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Nessuna
sorpresa nello scoprire che il professor Serge Latouche, 69 anni, il teorico della decrescita
felice, è un ciclista di vecchia data. È sorpreso lui stesso, invece, di come sia cambiata,
negli altri, la percezione di questa sua abitudine: "Vent'anni fa ero considerato, al
minimo, uno stravagante. Alcuni miei studenti, soprattutto africani, ne erano quasi
scandalizzati. Ma come, professore, non è dignitoso per uno del suo rango! Oggi invece sono
ultrachic.
E come me non sono marziani coloro che in giacca e cravatta sfilano in bicicletta per andare
in ufficio. Lo fanno anche alcuni deputati dell'Assemblea nazionale". Saluta e sale sulle
due ruote per andare dall'altro capo di Parigi, dove deve tenere una conferenza. Lungo il
percorso troverà frotte di pedalatori, testimonianza del successo che ha avuto l'iniziativa
del Comune di fornire un 'vélo' in affitto a cittadini e turisti.
Qualcosa di analogo (ma in sedicesimo) succede a Roma. In Italia in 21 giorni, tra l'aprile e
il maggio scorsi, le migliaia di richieste hanno mandato in tilt il sistema informatico per
gli incentivi a chi acquista una bicicletta (40 mila pezzi venduti in un battibaleno). Negli
Stati Uniti è appena uscito un libro, 'Pedaling revolution' di Jeff Mapes, che nel
sottotitolo porta una tesi fin troppo rosea: 'Come i ciclisti hanno cambiato le città
americane'. E magari fosse un dato acquisito, però segnala una tendenza se i chilometri di
piste ciclabili crescono in modo esponenziale (Portland, in Oregon, la città più virtuosa) e
i sindaci, a Chicago come a Los Angeles, si stanno ingegnando per detronizzare (auguri) sua
regina l'automobile a favore della Cenerentola coi raggi.
Il compianto filosofo austriaco Ivan Illich poco prima di morire nel 2002 aveva voluto
aggiornare un suo saggio del 1973, 'Elogio della bicicletta' (Bollati Boringhieri) che ci
appare profetico adesso che il più elementare mezzo di trasporto sta conoscendo una nuova
fortuna critica. Esemplificava: "Si possono parcheggiare diciotto biciclette al posto di
un'auto... Per portare quarantamila persone al di là da un ponte in un'ora ci vogliono dodici
corsie se si ricorre alle automobili e solo due se le persone vanno pedalando in
bicicletta". Calcolava: "Il trasporto di ogni grammo del proprio corpo su un
chilometro percorso in dieci minuti costa all'uomo 0,75 calorie".
Il massimo del risparmio
energetico e senza consumo di natura, concetti di forte impatto all'epoca della svolta verde
dell'uomo più potente del pianeta, il presidente degli Stati Uniti Barack Obama. Illich aveva
scelto come epigrafe del suo libro una frase di José Antonio Viera-Gallo, sottosegretario
alla Giustizia del governo di Salvador Allende: "Il socialismo può arrivare solo in
bicicletta". Andamento lento dell'egualitarismo.
Legare le due ruote a un'ideologia, o rappresentarle come emblema di un certo modo di sentire
deve essere una tentazione irresistibile se l'antropologo Marc Augé con questa frase conclude
il suo volume 'Il bello della bicicletta' (appena uscito, sempre Bollati Boringhieri):
"In bicicletta per cambiare la vita. Il ciclismo come forma di umanesimo". Si
immagina, l'intellettuale francese, le città che fra 30 anni saranno dominate dai ciclisti e
chiosa: "Il solo fatto che l'uso della bicicletta offra una dimensione concreta al sogno
di un mondo utopico, in cui la gioia di vivere sia finalmente prioritaria per ognuno e
assicuri il rispetto di tutti, ci dà una ragione per sperare. Ritorno all'utopia e ritorno al
reale coincidono".
Bicicletta e motore sono coetanei. Hanno avuto la loro fase mitologica e conosciuto poi
alterne vicende. La bici è sprofondata nella considerazione generale, relegata nel recinto
dello sport (sia anche di quello amatoriale) salvo riemergere adesso che declina, per troppi
problemi di gestione, l'automobile. Come se facessero parte di un sistema di vasi comunicanti.
Giù uno, su l'altro. E viceversa. Augé sostiene che il mito, seppur appannato, non è mai
morto, perché tocca la memoria privata: la prima volta in equilibrio, la prima volta che si
è andati oltre lo spazio e il tempo delle sole proprie gambe. O forse, aggiunge, "perché
i miti sono longevi". E la politica dà una mano quando avvia, come è successo nel mondo
industrializzato, dei piani per favorire la locomozione più elementare.
Latouche la battezza come il mezzo della ipermodernità o della tardo-modernità. Per la
post-modernità, ripassare tra 30 anni quando certo la bicicletta ci sarà ancora e sarà nel
massimo del suo splendore: "Sarà quando, fra 30 anni appunto, il petrolio sarà finito o
sarà anti-economico estrarre il poco rimanente. La bicicletta permetterà allora all'umanità
di ritrovare l'autonomia di trasporto". Già ora, calcola: "Se si considera il tempo
passato in coda, a fare benzina, a ripararla eccetera, con l'automobile si procede, al netto,
a una velocità di cinque chilometri all'ora.
Con la bicicletta si toccano i 20-30, dipende dalla gamba". Augé concorda: "La
riscoperta della bici va in contemporanea con questa epoca che io definirei modernità
tardiva". E quanto all'umanesimo, dice quello che ci si potrebbe aspettare: "In città,
con la bicicletta, si può mettere il piede a terra, conversare". Si può riscoprire una
dimensione a cui non siamo abituati e che porta "felicità vera". Almeno a lui
succede: "Basta rimettersi in sella, anche dopo tanto tempo, ed è come nuotare. Una
volta imparato non lo si dimentica più. Si ritrova un rapporto col proprio corpo".
Qualcosa di simile sostiene anche Andrea Satta, cantante dei Têtes de Bois, autore de 'I
riciclisti' (Ediciclo editore), fresco reduce dal Giro d'Italia in compagnia di Sergio Staino
e Moni Ovadia. Nei suoi racconti porta ancora il profumo delle emozioni provate su e già per
i passi, tra la gente in delirio 'quando che passa il Giro'. La dimensione agonistica ha
potuto parecchio per l'apparato leggendario. E i campioni, si sa, non producono solo
performances, ma attivano l'immaginario, stimolano emulazione. Satta porta nelle città
italiane uno spettacolo sul ciclismo e porta se stesso in giro per Roma sulle due ruote. Si è
fatto più di un'idea. Associa la bicicletta alla leggerezza e tutti sappiamo, in tempi
pesanti, quanto ce ne sia bisogno.
Leggero è poi il mezzo stesso: "Anche trasparente. Attraverso i raggi della bici si può
vedere. La bici è esteticamente bella, ha avuto più evoluzione tecnologica delle stesse
automobili. E nonostante questo è rimasta un oggetto decifrabile. Usiamo milioni di cose di
cui non conosciamo il funzionamento e con la bici torniamo alla comprensione, una catena due
ruote, niente altro". Ha anche il vantaggio della maneggevolezza: "Consente
l'errore. Uno si imbuca in una strada sbagliata, dà un'occhiata e torna indietro". Fissa
nei 20 all'ora la velocità perfetta per l'uomo contemporaneo: "Il camminare è troppo
lento. A 20 all'ora vedi quella montagna, quel campanile, quelle persone, che si fanno a poco
a poco più grandi. Hai il tempo per soffermarti e poi ti volti e li vedi rimpicciolire di
nuovo". L'entusiasmo lo fa andare oltre il socialismo: "Insomma la bicicletta è
rivoluzionaria".
Ci si aspetterebbe che uno dei più famosi appassionati ciclisti della Penisola, Romano Prodi,
sottoscrivesse in toto questo sentire. Naturalmente il professore si augura magnifiche sorti e
progressive delle due ruote. Però frena sulle considerazioni circa il fatto che si sia già
entrati nell'età dell'oro: "Fermi tutti. Le nostre città non sono fatte per la
bicicletta. Bisognerebbe cambiarne radicalmente la struttura. E poi io non mi dimentico di
essere un economista e noto che il numero totale di bici vendute continua a mantenersi su
livelli molto bassi". Non ce lo vede il manager che pigia sui pedali in giacca e cravatta
e poi, tutto sudato, arriva in ufficio.
Anche per un problema di spazi: "Come si fa a percorrere un'area metropolitana grande
come quella di Milano in tempi ragionevoli e senza fatica eccessiva?". Certo si sente
inserito, visto che da sempre pratica il ciclismo, nella "grande corrente
ecologico-ambientalista-energo-risparmiatrice". Senza però che questa virtù abbia poi
una grande riconoscibilità sociale: "Sento ancora troppo spesso automobilisti che da
dietro ti apostrofano con qualche 'dai stronzo, togliti di mezzo'. E non si riferiscono al
Prodi politico perché da dietro non mi possono riconoscere". Ha rispolverato una bici
con cui circolare nel centro di Bologna: "Però non si può dire che si sia felici per il
tempo guadagnato se poi ti passa un autobus a
36 centimetri
e ti mette paura. Bisogna essere realisti".
Siccome non pone limiti alla provvidenza, Prodi si augura che "insistendo insistendo il
cambiamento arrivi davvero". Non lo vede all'orizzonte, ecco. Così come non lo vede
Franco
La Cecla
, antropologo e architetto. Del libro di Illich ha scritto la postfazione: "Però non
credo che la bicicletta abbia vinto. È una bella idea ancora marginale". Perché la
bici, di per sé, "non distrugge il modello di società se questo modello non viene messo
in questione in profondità". La sua è una critica, se si passa il termine, 'da
sinistra': "Sono anche contrario alle piste ciclabili, mi sembrano uno zoo, l'equivalente
di mettere i bambini nei parchi perché rompono". Forse sogna una città solo di bici e
pedoni. Ma la bicicletta arriva da lontano, va lenta e procede al passo di pedale per andare
lontano.
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