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Un altro inverno è passato, il terzo da quando l'Organizzazione
Mondiale della Sanità lanciò l'allarme di un nuovo rischio epidemico legato a un virus di
origine aviaria, l'H5N1.
Sembrava che da un momento all'altro la febbre dei polli, diabolica per i volatili, potesse
fare «almeno un milione di morti » disse l'Oms, contagiando l'uomo con la stessa aggressività
della micidiale Spagnola, la peggiore pandemia della storia. Dal 2003 ad oggi, per fortuna,
nulla è successo di tutto questo. L'aviaria colpisce l'uomo ma poi si ferma. Il rischio
endemico (veloce contagio uomo-uomo) non è dimostrato e l'emergenza, soprattutto da noi, si
è rivelata quasi esclusivamente veterinaria. E' successo almeno altre due volte negli ultimi
10 anni di veder passare probabili catastrofi epidemiche terminate con bilanci molto modesti
sul piano delle perdite umane. Ricordiamo la Sars negli ultimi mesi del 2002. Anche lì l'Oms
lanciò (era il marzo 2003) un allarme: «Non si sa quando ma la pandemia ci sarà». E invece
è sparita. E ancor prima la Bse, il morbo della mucca pazza, arrivato nel 2001 in Italia. In
via di estinzione. Cominciamo dall'H5N1. Qualcuno predisse milioni di morti. I governi
occidentali fecero a gara per accaparrarsi scorte di antivirali e assicurarsi la precedenza
nell'acquisto di vaccini.
La tabella aggiornata dell'Oms rispecchia una realtà ben diversa.
Dal novembre del 2003, la presunta big influenza ha contagiato 369 persone uccidendone 234. La
maggior parte in Vietnam, Indonesia, Egitto, Thailandia e Cina. Si è fermata all'Azerbaijan e
alla Turchia, dunque alle porte dell'Europa, non è riuscita a fare breccia nei Paesi dove
condizioni igieniche e qualità dei sistemi sanitari sono migliori. La trasmissione
interumana, che avrebbe potuto dare il via all'ondata contagiosa, non è mai stata dimostrata.
Il virologo Fernando Dianzani ritiene che molto difficilmente l'H5N1 potrà scatenare la nuova
pandemia perché non possiede le caratteristiche per saltare da uomo a uomo: «La prudenza era
doverosa ma ora possiamo dire che abbiamo esagerato nell'annunciare la catastrofe. Predire
l'arrivo di una pandemia da H5N1 è un'illazione che non si basa su dati concreti. Fino a
questo momento il virus aviario non si è ricombinato con quello umano, non ha cioè scambiato
pezzi di genoma, evento che avrebbe determinato un reale pericolo». E allora, a cosa
attribuire l'enfasi con cui le autorità scientifiche internazionali, Oms in testa, hanno
lanciato e rilanciato allarmi? Ha le idee chiare Maria Rita Gismondo, microbiologa
dell'ospedale Sacco: «Dietro fenomeni come questi si celano grossi appetiti industriali. C'è
chi ha interessi diversi dalla tutela della salute. Pensiamo a quelli commerciali. Bisognerà
poi riconsiderare le modalità di diffondere informazioni. Coinvolgere la popolazione fin da
subito significa seminare panico». Andrebbe bocciata anche l'Oms? La microbiologa insiste: «E'
un'istituzione politicizzata: quando c'è di mezzo la salute non bisognerebbe muoversi in base
a opportunità e pressioni industriali».
E che fine ha fatto la Sars che ha atterrito il mondo tra novembre
2002 e fine luglio 2003?
Moderatamente colpiti sono stati soltanto il Sudest asiatico e il Canada, unico Paese
occidentale coinvolto: 8.100 casi, 774 morti causati da un virus della polmonite venuto dal
mondo animale. Lei sì, incuteva paura per la velocità nel propagarsi attraverso il respiro.
E in Italia la paura fu ingigantita dalla morte del virologo italiano Carlo Urbani, che era
stato lo scopritore del virus della Sars e che proprio venendone a contatto perse la vita il
29 marzo 2003. Ma oggi non ce n'è più traccia: «Il virus è tornato nel suo habitat
naturale perché ha perso le caratteristiche aggressive. In quella situazione la barriera
sanitaria dei Paesi occidentali ha funzionato. L'epidemia non ha toccato l'Europa», dice
Dianzani. Infine la Bse, «mucca pazza», che ha sterminato gli allevamenti bovini d'Europa e
tenuto lontane dalle nostre tavole la prelibata bistecca con l'osso. Si scoprì che l'agente
infettivo, il prione, poteva colpire l'uomo con la cosiddetta variante della Creutzfeldt Jakob,
malattia degenerativa neurologica. I tecnici predissero migliaia di morti. Il registro
mondiale aggiornato a febbraio riporta 163 casi (più tre da trasfusione). «Abbiamo
sbagliato, è vero — ammette Maurizio Pocchiari, Istituto Superiore di Sanità —. Ma siamo
stati condizionati dalla scarsità delle conoscenze. Però una volta capito, abbiamo
aggiustato il tiro. L'emergenza è finita. Anche se qualche dato non torna». In quanto alla
Bse bovina, in Italia non c'è più. L'altro anno si sono ammalate 2 vacche. Quest'anno
nessuna. «I controlli veterinari sono stati efficaci», dice Maria Caramelli, responsabile
del centro riferimento per la Bse all'istituto zooprofilattico di Torino.
Margherita De Bac
03 marzo 2008
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