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Il
29 marzo 2010
la Presidenza
del Consiglio ha reso pubblico il Rapporto sull'Esportazione di armamenti italiani relativi
all'anno 2009 (L'intera Relazione sarà disponibile appena consegnata al Parlamento).
Segnaliamo qui le prime analisi e commenti:
Unimondo:
Record 4,9 miliardi export di armi, revisione 185 (30/3/2010)
Nigrizia: Industria difesa: Ci siamo tanto armati (30/3/2010)
Altreconomia: Il boom continuo dell'export militare italiano (29/3/2010)
Da
unimondo.org
Banche armate: BNL s’invola, UniCredit s’imbosca, l’AIAD s’inalbera
Nel
corso dell'incontro su “Finanza e armi” che si è tenuto sabato scorso a Milano durante la
fiera “Fà la cosa giusta!”, il caporedattore di Unimondo, Giorgio Beretta, ha presentato
un'anticipazione della sua ricerca sulle operazioni d'appoggio all'export di armamenti
italiani svolte dalle banche nell’ultimo decennio. La ricerca è parte di un più ampio
studio-pilota dal titolo provvisorio “Finanza e armamenti: le connessioni di un mercato
globale” realizzato dall’Osservatorio sul Commercio di Armi (Os.C.Ar.) di IRES Toscana –
Istituto di ricerche Economiche e Sociali – vincitore del bando di finanziamento della
Fondazione Culturale Responsabilità Etica onlus per il 2009 che mostra le ampie connessioni
tra mondo finanziario - e in particolar modo di banche e assicurazioni – che è stato
presentato dai ricercatori nel corso della medesima manifestazione.
Giorgio,
cosa emerge dalla tua ricerca?
Tre sono i dati più significativi. Il primo è che le esportazioni di armamenti dell'Unione
Europea - e in particolare quelle italiani - non sono affatto marginali ma hanno ormai assunto
un ruolo di primissimo piano nel contesto internazionale. I dati del SIPRI - l'autorevole
istituto di ricerca svedese - mostrano che nell'ultimo quinquennio il volume di esportazioni
di sistemi militari dei paesi dell'Unione europea ha ormai superato quella di Stati Uniti e
Russia. Per quanto riguarda l'Italia, il recentissimo rapporto dell'UE sui trasferimenti
internazionali di armamenti dei paesi membri mostra che, dopo
la Francia
, l'Italia ormai affianca
la Germania
e supera di gran lunga
la Gran Bretagna
in questo particolare commercio.
Il
secondo rilievo?
È il fatto - poco conosciuto o meglio sarebbe dire spesso volutamente sottaciuto da governi e
informazione ufficiale - che nell'ultimo decennio le esportazioni di armi italiane sono state
prevalentemente dirette a Paesi del Sud del mondo. E questo nonostante una legge, giudicata
“restrittiva” dall'industria militare nazionale, come la 185/90 imponga il divieto di
vendita di armi a paesi sotto embargo, responsabili di gravi violazioni di diritti umani e in
conflitto interno o esterno. Prendiamo ad esempio i due principali destinatari di armi
italiane degli ultimi anni: si tratta del Pakistan a cui è stato autorizzato tre anni fa
l'acquisto dalla MBDA italiana di missili terra-aria, un affare da 415 milioni di euro,
proprio nel bel mezzo di uno stato d'emergenza. E nel 2008 è stato dato il via libera alla
maxi-commessa del ministero della Difesa turco di elicotteri militari dell'Agusta per oltre un
miliardo di euro anche in questo caso proprio nel bel mezzo dell'intervento militare turco nel
Kurdistan iracheno e nonostante le proteste delle associazioni pacifiste preoccupate anche per
le reiterate violazioni dei diritti umani dei governo di Ankara.
E
in tutto questo qual è stato il ruolo delle banche?
Direi che si sono trovate strette in una duplice morsa. La prima - che ha fatto leva anche su
una maggior attenzione dei consumatori - è rappresentata dalle campagne sociali per una
maggior responsabilità sociale delle banche: mi riferisco in particolar modo alla Campagna di
pressione alle “banche armate” che dal
2000 ha
posto all'attenzione dei cittadini e degli istituti di credito proprio il tema specifico dei
servizi forniti dalle banche all'industria militare per l'esportazione di armamenti. La
seconda, molto meno trasparente e per diversi aspetti di tipico stampo lobbistico, è quella
delle industrie militari - e in particolare dalle aziende che fanno capo a Finmeccanica - che
non hanno mancato di esercitare le loro pressioni sugli Istituti di credito.
A
cosa ti riferisci in particolare?
A quanto scritto - nero su bianco - nell'ultima Relazione d'Esercizio (in .pdf) dell'AIAD, la
potente Federazione Aziende Italiane per l'Aerospazio,
la Difesa
e
la Sicurezza
che non ha avuto remore a stigmatizzare come “atteggiamento demagogico” la decisione delle
banche di autoregolamentare la propria attività nel settore. Il testo va letto per intero
perché mostra con chiarezza come agisce una lobby. Riporta infatti
la Relazione
dell’AIAD che nel 2008 “A tenere viva l’attenzione dell’Associazione è stato anche il
problema delle Banche etiche che, professandosi “non armate”, hanno sospeso ogni
transazione di esportazione, se pur già disciplinata nel rispetto della Legge 185/90. In
maniera ricorrente l’AIAD ha rappresentato la propria preoccupazione per l’amplificarsi
delle conseguenze derivanti alle imprese ed al riguardo sono state inoltrate sia a
Confindustria che all’ABI diverse comunicazioni alle quali hanno fatto seguito molteplici
incontri sia con i vertici dell’ABI che dei diversi Gruppi Bancari nonché con il
Governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi; numerosi anche gli interventi nell’ambito
di Seminari e Convegni per porre in evidenza l’atteggiamento fondamentalmente demagogico
proprio degli Istituti Bancari”.
Le
banche non avranno mancato di rispondere a queste, come chiamarle, “provocazioni”?
Purtroppo no e questo mi stupisce. A fronte di una dichiarazione evidentemente provocatoria
come quella dei vertici dell'AIAD ci si sarebbe aspettati che l'Associazione Bancaria Italiana
(ABI) in testa e le singole banche che in questi anni si sono dotate di codici di
responsabilità per quanto riguarda il finanziamento e i servizi all’esportazione militare
rivendicassero formalmente e con forza la propria indipendenza e l'autonomia delle proprie
posizioni. Invece - ed è questo che mi preoccupa - non si è alzata alcuna voce, segno che le
pressioni dell'industria militare sugli istituti di credito sono riuscite a mettere a tacere
anche quei settori all'interno delle banche che hanno come compito quello di definire e
promuovere la “responsabilità sociale d'impresa” della banca.
Tornando
alla tua ricerca, quali sono i dati salienti?
La mia analisi mostra tre elementi rilevanti. Il primo è un dato quantitativo: nel periodo
dal 2001 al 2008 più del 60% delle operazioni di incassi per esportazioni di armamenti
italiani sono state ripartite in maniera abbastanza uniforme da tre gruppi bancari: il gruppo
BNL-BNP Paribas che ha assunto operazioni per oltre 2,3 miliardi di euro (cioè il 21,2% del
totale), il gruppo IntesaSanpaolo - che considerando anche le operazioni dell'acquisita
Carispe - ne ha svolte per quasi 2,2 miliardi di euro (20,1%) e il gruppo Capitalia-Unicredito
(oggi UniCredit) che - soprattutto per le operazioni autorizzate alla Banca di Roma - ne ha
assunte per oltre 2 miliardi di euro, cioè il 18,7%. Va però rilevato che mentre
la BNL
e il BNP Paribas - che ormai sono uno stesso gruppo - mostrano negli ultimi anni valori in
forte crescita, i gruppi IntesaSanpaolo e Unicredit presentano invece un chiaro
ridimensionamento della loro operatività del settore.
Merito
quindi delle nuove e recenti direttive delle due banche?
Non proprio. E questo è il secondo elemento e mi spiego. Mentre il gruppo IntesaSanPaolo già
dal
2007 ha
definito una policy che decreta “la sospensione della partecipazione a operazioni
finanziarie che riguardano il commercio e la produzione di armi e di sistemi d'arma, pur
consentite dalla legge 185/90” e puntualmente ha pubblicato nel proprio Bilancio Sociale i
dati aggregati delle operazioni assunte riguardanti l'esportazione di armamenti, non
altrettanto si può dire per il gruppo Unicredit.
Dopo
l'annuncio già nel dicembre del 2000 da parte di Unicredit di aver emanato direttive interne
che disponevano - cito testualmente dal loro Bilancio sociale 2001 (pg. 78) – “la
sospensione, con decorrenza immediata, di ogni facoltà delegata per interventi creditizi in
favore di aziende che si occupano di produzione e commercializzazione di armi e prodotti
connessi” - un annuncio che ci aveva positivamente sorpreso e a cui avevano dato ampio
rilievo anche importanti trasmissioni televisive come Report della Gabanelli – la banca
Unicredit pur continuando a ribadire pubblicamente la propria posizione non ha mai riportato
nel proprio bilancio sociale alcuna operazione relativa all’export di armi anche se ha
continuato a svolgerle. E questo nonostante la loro “Carta di Integrità” li impegni a
“mantenere la trasparenza nei confronti dei clienti garantendo sempre la tempestiva
informazione sui prodotti e sui servizi offerti”.
Rilievi
non proprio confortanti per il principale istituto di credito italiano…
A cui ne va aggiunto un altro ancor più preoccupante. Senza darne troppa pubblicità già dal
2007 il gruppo Unicredit ha modificato la propria policy reintroducendo la possibilità di
finanziare determinati settori dell’industria militare e non escludendo la fornitura di
servizi bancari alle esportazioni di armamenti. Di fatto – come annuncia l’ultimo bilancio
sociale – UniCredit sta rivedendo per la terza volta la propria politica in tema di difesa e
armamenti e lo avrebbe fatto in dialogo con “un gruppo internazionale di ONG” di cui però
non menziona il nome, forse per non lederne la riservatezza.
E
la BNL
?
La BNL
ha emanato ormai dal 2003 un “Codice Etico” (in .pdf) che sostanzialmente limita le
operazioni d'appoggio all'esportazione di materiali militari ai soli paesi della NATO e
dell'Unione europea. Ma proprio la controversa autorizzazione all'incasso dei 55 elicotteri
militari venduti dalla Agusta alla Turchia per un valore di oltre 1 miliardo di euro fa capire
che anche la limitazione dell'operatività a paesi considerati alleati espone le banche a non
poche critiche soprattutto quando certe forniture militari si prestano ad un chiaro impiego di
tipo repressivo. E come UniCredit,
la BNL
non brilla certo per trasparenza. Nonostante l’ampia operatività nel settore nei suoi
bilanci sociali non ha mai fornito una sola cifra, ma solo percentuali e talvolta con giochi
di parole poco edificanti.
A
cosa ti riferisci?
Prendi ad esempio l'ultimo Bilancio Sociale.
La BNL
a pg. 31 afferma che “Avendo come riferimento il market share del 18,2% registrato nel 2002
(anno precedente alla emissione del Codice Etico BNL in materia), mentre nel 2007 si era
registrato un significativo ridimensionamento della presenza della Banca in tale mercato con
una diminuzione al 5,21%, nel 2008 - esclusivamente a seguito di un operazione di ampia
portata con un primario Gruppo nazionale verso un Paese NATO, rientrante dunque nei canoni del
Codice Etico BNL - la quota percentuale e salita al 33,87%”. E segue questa affermazione che
è di una logica disarmante: “Senza questa operazione la quota BNL sarebbe pari al 6,21%,
sostanzialmente in linea con i valori espressi negli anni passati”. Che è come dire: “Se
non peccassi, sarei un santo”....
Insomma
uno scenario non proprio incoraggiante…
Direi di più. Reso ancor più fosco e preoccupante dal fatto che da due anni
la Presidenza
del Consiglio ha deciso di non pubblicare la sezione della Relazione annuale (richiesta dalla
Legge 185/90) che riportava le singole operazioni autorizzate e svolte dagli Istituti di
credito, sottraendo cosi la possibilità di verifica dell’attività delle banche. Un fatto
ripetutamente denunciato dalla Campagna di pressione alle “banche armate” anche con
lettere ufficiali indirizzate alla Presidenza del Consiglio e ai Ministeri competenti, che però
non hanno mai avuto risposta. E, nonostante l’informazione ufficiale della Relazione sia
vitale anche per gli istituti di credito per certificare l’effettiva attuazione delle loro
direttive, non mi risulta che le banche abbiano inoltrato alcuna protesta per denunciare
questa manipolazione. Insomma c'è davvero ancora molto da fare se le banche vogliono
impegnarsi con coerenza e piena trasparenza in questo settore.
Leggi
qui
'Economia della Difesa' tratto da Os.C.Ar.?
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'RELAZIONE
2010 SULL'EXPORT DI ARMI' tratto da banchearmate.it
Intervista
a cura di Andrea Dalla Palma / Fonte primaria: banchearmate.it / Fonte: GRANELLO DI SABBIA (n°213)
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