|
ROMA — Fausto Bertinotti non concederà l'Aula di Montecitorio per la visita del Dalai
Lama a Roma. «Nell'emiciclo si svolgono solo lavori parlamentari, non celebrazioni»,
spiegano i suoi collaboratori e infatti l'unica eccezione che ha fatto il presidente della
Camera è stata quella di ospitare i presidenti dei Parlamenti stranieri: «Si potrà
organizzare un incontro nella Sala Gialla, con tutti gli onori». Ma non sarebbe la stessa
cosa. Romano Prodi è orientato a non ricevere la guida spirituale tibetana. E così Massimo
D'Alema: anche se questo non esclude, spiegano alla Farnesina, che ci siano incontri con
ministri, come avvenne durante la sua visita l'anno scorso. L'arrivo del premio Nobel per la
pace Tenzin Gyatzo, in Italia ai primi di dicembre, ha già creato un mezzo incidente
diplomatico con
la Cina
(con proteste preventive dell'ambasciatore di Pechino), ma rischia ora di creare un vero e
proprio caso politico.
Perché questa volta il partito pro-Tibet non demorde: guidato da Benedetto Della Vedova, ex radicale ora in Forza Italia, è riuscito a
raccogliere 165 firme, e punta alle 315, cioè alla metà del Parlamento, per chiedere che il
Dalai Lama possa avere accesso «al cuore della democrazia italiana». Si sono iscritti al «partito
dei diritti umani» oltre alla vicepresidente della Camera Giorgia Meloni (An), un lungo
elenco di deputati di Forza Italia, il casiniano Luca Volontè. Ma anche un buon numero di
parlamentari che sostengono il governo Prodi: da Roberto Giachetti e Pietro Marcenaro del Pd a
Pietro Folena di Rifondazione e a Grazia Francescato dei Verdi, e praticamente l'intero gruppo
della Rosa nel Pugno. Non è contrario alla causa anche il vicepresidente della Camera Carlo
Leoni. A loro si aggiungono gli amministratori locali piemontesi, tutti Pd di osservanza
veltroniana, e lo stesso sindaco di Roma: ad invitare il Dalai Lama è stato infatti il
sindaco di Torino Sergio Chiamparino per conferirgli la cittadinanza onoraria; Mercedes Bresso,
presidente della Regione, lo riceverà (senza tutti i dubbi che ha invece Roberto Formigoni) e
anche Veltroni potrà stringergli la mano all'incontro annuale a Roma con i premi Nobel.
«Gli amministratori locali hanno una
loro autonomia», liquidano l'affare alla Farnesina.
Perché se sotto tiro c'è Bertinotti, ma sotto accusa è il governo Prodi: «Non si può
abdicare ai diritti umani in nome degli affari — insiste Della Vedova —. Perché ci sono
tre Paesi del G8, Stati Uniti, Canada e Germania, che hanno avuto il coraggio di ricevere il
Dalai Lama e invece noi non vogliamo fare dispiacere a Pechino». Il perché è nelle notizie
che arrivano dalla Cina sui ricatti e gli affari perduti dalle aziende tedesche e americane.
Il caso diplomatico è dunque chiuso, a meno che i due partiti, quello più realista che non
vuole sfidare
la Cina
e quello che vuol fare della visita del Dalai Lama una vetrina per la battaglia per i diritti
umani, non costringeranno a riaprire i giochi.
|
|