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E’
oro fuso uno dei migliori ricostituenti ematici naturali, con proprietà antibiotiche, e
diventa sempre più prezioso. Perché le sue insostituibili produttrici vengono decimate, anno
dopo anno. Il miele rischia di scomparire dalla nostra dieta: le api stanno morendo. L’anno
scorso si è verificata una riduzione di questi insetti, in Italia e in Europa, tra il 30 e il
50%, con vette che toccano anche il 60-70% in alcune aree degli Stati Uniti, e adesso l’Apat
- l’Agenzia per la protezione dell’ambiente - lancia l’allarme.
Le cause del fenomeno da spopolamento, definito con l’acronimo CCD («Colony Collapse
Disorder»), sono di varia natura: contribuiscono al sempre più alto tasso di mortalità le
condizioni igienico-sanitarie degli alveari, i cambiamenti climatici e la disponibilità e la
qualità dei pascoli e dell’acqua. In poche parole: il primo colpevole è l’inquinamento
sempre più esteso e invasivo.
«Non esiste, quindi, un’unica causa scatenante - spiega il rapporto dell’Apat - anche se
gli esperti sono concordi nell’attribuire forti responsabilità alla contaminazione da
fitofarmaci e all’inquinamento elettromagnetico». Ma non manca una recrudescenza delle
infezioni da virus, le temute virosi, e della varroa, una malattia causata da un acaro che
attacca sia la covata sia l’ape adulta.
Certo, anche gli sconvolgimenti climatici stanno facendo la loro parte. Un andamento
irregolare del clima, infatti, può interrompere il flusso normale di nutrienti che sono
necessari alle api per la crescita e lo sviluppo. Indebolendo, così, le difese dell’intero
alveare.
Quali misure per contrastare questo disastro? «Occorre essere pronti a intervenire con idonee
integrazioni alimentari che sostituiscano il nettare e il polline raccolti dalle api -
suggerisce l’Apat -. Resta da vedere se il miele, così ottenuto, manterrà le stesse
caratteristiche.
Le conseguenze - è ovvio - non si limitano alla strage di insetti, con una crescente perdita
della biodiversità, ma si ripercuotono in modo sempre più pesante su tutta l’agricoltura
italiana a causa dell’insufficiente impollinazione delle piante, che può quindi portare a
una forte riduzione dei raccolti.
L’apporto economico dell’attività delle api al comparto agricolo, solo nel nostro Paese,
è di circa 1600 milioni di euro l’anno (pari a 1240 euro per alveare). Se si considera che
nel 2007 si sono persi circa 200 mila alveari, il danno per le mancate impollinazioni si è
aggirato sui 250 milioni di euro. Il problema è maggiormente sentito nel Nord, dove la
perdita di alveari è arrivata ormai al 50%. Ma pesanti riduzioni si sono misurate anche al
Centro, mentre la situazione va un po’ meglio nel Mezzogiorno.
Legambiente punta il dito contro l’uso in agricoltura di alcuni fitofarmaci, contenenti
molecole neonicotinoidi, che già dalla loro introduzione in Francia, nel ‘91, evidenziarono
una serie di effetti letali sulle api e determinarono alcune sentenze che, in osservanza del
principio di precauzione, hanno vietato l’uso di queste sostanze su molte colture.
«In Italia invece - accusano gli ambientalisti - non c’è stata alcuna risposta alle
denunce su questi pesticidi». E gli apicoltori italiani si dicono sempre più disperati.
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