"Privacy sottocutanea"
L'introduzione di
chip identificativi sottocutanei apre la porta a scenari dal film dell'orrore
tratto da www.apogeonline.com a firma di
Roberto Venturini
|
Avvertenza:
se siete di quelli che si mettono pazientemente in coda al casello, evitando Viacard e
Telepass in modo da conservare l'anonimato, è meglio che non proseguiate la lettura. Se
andate in giro indossando guanti per non lasciare impronte digitali, occhiali da saldatore per
mantenere privata la vostra retina, tute da palombaro per evitare di lasciare in giro campioni
di DNA, se vi state facendo crescere la barba perché temete che Gillette possa inserire chip
RFID nei
propri rasoi, attenti: la lettura di questo pezzo potrebbe provocarvi uno shock
anafilattico. Visto
che siete testardi e continuate a leggere, vi sparo la notizia senza ulteriori preamboli. Chip
che non sarà però contenuto in device più o meno elettronici, bensì impiantato sottopelle
nel corpo del paziente per poter essere interrogato da appositi lettori a distanza, grazie ad
un sistema a radiofrequenza. Il
chip (disponibile peraltro già da qualche anno) misura Il
potenziale positivo del chip è assolutamente evidente: qualsiasi coccolone vi capiti, anche
in condizioni di incoscienza, il personale medico potrà sempre accedere alla vostra cartella
e scoprire precedenti, allergie, patologie, dietrologie. Evitando
così pericolosi errori nella terapia, perdite di tempo per testare gruppi sanguigni ed
incompatibilità farmacologiche, identificarvi univocamente, tracciarvi e riacciuffarvi se
state cercando di fuggire dall'ospedale o dalla clinica psichiatrica. O più seriamente
rintracciarvi se soffrite di Alzheimer e vi smarrite. Il
potenziale negativo è, d'altra parte, di quelli che possono far venire i capelli bianchi:
teoricamente, qualsiasi malintenzionato (in primis il vostro responsabile del personale, o la
vostra futura moglie) potrebbe dotarsi di un apparatino e interrogare a distanza la vostra
cartella clinica. Hacker
di dati sanitari potrebbero aggirarsi per le metropoli, armati di scanner sintonizzati sulla
frequenza del chip ( 125 KHz); come oggi si infilano di soppiatto in reti wifi non protette,
domani potrebbero infilarsi dentro il vostro chip e sapere che cosa vi siete beccati e magari
anche quanto vi resta da vivere. Dovrebbero frequentarvi da vicino, però: la portata di
trasmissione del chip, quando va bene, è di Va
bene, adesso che ho sbattuto il mostro in prima pagina ed ho piegato un po' i fatti
all'effetto, guardiamo alla cosa un più in prospettiva. L'idea
del chip non è nuova. Chi batte i marciapiedi delle Nuove Tecnologie da qualche anno,
ricorderà sicuramente il battage che fece Wired su quello che fu definito come il primo vero
cyborg, il professor Kevin Warwick - all'epoca capo del dipartimento di cibernetica
dell'università di Reading: prima persona al mondo a impiantarsi un chip. Ma
anche il VeriChip in questione non è una novità. Sono parecchi anni che Le
prime applicazioni del chip, in assenza dell'approvazione della FDA, sono state legate
all'identificazione "sicura" del portatore o a temi di sicurezza. In
Messico sono stati impiantati, come in un dozzinale film poliziesco, più di 150 dipendenti
dell'avvocatoria generale - in modo da consentire solo a loro l'accesso al sancta sanctorum
dove sono fisicamente conservati dati e informazioni cruciali per la lotta al crimine
organizzato. Sempre
in Messico (paese piuttosto problematico) l'azienda Solusat propone di impiantare il chip ai
bambini per proteggerli da rapimenti, fenomeno molto frequente in quella nazione. La
soluzione appare però poco funzionale: essendo il chip passivo si tratterebbe di piazzare dei
lettori fissi e nascosti all'interno di luoghi dove i pargoli potrebbero trovarsi a passare -
come centri commerciali e stazioni: utile per beccare i pargoli che bigiano la scuola, ma
inutile per individuare la posizione di bambini rapiti, a meno di assumere che i rapitori
siano dei perfetti imbecilli. Quel
che è peggio, gira già la notizia che bande di criminali relativamente furbi abbiano
iniziato ad esaminare i propri rapiti per individuare possibili chip nascosti e rimuoverli (brrr...). Un
altra applicazione in avanzata fase di realizzazione è quella legata al tema delle armi da
fuoco fedeli al proprietario. Visto
l'enorme problema legato all'uso criminale delle armi negli USA, paese in cui ci sono più
armi che abitanti, da tempo si sta lavorando per rendere "intelligenti" questi
oggetti, in modo che quantomeno non siano utilizzabili se non dal legittimo possessore. Anche
qui corpose polemiche, specialmente da parte delle forze dell'ordine, che dovrebbero essere i
primi destinatari di questa nuova generazione di rivoltelle; il progetto comunque continua, i
prototipi esistono e l'interesse politico pare essere in crescita. Tanto che il New Jersey ha
passato una legislazione che renderà automaticamente obbligatorio l'uso di questa tecnologia
su tutte le armi da fuoco vendute... a partire da tre anni dopo che la tecnologia sia
"disponibile sul mercato". Con l'ovvio risultato che le pistole "pre chip"
vedranno rapidamente salire il loro valore di mercato. Dopo
le guardie pensiamo ai ladri. Nella
sua versione iniziale il chip non contiene in realtà la vostra cartella clinica ma si limita
a comunicare il vostro numero di serie. Ad
essere cattivi si potrebbe pensare che in fondo si tratterebbe solo dell'evoluzione della
pratica di tatuare sul braccio sinistro dei membri delle Waffen-SS l'indicazione del gruppo
sanguigno, in modo che gli appartenenti di questo corpo d'elite potessero ricevere
un'attenzione sanitaria "prioritaria". Potremmo pure ricordare come molte ex SS si
diedero un gran da fare, dopo la fine della guerra, per far sparire quell'imbarazzante
contrassegno sanitario. Ma lasciamo stare. Pensiamo positivo. Da
un lato la cosa sarebbe interessante ed utile per persone che conducono attività rischiose,
come poliziotti, addetti a servizi d'emergenza, militari; o per pazienti ad alto rischio, con
patologie particolari oppure intolleranze a farmaci. In
ambito ospedaliero, poi, il chip potrebbe semplificare un sacco di processi - ed anche in
Italia si sta riflettendo sul il potenziale beneficio di questa tecnologia, con una valutazione
sull'opportunità del suo uso in corso all'Istituto Lazzaro Spallanzani di Roma. Tutto
dipende da cosa c'è dentro al chip e da quanto i nostri dati possano diventare di dominio
pubblico - direttamente o indirettamente. Chiaro
che, come è capitato per qualsiasi device, si fa in fretta ad aumentare E
se oggi il chip è solo passivo, cioè risponde solo se interrogato da un lettore esterno, un
domani potrebbe essere sviluppata una versione attiva, che urla al mondo i fatti nostri. Tra
le molte applicazioni che si stanno immaginando per questa tecnologia letteralmente "embedded",
si sta lavorando sull'uso per garantire l'accesso a luoghi sicuri come centrali nucleari,
installazioni segrete, sale dei server. Il
concetto di sicurezza e quello di controllo vanno a braccetto, di qui la possibilità di
vedere il chip sottocutaneo sostituire il cartellino da timbrare, permettendo di monitorare
quando entriamo e usciamo dal lavoro, misurare la lunghezza dei cappuccini ministeriali,
verificare se accedete ad uffici in cui non avete nulla da fare, individuare con chi andate a
pranzo in mensa, scoprire tresche extraconiugali-aziendali. Potrebbe
sostituire bancomat e carta di credito, riducendo (teoricamente) il rischio di furto delle
carte o di furto della nostra identità. Potrebbe essere la chiave di accesso che ci permette
di accedere ai file sul computer, di aprire le portiere della macchina, di sbloccare il
portone di casa. O,
in maniera più estesa, potrebbe diventare la vostra vera e propria identità, sostituendo i
documenti cartacei. Comodissimo, da un lato: finito il problema della carta d'identità che si
sgualcisce nel portafoglio o del giovane erede che trasforma la nostra patente in un opera
d'arte moderna. Più
banalmente potrebbe sostituire tutta una serie di dispositivi cartacei d'accesso, comunemente
detti "tessere" Dall'abbonamento dei mezzi a quello della palestra, dalla fidelity
card del supermercato a quella frequent flyer negli aeroporti. Fantascienza?
Realissima realtà, invece. E' già dal mese di Marzo che al Baja
Beach Club, uno dei locali più smart di Barcellona, il chip viene offerto ai
clienti eccellenti, che si risparmiano così di umiliarsi esibendo documenti di identità,
tessere o usando le banali carte di credito per saldare il conto. Gli impiantati sarebbero già
una cinquantina: i VIP intervenuti alla serata di inaugurazione l'hanno avuto gratis, tutti
gli altri devono sborsare la modica cifra di 125 euro per ottenere il chip, inserimento
incluso (bontà loro, effettuato da parte di un medico e non di un buttafuori). Così
come si profila allo stato attuale, direi proprio di no. Malfattori
tecnologici potrebbero sniffare il codice, interrogando il chip senza che nemmeno ce ne
accorgiamo. Di qui a duplicare il chip, impiantarselo e rubare la nostra identità, il passo
sarebbe da nani. Malfattori
meno tecnologici potrebbero semplicemente sottrarci fisicamente il chip. Già in troppi film
si sono viste scene trash, in cui polpastrelli o globi oculari sottratti al portatore senza il
suo consenso vengono usati per superare dispositivi di controllo biometrico. Chiaro
che si sta già assistendo ad una levata di scudi. Dato
che non mi piace passare per quello che (troppo facile) spara sulle idee degli altri senza
proporre alternative, mi permetto di sottoporre tre possibili soluzioni al problema. Il
chip potrebbe non essere impiantato sottopelle ma contenuto in un piercing. Avrebbe il
vantaggio di poter essere rimuovibile, quindi saremmo in grado di decidere quando indossarlo e
quando no. Quando rischiare la nostra privacy e quando no (d'accordo, mi rendo conto che il
parametro della facile rimovibilità limita un po' il range di collocazioni possibili ...
diciamo un orecchino?) Seconda
soluzione: sviluppare una linea di gioielleria basata su leghe fortemente schermanti - in modo
che indossando ad esempio un comodo bracciale da schiava (non meno di Terza
soluzione: ritornare alla vecchia moda di farci tatuare un codice a barre, contenente il
nostro numero di identificazione. I paramedici non dovrebbero far altro che usare una bella
pistola laser come quella dei supermercati, leggere il nostro codice EAN e tutto funzionerebbe
esattamente come col chip (l'unico problema è che l'idea l'hanno già brevettata...). Ma
forse c'è una quarta soluzione possibile: lasciare stare. Ed iniziare a pensare seriamente
che ci sono troppe soluzioni in cerca di problemi. Accettare che non devono essere le persone
a fare le spese di una tecnologia affascinante per il potenziale ma totalmente irriguardosa
dell'aspetto umano dei fruitori. Il sistema Rfid diventa
popolare tra i giovani americani MILANO
- Password e chiavi di metallo sono reperti quasi da museo per Amal Graafstra, imprenditore
ventinovenne di Vancouver. Per accedere al suo pc o aprire la porta di casa, gli basta infatti
soltanto un cenno della mano. Tutto merito del chip che si è fatto impiantare sottopelle: più
piccolo di un chicco di riso, dura una vita. Nel suo blog,
il giovane canadese racconta per filo e per segno la sua esperienza con tanto di foto e video
dell'«operazione». E si dice soddisfatto per aver convinto la sua ragazza, pure lei ora in
grado di aprire la porta di casa con la sola imposizione della mano. Un intervento che non ha
nulla di pionieristico, anzi. Sembra piuttosto destinato a diventare una nuova moda, la nuova
frontiera dopo il piercing. IL POPOLO DEI CHIP SOTTOPELLE -
Basta dare un'occhiata al forum http://tagged.kaos.gen.nz per rendersene conto. Sono decine gli entusiasti
del nuovo sistema di identificazione a radiofrequenza Rfid. «Sembra di avere una sorta di
potere magico» commenta Mikey Sklar, un ventottenne di Brooklyn. «Abracadabra e la porta si
apre, il computer si accende». E' stato un chirurgo di Los Angels a impiantargli il chip.
Lukas invece rivela che ha fatto tutto da solo nel giugno scorso. C'è chi esibisce link a video
(clicca per guardare) e foto
(clicca per vedere). E chi lancia un annuncio: «Cerco persone in Florida con chip
sottopelle. Mi piacerebbe sentire le loro storie, voglio scrivere un racconto sulle
potenzialità di questa tecnologia». Firmato Steveg. Un altro incita i partecipanti a fargli
gli auguri: «Ho trovato un chirurgo disponibile. Giovedì mi faccio fare l'impianto,
auguratemi in bocca al lupo». Alessandra Muglia 11 gennaio 2006 11
Settembre 2007 - Un legame tra i chip RFID sottopelle e l'insorgere di tumori? Oncologi e specialisti nel campo si pronunciano circa la
possibile pericolosità dei tag RFID impiantati sottopelle, sulla base di
una ricerca risalente ai primi anni '90. Sono
gli interrogativi che sorgono spontanei dopo aver letto la lunga inchiesta pubblicata in
questi giorni dall'agenzia giornalistica USA Associated
Press (AP) e ripresa in brevissimo tempo dai principali organi di informazione
online (tra le tante, abbiamo scelto di indicare la versione integrale pubblicata sulla
versione online del prestigioso Washington
Post). Interrogativi che non mancheranno certamente di sollevare questioni importanti,
alla luce soprattutto dei recenti via libera della FDA (Food and Drug Administration)
americana e dell'Unione Europea all'impianto dei tag sugli esseri umani.
Nel suo articolo, infatti, il giornalista di AP Todd Levan mette in evidenza come
esista un notevole volume di studi medici, iniziati all'inizio dei primi anni '90, che
ipotizzano l'esistenza di una correlazione tra l'impianto di chip sottopelle e
l'anomala insorgenza di tumori maligni (di tipo sarcoma) nelle cavie da
laboratorio coinvolte. L'inchiesta
si concentra sul processo che ha condotto all'approvazione del possibile
utilizzo dei chip sottopelle da parte della Health and Human Services (HHS - la
commissione incaricata di valutarne i possibili rischi), al tempo presieduta
dall'ex-governatore del Wisconsin Tommy Thompson. Lo stesso Tommy Thompson che, come viene
evidenziato con una punta di malizia, a soli 5 mesi dalla chiusura della HSS trovò un
impiego di primo piano all'interno di VeriChip, il principale produttore mondiale di
tag destinati all'utilizzo sugli esseri umani. Per
ottenere conferme circa la propria tesi, Levan ha sottoposto gli studi che ha scovato
all'attenzione di un gran numero di oncologi di primo piano all'interno del sistema
sanitario USA, diversi dei quali hanno sollevato preoccupazioni e dubbi riguardo i nuovi
dati portati alla luce. Come era prevedibile, non si è certamente arrivati ad affermare una
diretta correlazione tra l'impianto dei chip RFID e il crescere dell'incidenza dei
tumori, ma la maggior parte degli interrogati hanno mostrato la netta esigenza di
nuovi test e analisi più approfondite. Senza
voler creare alcun tipo di allarmismo ingiustificato, quello che colpisce in negativo è come
una commisione d'inchiesta deputata a valutare un argomento così delicato possa dichiararsi
all'oscuro di una mole così ampia di studi clinici, che emergono in un momento in cui oltre
2.000 cittadini americani hanno già acconsentito a farsi impiantare sottopelle dei tag
RFID, per ragioni mediche o di controllo. Dopo il verdetto del senato californiano, di cui
abbiamo notizia
pochi giorni fa, una nuova, importante notizia, che promette di accendere come non mai il
dibattito circa l'utilizzo della tecnologia RFID sugli esseri umani. RFID, il chip sottopelle è «cool» di
Tommaso Lombardi
|
|
||||||||||||||