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Un
flop, una conclusione se non completamente fallimentare, molto molto al di sotto delle attese.
Anche "Obama green" ha deluso, ha tradito le premesse della sua presidenza, le
promesse ambientaliste della campagna elettorale.
Il vertice sul clima di Copenhagen ha avuto anche, sabato 19 dicembre pomeriggio, una
conclusione tragicomica quando il delegato sudafricano - ultimo a prendere la parola prima del
rompete le righe - ha lanciato un appello a vegliare perché le date della prossima riunione
sul clima, prevista a Bonn, non coincidano con i mondiali di calcio del
2010 in
Sudafrica.Il vertice, cominciato il 7 dicembre, ha coinvolto 193 Paesi, oltre 100 capi di
Stato e premier. Sono state 45 mila le richieste di accredito. Questa montagna ha partorito un
topolino. L'accordo, un documento di appena tre pagine, fissa come obiettivo il limite di
riscaldamento del pianeta a 2 gradi rispetto ai livelli preindustriali. Prevede anche degli
aiuti di 30 miliardi di dollari su tre anni (2010, 2011 e 2012) per aiutare i Paesi in via di
sviluppo ad affrontare le conseguenze dei cambiamenti climatici, e una successiva crescita
degli aiuti fino a 100 miliardi di dollari entro il 2020. Obiettivi, appunto, da firmare nel
2010; nessun impegno operativo "da subito"; niente di vincolante. Un ristretto club,
formato da Barack Obama, dal premier cinese Wen Jiabao, dal primo ministro indiano Manmohan
Singh, dal presidente del Sudafrica Jacob Zuma e dal presidente del Brasile Lula da Silva, ha
stabilito così. Punto e basta. Tutti gli altri, Unione Europea compresa, hanno fatto da
comparse. I Paesi poveri hanno lasciato Copenhagen a testa bassa. Un commentatore autorevole
come Bill Emmott, ha scritto: "In sostanza l'accordo rappresenta la promessa di
stipularne uno successivo l'anno prossimo".
Ci sono molte letture che si possono fare. Quella internazionale dice: America ed Europa non
sono più in grado di dettare le regole, mentre
la Cina
- grazie a una delegazione attiva e compatta - ha detto e fatto quello che ha voluto
(nessuna interferenza internazionale sul tema, in cambio della promessa di una prima
regolamentazione interna) grazie anche all'appoggio di una parte importante dei Paesi
emergenti. Quella ambientalista dice: prevalgono altri interessi, economici, strategici, sulle
emergenze di oggi e di domani dell'ambiente naturale del pianeta. Se vogliamo essere
indulgenti possiamo dire: è stato l'inizio di una strada lunga e difficile.
Se non vogliamo esserlo, dobbiamo essere chiari: è stato un vertice scandaloso, soldi
buttati.
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