"Che scandalo il finto cotone!"
proponendo una linea di capi prodotti con cotone biologico certificato che in realtà è
transgenico.
tratto da http://it.greenplanet.net
del
4 febbraio 2010
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In questi giorni sta rimbalzando anche in Italia la notizia che una nota casa di
abbigliamento (svedese) sta proponendo una linea di capi prodotti con cotone biologico
certificato che in realtà è transgenico. Vediamo di capire meglio cosa è accaduto. Un
articolo del Financial Times Deutschland, pubblicato in concomitanza con Nell'articolo
in questione finiscono nel mirino certificatori come Ecocert e l'olandese Control Union, e si
insinua il sospetto che potrebbero aver certificato come "biologico", cotone in
realtà transgenico. La "frode" sarebbe venuta alla luce lo scorso aprile 2009 dalla
società di export indiana a partecipazione statale Apeda. Il direttore generale Sanjay Dave,
citato nell'articolo, parla di una truffa "gigantesca". Sarebbero inoltre dozzine i
villaggi rurali indiani coinvolti, con l'appoggio delle aziende di certificazione occidentali. "L'articolo
ha discreditato molto bene l'industria eco tessile," è il commento di Heike Scheuer,
portavoce dell' Internationaler Verband Naturtextil IVN (Associazione internazionale del
tessuto naturale), rilasciato a Organic-Market.Info che ha ricostruito l'intera vicenda. Scheuer sottolinea
come non vi siano prove al riguardo e come nessuno sia in grado di circostanziare le accuse o
provare che il 30% del cotone sia ogm come ha invece dichiarato il FT; inoltre, continua, il
direttore di Apeda ha smentito le dichiarazioni. "Ritengo che sia inverosimile ritenere
che gli agricoltori indiani siano coinvolti in una frode - è l'analisi di Scheuer - perché
il cotone biologico è la loro vita". Anche
gli organismi di certificazione hanno rigettato in modo deciso le accuse. Non ci risulta
chiaro come siano arrivati alla conclusione che il 30% del cotone sarebbe contaminato e quale
collegamento vi sia con l'India, hanno spiegato in un comunicato quelli della Control Union.
Anche perchè il cotone della partita "incriminata", in realtà, si è scoperto
nelle scorse due settimane sarebbe giunto dalla Turchia. Lothar
Kruse del Bremerhaven Laboratory Impetus-Bioscience, le cui dichiarazioni avrebbero offerto la
copertura scientifica alle tesi del quotidiano economico, come spiega Organic-Market.Info,
ritiene di esser stato travisato e punta il dito contro Ft che avrebbe sintetizzato le sue
dichiarazioni in modo fuoriviante. Il dato del 30% in questione, ha spiegato, è così alto
perché relativo a campioni sospetti. Di questi, comunque, il 70-80% della contaminazione
riguarda percentuali inferiori al 2% di materiali transgenici. Valori, ha spiegato, che
indicherebbero contaminazione avvenute durante il trasporto o il processo di trasformazione,
non certo una frode. Percentuali
di questa grandezza di contaminazioni ogm, quindi, difficilmente possono essere evitate
soprattutto quando l'intera catena di produzione ( dalle sementi al vestito) non è un sistema
chiuso. Questo significa che la causa della contaminazione è imputabile a particelle come
polveri o fibre rilasciate nell'attrezzatura e nei contenitori, nei processi di stoccaggio,
trasporto e lavorazione. L'affidamento
della gestione dell'intera filiera produttiva ad organizzazioni o aziende certificate
biologiche che garantiscono la rintracciabilità di ogni passaggio può rappresentare l'unica
garanzia per le aziende del tessile. Ma le grandi catene che si trovano spesso a dover fare i
conti con tempi di approvvigionamento stretti e ingenti quantità di materiali, gestiscono
direttamente gli acquisti affidandosi alle semplici documentazioni senza magari conoscere
direttamente gli attori lungo la catena di fornitura. L'intera
vicenda rappresenta nel modo più plastico il rischio che le imprese corrono di fronte alla
diffusione degli ogm. L'impatto mediatico provocato da notizie di questo genere sono
impressionanti perché fissano la percezione dei consumatori in modo indelebile, con ricadute
che possono rivelarsi ancor più pesanti per quei piccoli coltivatori e braccianti indiani che
affidano il proprio sostentamento agli esiti delle proprie - spesso scarse -raccolte agricole.
Anche nel tessile, quindi, è sufficiente una percentuale minima come polveri di materiale
transgenico, magari scivolato all'interno dei cassoni di qualche vecchio carro, per condannare
in modo definitivo il futuro dell'agricoltura biologica. |
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