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Da
allora, solo negli Stati Uniti, sono stati spesi qualcosa come duemila miliardi di dollari in
un filone di ricerca che ha scelto di finanziare e sostenere terapie oncologiche
convenzionali, tra cui soprattutto chemioterapia, radioterapia e ormonoterapia, oltre
naturalmente all’intervento chirurgico, primo approccio, solitamente, alla malattia
tumorale. Ma di cancro si continua a morire comunque e la mortalità, a 5 anni dalla diagnosi,
negli Stati Uniti è addirittura aumentata1.
Sono molte le voci che negli anni hanno sollevato perplessità sull’utilizzo di terapie
farmacologiche che faticano a rendere il cancro una malattia meno mortale e che arrancano
nella cura. Uno studio pubblicato nel 1975 sulla rivista medica Lancet destò scalpore.
Quattro ricercatori inglesi effettuarono uno studio prospettico randomizzato su 188 pazienti
con cancro inoperabile ai bronchi e scoprirono che la vita media di quelli trattati con
chemioterapia completa fu di tre volte più breve rispetto a quelli che non ricevettero alcun
trattamento. Ma per lo più queste voci sono rimaste inascoltate e la tendenza è a procedere
nel solco sinora segnato, anche se negli ultimi anni la ricerca pare essersi aperta alla
sperimentazione di farmaci cosiddetti biologici, ricavati cioè da risorse e sostanze che il
corpo stesso produce. Per avere un quadro attuale delle percentuali di sopravvivenza con le
terapie convenzionali, nulla è meglio della consultazione dei dati del National Cancer
Institute (NCI) americano, uno dei più prestigiosi centri di studio e ricerca sul cancro a
livello internazionale, che fornisce informazioni sull’efficacia delle attuali metodiche e
sulla sopravvivenza dei malati di cancro. Da queste informazioni non si trae certo un quadro
confortante.
Innanzi tutto occorre
specificare che il NCI, come del resto l’oncologia convenzionale, utilizza la riduzione
della massa tumorale e la sopravvivenza media a 5 anni dalla diagnosi come indici di efficacia
delle terapie effettuate; ma in alcuni casi la riduzione della massa tumorale non appare
essere decisiva per la sopravvivenza del paziente. Inoltre, per ottenere una visione
realistica
e compiuta dell’efficacia delle terapie oncologiche convenzionali, occorrerebbe poter
conoscere le percentuali di sopravvivenza anche ben oltre i 5 anni dalla diagnosi. Ma vediamo
qualche esempio sintetico, sulla base delle informazioni tratte dalle schede tecniche fornite
dal sito del NCI e redatte per gli operatori sanitari.
Cancro renale.
Solo il 40% dei pazienti con cancro renale trattato con terapie convenzionali è ancora vivo a
5 anni dalla diagnosi, sempre che il cancro venga diagnosticato in fase precoce e non si
presenti invasivo. Il cancro renale è uno dei tumori per i quali sono ben documentati casi di
regressione spontanea in assenza di terapia. La resezione chirurgica è il trattamento
d’elezione; le terapie sistemiche hanno mostrato solo effetti limitati. Nel cancro al primo
stadio la resezione può essere parziale o totale con l’asportazione del rene, di ghiandole,
del grasso pararenale e del tessuto intorno; negli stadi successivi è quasi sempre totale.
Per coloro che non sono in grado di subìre l’intervento, la terapia radiante ha solo un
effetto che viene definito ‘palliativo’.
Nel cancro al secondo
stadio si esegue quasi sempre la linfoadenectomia, anche se la sua efficacia non è stata
provata definitivamente. La terapia radiante viene somministrata prima e dopo l’asportazione
del rene, ma non vi sono prove conclusive sull’aumento della sopravvivenza rispetto al solo
utilizzo della chirurgia. Per questo tipo di cancro al quarto stadio non ci sono cure; sia la
radioterapia che la chirurgia sono palliativi. Anche qui sono documentati casi di regressione
spontanea: in uno studio prospettico su 73 pazienti con cancro renale avanzato, il 7% ha avuto
regressione senza né intervento né terapia.
Linfoma Non
Hodgkin. Il NCI afferma che
con i moderni trattamenti la sopravvivenza a 5 anni può arrivare al 50% dei pazienti; se la
forma tumorale è però aggressiva solo il 30-60% dei malati può essere trattato. La
stragrande maggioranza delle recidive si ha nei primi 2 anni dopo la terapia. Il NCI
raccomanda di valutare attentamente la tossicità del trattamento. Sono in corso numerosi
studi clinici per trovare trattamenti più efficaci e i pazienti, se possibile, dovrebbero
esservi inclusi. Effetti tardivi dei trattamenti possono essere sterilità permanente, rischio
di un secondo cancro, disfunzioni cardiache e leucemia mielogena.
Leucemia
linfoblastica. Il 60-80%
degli adulti con questa leucemia può attendersi una remissione (cioè ritorno a valori
normali del sangue) completa dopo terapia, secondo le informazioni del NCI; ma solo il 35-40%
di questi pazienti con remissione può vivere fino a 2 anni dopo la diagnosi con
un’aggressiva combinazione di chemioterapici. Con trattamenti precoci a base di una
combinazione di chemioterapici ci possono essere remissioni nell’80% dei casi ma che durano
solo 15 mesi, poi la leucemia ricompare. Questa malattia viene definita spesso fatale e i
pazienti che presentano una recidiva dopo la remissione muoiono solitamente nel giro di 1
anno, anche se si riesce ad ottenere una seconda completa remissione.
Leucemia mieloide
acuta. Dalle informazioni
del NCI risulta chiaro, anche in questo caso, che remissione (cioè riduzione della massa
tumorale o, nel caso delle leucemie, ritorno alla normalità dei valori ematologici in seguito
a terapia convenzionale) non significa sempre sopravvivere al cancro. Infatti i dati del NCI
dicono che con terapie convenzionali si ottiene remissione nel 60-70% dei pazienti, ma poi
solo il 25% di questi può vivere in media fino a 3 anni dopo la diagnosi. Tra i bambini, il
95% può ottenere remissione, il 75% di questi è ancora vivo a 5 anni dalla diagnosi.
Melanoma.
Spessissimo in pazienti con questo cancro viene somministrato interferone. Il NCI afferma che
la chemioterapia non aumenta la sopravvivenza. È documentata la regressione spontanea, cioè
senza trattamenti, del melanoma maligno in casi pari a poco meno dell’1%.
Carcinoma del
pancreas. Questa forma di
cancro, dice il NCI, ha un’altissima mortalità; il cancro del pancreas esocrino ha una
percentuale di sopravvivenza a 5 anni inferiore al 4%. I pazienti che hanno un cancro al
pancreas ad una fase precocissima senza alcuna estensione all’esterno dell’organo possono
sopravvivere fino a 5 anni dopo la diagnosi in una percentuale che va dal 18 al 24%. I
pazienti con questo tipo di cancro, a qualunque stadio esso sia, possono essere considerati
candidati per studi su nuovi trattamenti poiché chemioterapia, radioterapia e chirurgia hanno
dimostrato scarsa efficacia, seppure vengano convenzionalmente usati.
Cancro del
polmone a cellule non-piccole. Dice il NCI: poiché i trattamenti oggi a disposizione non sono considerati soddisfacenti,
i pazienti che hanno i requisiti possono essere considerati candidati per studi sperimentali
su nuove forme di trattamento. Spesso se questo cancro è in uno stadio precoce si attua
un’asportazione chirurgica; la mortalità postoperatoria immediata va dal 3 al 5% e la metà
di quelli che sopravvivono presentano una recidiva anche dopo la completa resezione. I
pazienti inoperabili trattati con radioterapia hanno una sopravvivenza a 5 anni in una
percentuale che va dal 10 al 27%. Uno studio clinico su 1209 pazienti operati per asportare il
tumore non ha mostrato alcuna differenza nella sopravvivenza tra malati successivamente
trattati con chemioterapici e non trattati.
Cancro alla
vescica. Ogni volta che è
possibile, dice il NCI, i pazienti dovrebbero essere inclusi in studi clinici per migliorare
le terapie standard. Fino al 95% dei pazienti con un cancro già piuttosto esteso sono a
rischio di progressione della malattia nei 5 anni successivi alla diagnosi. Quando il cancro
è molto superficiale ad uno stadio precoce, trattamenti come chirurgia, chemioterapici,
radioterapia possono portare ad una sopravvivenza a 5 anni che va dal 55 all’80%. Se il
tumore è profondo ed invasivo la sopravvivenza a 5 anni va dal 20 al 40% dei pazienti
trattati.
Se il tumore invade le visceri pelviche o i linfonodi, casi di sopravvivenza sono rari.
L’utilizzo di radioterapia preoperatoria non ha mostrato vantaggi in termini di
sopravvivenza. Uno studio randomizzato ha mostrato che, dopo resezione chirurgica, solo il 57%
dei membri di un gruppo che aveva ricevuto chemioterapici era vivo dopo 5 anni. Ai pazienti
che non possono essere sottoposti a cistectomia radicale, con cancro al terzo stadio, viene
somministrata radioterapia con una sopravvivenza a 5 anni del 30%. Non è stato riscontrato
miglioramento della sopravvivenza media associando chemioterapia sistemica. Nel cancro al
quarto stadio c’è ben poco da fare.
Cancro dell’endometrio.
Dopo isterectomia, non è provato il miglioramento della sopravvivenza con terapia radiante e
gli effetti tossici possono essere notevoli. Con cancro al quarto stadio il trattamento
ormonale produce risposta nel 15-30% dei pazienti, ma il NCI non fornisce dati sulla
sopravvivenza.
Cancro al
cervello. Il NCI fornisce
schede tecniche per ogni tipo di tumore cerebrale. Si considerano qui, come esempio, l’astrocitoma
anaplastico, l’astrocitoma diffuso e il glioblastoma. Il NCI per il primo e il terzo tipo
afferma che hanno una bassa percentuale di cura con i trattamenti locali standard e che i
malati sono candidati appropriati per studi clinici che provino nuove forme di trattamento.
Per il secondo tipo afferma che è più curabile rispetto ad altri tipi, ma che esistono
alcune controversie sul trattamento standard composto dalla chirurgia più radioterapia e che
alcuni medici preferiscono evitare la radioterapia soprattutto in pazienti con meno di 35
anni.
Ricercare nuove
strade
Stando ai dati forniti dal National Cancer Institute americano, risulta auspicabile, ed è
stato detto anche da numerosi oncologi, trovare strade diverse che possano garantire
percentuali maggiori di sopravvivenza senza gli effetti avversi tossici che le terapie
convenzionali hanno e che influiscono non poco sulla qualità della vita. Per avere un’idea
di tali effetti tossici, si prendano ad esempio i dati forniti dal dottor Vincenzo Cordiano,
stimato ematologo all’ospedale di Valdagno (Vi) e co-autore del libro «La medicina di
laboratorio nella pratica medica»4. Cordiano, parlando dei trattamenti utilizzati nel Linfoma
di Hodgkin afferma che «il tipo di chemioterapia è importante poiché il rischio di leucemia
si aggira sul 3% a 10 anni nei soggetti trattati con MOPP o protocolli simili contenenti
mecloretamina». «Sono segnalati secondo tumori solidi della mammella, del polmone, della
tiroide, delle ossa e del colon soprattutto in soggetti che hanno ricevuto radioterapia. Circa
l’80% di questi tumori compare in zone precedentemente irradiate». Cita anche uno studio
del NCI, secondo cui «i sopravvissuti avevano il doppio di probabilità di sviluppare un
secondo tumore rispetto alla popolazione generale e il rischio rimaneva significativamente
elevato per oltre 25 anni», «Tossicità cardiaca – continua Cordiano – può manifestarsi
con aterosclerosi coronarica precoce compreso l’infarto, miocardite e pericardite. In
pazienti trattati per Linfoma di Hodgkin possono comparire linfomi Non Hodgkin che secondo
alcuni studi sarebbero provocati dalla terapia, anche se non è stato sicuramente dimostrato».
Da considerare sono anche
le affermazioni che si trovano nel materiale del corso di oncologia medica dell’Università
di Firenze, coordinato dal professor Roberto Mazzanti. Gli scritti, «Principi di
chemioterapia», sono documenti destinati agli studenti della facoltà di medicina, quindi
formano i futuri medici. Si legge: «Un agente antitumorale raramente potrà, da solo,
eliminare tutte le cellule cancerose senza dare effetti tossici intollerabili per il paziente.
La chemioterapia antitumorale è infatti fortemente limitata dalla sua tossicità». Nella
relazione del corso coordinato dal prof. Mazzanti sono elencati gli effetti tossici dei
diversi
chemioterapici. Vediamone alcuni. Agenti alchilanti. «Interagiscono direttamente con il Dna,
possono provocare dei legami a ponte (cross-link) tra due filamenti del Dna o anche
all’interno dello stesso filamento provocando la rottura completa della molecola di Dna
oppure un blocco della trascrizione e della duplicazione. Appartengono al gruppo dei farmaci
ciclo aspecifici, cioè danneggiano ogni cellula in qualsiasi fase essa si trovi».
Mostarde azotate.
«La mecloretamina è un derivato di un gas vescicante usato a scopi bellici, il gas iprite.
È mielotossica (neutropenia e trombocitopenia)».
La ciclofosfamide
può provocare cistite emorragica. «Molto importante è anche la cardiotossicità che
consiste in un infarto miocardico massivo con emorragia interstiziale, edema, versamento
pericardico ad insorgenza acuta e decorso sfavorevole».
Per ifosfamide:
neurotossicità e danno renale.
Nitrosuree.
«La tossicità dose-limitante è quella del midollo: è tardiva (dopo 4-6 settimane di
terapia) e cumulativa. Molto importante anche la tossicità polmonare, renale ed epatica».
Procarbazina.
«Il principale impiego è la terapia MOPP del linfoma di Hodgkin. Numerosi effetti tossici:
neurologici, ematologici, gastroenterologici, alopecia, azospermia. È un potente cancerogeno
(induce leucemie acute a breve e a lungo termine)».
Antimetaboliti.
Tra questi farmaci, il methotrexate, tra le altre cose, «è mielotossico e provoca gravi
danni a livello gastroenterico tanto che talvolta è necessario sospendere la terapia:
frequenti la mucosite, diarrea, sanguinamento e addirittura la perforazione. È tossico per
fegato e reni».
Ma i chemioterapici non
risultano soltanto tossici per chi li assume (per i malati di cancro questi effetti sono
considerati ‘accettabili’ in vista dei possibili effetti terapeutici), ma anche per chi li
somministra o sta a contatto con i pazienti che li assumono. A tale proposito risulta
interessante la lettura del Rapporto n. 02/16 dell’Istituto Superiore di Sanità che ha
preso in considerazione l’esposizione professionale ai chemioterapici antiblastici (CA)6. «Proprio
a causa delle loro proprietà citotossiche e immunosoppressive – si legge nel Rapporto –
gli antiblastici possono paradossalmente causare tumori secondari.
Infatti, non sono solo in grado di innescare la trasformazione di cellule normali in maligne,
ma tendono a ridurre le difese endogene contro l’insorgenza di neoplasie». E ancora: «Mentre
per i pazienti tali effetti tossici sono considerati ‘accettabili’ in vista dei possibili
benefici terapeutici, essi non dovrebbero mai colpire i medici, i farmacisti, gli infermieri e
gli altri possibili operatori.
Invece, a partire dagli anni ‘70, numerosi studi hanno dimostrato la pericolosità dei CA
per gli operatori sanitari». «Alcuni degli effetti tossici che colpiscono i pazienti sono
stati osservati anche in operatori sanitari e in particolare in infermieri dei reparti
oncologici», prima che venissero introdotte le linee guida per la manipolazione dei CA. Ma
anche successivamente sono stati rilevati disturbi a livello oculare, cutaneo e respiratorio
causati da CA vescicanti; reazioni allergiche da composti del platino e altri CA; possibili
tumori causati da CA cancerogeni; effetti sull’apparato riproduttivo, aumento degli aborti
spontanei e delle malformazioni congenite. I danni risultano anche trasmissibili
all’apparato riproduttivo dei figli degli operatori sanitari.
C’è da chiedersi se queste informazioni vengano fornite dai medici ai malati di cancro
quando questi devono prendere una decisione sulla strada da intraprendere. La pratica del
cosiddetto consenso informato informa veramente la persona tanto da renderla capace di fare
una scelta?
Come si vede, la situazione è assai delicata e non può essere affrontata con leggerezza, ma
è indubitabile che altre strade dovrebbero essere esplorate e percorse per cercare approcci
terapeutici maggiormente efficaci e sicuri. Il National Institute of Health americano, una
delle maggiori autorità in campo sanitario a livello mondiale, offre una possibilità di
riflessione ulteriore, in quanto ha istituito il National Center for Complementary and
Alternative Medicine, cioè il Centro Nazionale per le medicine complementari e alternative,
che fornisce un’ampia sezione di informazioni dedicate anche all’approccio con il cancro,
sottolineando l’esigenza di non ignorare queste diverse strade e di incoraggiare studi
clinici in proposito.
Di un simile ente istituzionale, in Italia, non esiste né è mai esistito nemmeno un analogo
e qui si fatica non poco a reperire materiale scientifico e rigoroso in merito ad approcci
terapeutici anticancro differenti dai protocolli convenzionali.
Un altro filone imboccato
di recente dalla ricerca è quello dei cosiddetti farmaci biologici. Si tratta per esempio del
neurormone somatostatina (che blocca l’angiogenesi tumorale, cioè la proliferazione dei
vasi sanguigni che alimentano il tumore), della melatonina, dei retinoidi, la cui azione
antitumorale è stata dimostrata da migliaia di studi scientifici disponibili sulle banche
dati mediche, con possibili effetti avversi estremamente meno tossici di chemioterapici e
radioterapia.
Tali farmaci, che molti conoscono per essere stati associati alla Terapia Di Bella e quindi
sminuiti, stanno suscitando invece gli entusiasmi di quegli oncologi di fama internazionale
che sono stati proprio i maggiori detrattori di Di Bella stesso. Nel 2002 Umberto Veronesi ha
ricevuto persino un premio per l’uso della somatostatina nella lotta ai tumori e ha
attestato sulle riviste mediche l’efficacia dei retinoidi nella cura del cancro; il
professor Lissoni dell’ospedale San Gerardo di Monza ha pubblicato numerosi studi
scientifici sull’azione antitumorale della melatonina; Franco Mandelli, ematologo alla
Sapienza di Roma, ha affermato che l’acido retinoico favorisce la cura delle leucemie
promielocitiche. E in tanti si augurano che, lasciati da parte pregiudizi, interessi e potere,
si possa veramente imboccare la strada di una prioritaria tutela della vita umana.
BOX 1:
STATISTICHE NON ATTENDIBILI
È consigliabile sull’argomento
la lettura di una lettera aperta che il dottor Giuseppe Parisi, presidente di una delle
maggiori associazioni italiane a difesa dei consumatori, l’Aduc1, ha pubblicato sul sito
della stessa associazione. Eccone qualche stralcio in merito alle cure contro il cancro: «Ecco
che chi ricerca controcorrente, chi mette in discussione le parole d’ordine delle autorità
viene punito severamente. È toccata a tanti. Ne cito due, soltanto perchè i più eclatanti.
Il professor Luigi Di Bella finito nell’oblio e il dottor Tullio Simoncini, medico oncologo,
perseguitato e sospeso dal suo ordine professionale, deriso, mortificato. Per nostra fortuna
non si è lasciato intimidire.
Intanto restiamo fermi alle maratone Telethon. E ancora le grandi serate tv, con ospiti che
raccontano di guarigioni dai tumori ormai all’87%. Sono barzellette che non racconterebbe
nessun comico; loro lo fanno. Usano semplici trucchi, ne cito qualcuno. Se viene ospedalizzato
un paziente, ad esempio, con un tumore al seno e, fatta la terapia, viene poi dimesso, non la
chiamano dimissione, ma guarigione. Se dopo tre mesi ritorna con un tumore al fegato, non verrà
ricollegato alla sua situazione precedente. Ma c’è di più: se viene dimesso e poi ritorna
per controlli e viene di nuovo dimesso, ad ogni passaggio è un dato positivo. Se si viene
dimessi 9 volte e si muore una volta sola, alla fine il risultato sarà del 90% di guarigioni
e del 10% di mortalità. C’è ancora di più. Per esempio il tumore al testicolo e il tumore
al polmone. Del primo si salvano più del 90%, del secondo si arriva a fatica al 10%. Una
media stimata sarebbe del 50%, ma non si dice che quelli del testicolo sono solo 2.000, mentre
quelli colpiti dal tumore al polmone sono 40.000. Alcuni anni fa fu fatta una grande scoperta,
il nuovo farmaco Tamoxifen che sembrava capace di bloccare l’insorgenza di tumore al seno.
Ma gli scienziati ammisero che aveva un effetto collaterale: provocava tumore all’utero.
Inoltre non si conosce se lo stesso paziente potrebbe vivere di più se si escludesse
qualsiasi intervento terapeutico. Di contro ci sono le statistiche che parlano chiaro:
l’aggressività di un tumore recidivante diventa esponenziale dopo la chemioterapia».
BOX
2: LA VIA NATURALE
«Le tecniche chirurgiche in oncologica si sono affinate molto in questi ultimi anni, molto più
di quanto non sia avvenuto per le terapie farmacologiche convenzionali. Per questo sarebbe
utile pensare a protocolli terapeutici anticancro che vedano i farmaci sintetici abbinati a
rimedi e approcci, provenienti dalle medicine non convenzionali, che consentano di rendere le
cure più efficaci, selettive e meno tossiche». È questo il parere del dottor Paolo Roberti,
responsabile del Comitato Permanente di e Coordinamento per le Medicine non Convenzionali in
Italia1. Ci sono tante realtà che hanno acquisito solide basi e che stanno studiando il
problema. «Nel novembre 2005, per esempio – spiega Roberti – si è tenuto a Ischia,
organizzato da una sezione della Fiamo (Federazione Italiana delle Associazioni di Medicina
Omeopatica, nda), un seminario internazionale di oncologia omeopatica che ha raccolto i
maggiori esperti dell’argomento.
«Nel novembre 2005, per esempio – spiega Roberti – si è tenuto a Ischia, organizzato da
una sezione della Fiamo (Federazione Italiana delle Associazioni di Medicina Omeopatica, nda),
un seminario internazionale di oncologia omeopatica che ha raccolto i maggiori esperti
dell’argomento.
A metà marzo 2006 si tiene a Roma un seminario di omeopatia globale al quale prenderanno
parte anche i grandi maestri della scuola messicana, tra le più importanti ed antiche. Per
non parlare poi dei successi ottenuti dalla Medicina Antroposofica nella cura dei tumori
solidi utilizzando il vischio in una formulazione farmaceutica somministrabile2. Insomma, la
realtà avanza e l’oncologia convenzionale potrebbe trarre grandi vantaggi volgendo
l’attenzione a queste esperienze».
Da oltre un anno viene inoltre pubblicata ad Oxford una rivista medica (indicizzata nelle
maggiori banche dati specializzate) che fornisce un aggiornamento su tutti gli avanzamenti e
le evidenze scientifiche relative alle terapie complementari e non convenzionali. «Sempre più
nel trattamento dei pazienti, oltre a scienza e coscienza, occorre che il medico adoperi e
dimostri competenza e perizia» continua Roberti. «Cominciano ad esserci moltissime evidenze
scientifiche che vanno al di là dei farmaci convenzionali, ci sono ricerche notevoli anche
nel campo della medicina vibrazionale e quantistica, per non parlare degli effetti
estremamente positivi mostrati dall’agopuntura nel
diminuire gli effetti collaterali di chemioterapia e radioterapia e dell’uso dei chinoni in
omotossicologia; non si può più fingere che tutto questo non esista. Occorre che si abbracci
appieno il concetto di una medicina centrata sulla persona, in tutti i suoi aspetti,
ecologici, biologici e psicologici e questo è possibile aprendosi ad un ricchissimo
patrimonio che ancora viene definito medicina con convenzionale».
(Articolo tratto da
Salute è, Marzo 2006)
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