoltura, che deriva
dalle parole latine ager «terreno coltivato», e cultura, derivante a sua volta dal verbo
colere «aver cura, onorare, rispettare, abbellire», la stessa radice della parola cultus, la
venerazione che si deve alla divinità. Nel versante del futuro, l’autoproduzione e lo
scambio non mercantile di beni caratterizzano le tecnologie che hanno le maggiori potenzialità
di ridurre l’impatto ambientale e il consumo di risorse dei processi di produzione:
l’informatica e l’energia. Gli sviluppi del software libero, che ha ormai superato
tecnologicamente i sistemi operativi mercantili, sono stati ottenuti mettendo in rete
gratuitamente sotto forma di doni reciproci le successive implementazioni elaborate da una
comunità virtuale liberamente costituitasi. Le energie rinnovabili, per raggiungere i massimi
livelli efficienza e ridurre al minimo i loro specifici impatti ambientali, dovranno
svilupparsi in impianti di piccola taglia finalizzati all’autoconsumo, collegati in una rete
di piccole reti locali dove si possa realizzare lo scambio reciproco delle eccedenze. La
stessa metodologia dell’agricoltura di sussistenza, dove in ogni podere si produce un po’
di tutto e si vende il surplus, ma anche la stessa struttura della rete informatica.
La decrescita è elogio dell’ozio, della lentezza e della durata; rispetto del passato;
consapevolezza che non c’è progresso senza conservazione; indifferenza alle mode e
all’effimero; attingere al sapere della tradizione; non identificare il nuovo col meglio, il
vecchio col sorpassato, il progresso con una sequenza di cesure, la conservazione con la
chiusura mentale; non chiamare consumatori gli acquirenti, perché lo scopo dell’acquistare
non è il consumo ma l’uso; distinguere la qualità dalla quantità; desiderare la gioia e
non il divertimento; valorizzare la dimensione spirituale e affettiva; collaborare invece di
competere; sostituire il fare finalizzato a fare sempre di più con un fare bene finalizzato
alla contemplazione. La decrescita è la possibilità di realizzare un nuovo Rinascimento, che
liberi gli uomini dal ruolo di strumenti della crescita economica e ri-collochi l’economia
nel suo ruolo di gestione della casa comune a tutte le specie viventi in modo che tutti i suoi
inquilini possano viverci al meglio.
Maurizio Pallante
tratto da http://www.carta.org
Consumatori o niente
Tratto
dal libro di Maurizio Pallante, La decrescita felice [Editori Riuniti, Roma 2005], l'articolo
è in parte anche un'interessante e motivata risposta alle osservazioni di Francesco Terreri:
http://www.carta.org/campagne/globalizzazione/decrescita/051108conseguenze.htm
Al
termine di un dibattito contro la costruzione di un inceneritore, un giovane impegnato
politicamente a sinistra, che aveva fatto un intervento lucido e documentato, mi ha consegnato
due fogli dove aveva scritto alcune riflessioni critiche sul Manifesto del Movimento per la
decrescita felice, dicendomi che gli sarebbe piaciuto conoscere la mia opinione. Poiché le
perplessità espresse in quel testo scaturiscono dalla corretta applicazione di alcuni
elementi della teoria economica e si fondano sull'analisi di modelli di comportamento così
generalizzati da sembrare inerenti alla natura umana, mentre sono storicamente determinati, la
risposta che mi è stata sollecitata mi offre l'opportunità di approfondire alcune
riflessioni sul consumismo. La critica di fondo rivolta da quel documento al Manifesto è che
la sostituzione dello yogurt comprato con yogurt autoprodotto, ovvero delle merci con beni,
non comporta necessariamente una riduzione del prodotto interno lordo. Può comportare, si
dice, un decremento, un incremento o nessuna variazione. Dipende da cosa si fa dei soldi che
si risparmiano autoproducendo un bene invece di comprare una merce equivalente. A questo
proposito vengono indicate tre possibilità: o si compra un'altra merce che prima non si
riusciva a comprare, o si mettono sotto una mattonella, o si portano in banca. Nel primo caso
il prodotto interno lordo non ha nessuna variazione, nel secondo diminuisce, nel terzo aumenta
perché le banche utilizzano i depositi per finanziare investimenti produttivi.
Una
precisazione iniziale. Se si sostituisce una merce con un bene, il prodotto interno lordo
diminuisce, e non solo perché diminuisce la domanda di quella merce, ma anche perché
diminuisce la domanda di imballaggi, diminuisce la domanda di carburanti e mezzi di trasporto,
non si producono rifiuti. Se poi questa scelta comporta un risparmio di denaro e con questo
denaro si fa un'altra scelta, per esempio si compra un'altra merce che prima non si riusciva
ad acquistare, o si comprano azioni in Borsa, questa seconda scelta farà crescere il prodotto
interno lordo, ma ciò non toglie che la prima, l'autoproduzione di un bene in sostituzione di
una merce, lo abbia fatto diminuire e che quella diminuzione abbia portato miglioramento
qualitativo. Anche se resta difficile da capire, perché siamo abituati a pensare il
contrario, il prodotto interno lordo può decrescere, possiamo farlo decrescere con le nostre
scelte, e la decrescita può non causarci dei guai. Anzi, può migliorare la vita e l'ambiente
in cui si vive. Siamo talmente abituati a pensare che la crescita della produzione di merci
sia un bene perché consente di far crescere i consumi e se si consuma di più si sta meglio,
da non riuscire nemmeno a immaginare che se ci si ritrova con qualche soldo di più in tasca
si possa far altro che spenderlo subito per consumare di più, o investirlo per avere in
futuro la possibilità di consumare ancora più di oggi. Non si possa cioè far altro che
contribuire con le nostre scelte alla crescita del prodotto interno lordo. La terza possibilità,
l'unica che può farlo decrescere, è mettere i soldi risparmiati sotto la mattonella, ma è
talmente stupida…
In
realtà, se l'autoproduzione di un bene fa risparmiare dei soldi, apre un'altra possibilità
oltre le tre prese in considerazione, una possibilità che il sistema fondato sulla crescita
della produzione di merci ha cancellato dall'orizzonte culturale degli uomini: non aumentare i
propri consumi, ma lavorare di meno per dedicare più tempo alle esigenze spirituali, alle
relazioni umane, familiari, sociali, erotiche, culturali, religiose. A guardare le nuvole
"Eh!, Ma allora che cosa ami, straordinario straniero? Amo le nuvole… le nuvole che
passano… laggiù… laggiù… le nuvole meravigliose!". . A dedicarsi allo studio
disinteressato, per il solo gusto di sapere. A dipingere, ascoltare musica e suonare,
contemplare, leggere e scrivere poesie, pregare. A fare esperienze di vita insieme ai propri
figli invece di compensare con l'acquisto di cose i sensi di colpa che si provano quando si
affidano tutto il giorno a estranei perché si passa tutto il giorno a lavorare per guadagnare
i soldi necessari a comprare le cose che acquietano i sensi di colpa. Con l'esito di farne dei
consumisti nella profondità dell'essere, instillando in loro sin dall'infanzia l'idea che
l'affetto si manifesta attraverso il dono di oggetti acquistati. Invece di donarti il mio
tempo e la mia attenzione, ti dimostro che ti voglio bene spendendo i miei soldi per te.
"Papà ti vuole proprio bene - diceva una nonna al nipotino sulla corriera che ci portava
da Cupra Marittima a Roma qualche anno fa - ti dà sempre soldi". Un sistema economico
fondato sulla crescita ha bisogno di esseri umani appiattiti sul consumismo, che nell'atto di
acquistare acquietano le proprie esigenze affettive e trovano la propria realizzazione
esistenziale, altrimenti non susciterebbe la domanda crescente necessaria ad assorbire
l'offerta crescente di merci e il meccanismo della crescita si incepperebbe. Se hai qualche
soldo in più l'unica cosa che puoi pensare è che il tuo potere d'acquisto si è accresciuto.
Che puoi consumare di più. Invece, chi decide di autoprodurre qualche bene, con la sua scelta
sfugge a questa logica. Non la fa per risparmiare e avere più soldi da spendere in altre
merci, ma per ritagliarsi uno spazio autonomo dalla mercificazione assoluta, per sostituire in
misura sempre più ampia le merci con beni. Per sottrarsi al meccanismo della crescita che
obbliga a consumare sempre di più per produrre sempre di più e a produrre sempre di più per
consumare sempre di più. Chi desidera comprare più merci di quelle che riesce a comprare col
suo reddito non sceglie questa strada, ma vende in misura maggiore il suo tempo, fa gli
straordinari o il doppio lavoro per acquisire il diritto di inserirsi con automobili sempre più
grandi in code sempre più lunghe.
"Buy
something". Con questo messaggio pubblicitario natalizio una casa automobilistica
inglese, nel mese di dicembre del 1991, invitava i consumatori americani a comprare qualcosa.
"Naturalmente -precisava - saremmo più contenti se la vostra scelta cadesse su una delle
nostre automobili. Ma se non avete nessuna intenzione di comprare una Range Rover, pazienza.
Comprate un forno a microonde. O un cane bassotto. O biglietti per il teatro. Basta che
compriate qualcosa. Perché, se per tornare a spendere aspettiamo tutti che la recessione sia
dichiarata ufficialmente sconfitta, allora non finirà mai". In Italia, dove le cose che
succedono negli Stati Uniti si ripetono qualche anno dopo, nel mese di dicembre del 1993 i
giovani imprenditori dell'Unione industriale di Torino rivolgevano questo appello natalizio ai
consumatori: "Per Natale un gesto di solidarietà. Regalatevi qualcosa. Magari italiano.
Può sembrare strano" - premettevano - "abbinare la solidarietà all'invito di
ricominciare a consumare in occasione degli acquisti per i regali di Natale. Eppure... -
aggiungevano - chiediamo di farsi, o di fare un regalo in più, meglio se Made in Italy; di
compiere un investimento nei consumi a favore di se stessi o dei propri cari, con la
consapevolezza di contribuire così anche agli altri. Gli altri che non conosciamo, ma che
lavorano per produrre e per vendere ciò che abbiamo deciso di acquistare".
Quando indosso le camicie con cui lavoro nell'orto o spacco la legna, quando
indosso i maglioni di lana con cui d'inverno mi metto davanti al computer, penso che la parola
consumatore mi calzi a pennello. Mi dà soddisfazione constatare che questi indumenti mi sono
serviti per anni nelle relazioni sociali prima di essere lisi, che dopo essere stati consunti
dall'uso mi servono in casa per anni prima di diventare stracci, che mi serviranno a pulire la
casa e gli attrezzi di lavoro prima che in qualche industria tessile di Prato siano suddivisi
per rifarne tessuti. Più lungo è il tempo in cui li uso, minore è il peso della mia
impronta ecologica, più leggero sarà stato il passo con cui ho attraversato il mondo negli
anni della mia vita. Ma quando penso all'uso della stessa parola per indicare i soggetti che
esprimono la domanda in un sistema economico che, per continuare a crescere, deve sostituire
le merci quando ancora possono essere usate per anni e le trasforma in rifiuti in tempi sempre
più brevi, allora penso che indichi una mutazione antropologica degradante sia dal punto di
vista dell'intelligenza, sia dal punto di vista della morale. Lavorare per produrre sempre più
cose e per avere i soldi necessari a comprarle, buttarle via sempre più in fretta per poterne
produrre e comprare altre da buttare via ancora più in fretta. Uscire di casa al mattino
tutti alla stessa ora e incolonnarsi per andare a produrle. Impacchettare i bambini ancora
assonnati e scaricarli tutto il giorno all'asilo per poter andare a lavorare. Riversarsi il
sabato pomeriggio tutti alle stesse ore negli stessi centri commerciali a comprare le cose
prodotte lavorando. Formare tutti insieme la domenica alle stesse ore code di decine di
chilometri sulle autostrade. Il prodotto interno lordo è aumentato dello 0,2 per cento sul
trimestre precedente. Stiamo uscendo dal tunnel. No, su base annua è ancora sotto dello 0,5
per cento. Siamo nel baratro della recessione. Per uscirne dobbiamo produrre e consumare
ancora di più.
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www.decrescitafelice.it
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www.decrescita.it
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www.carta.org
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