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Un milione di firme per il referendum contro la privatizzazione dell'acqua: un
risultato storico per il nostro paese ad un mese dalla consegna delle firme in Cassazione.
Cosa possono fare i Comuni?
La raccolta firme avviata lo
scorso 24 aprile per promuovere tre referendum contro la privatizzazione dell’acqua
stabilita dal decreto Ronchi, ha raggiunto e superato il milione.
Un risultato mai raggiunto prima da nessuna campagna referendaria. L’obiettivo è quello di
portare almeno 25 milioni di italiani alle urne nella primavera 2011.
Manca ancora un mese alla consegna delle firme in Cassazione, e questo numero impressionante
potrebbe diventare ancora più grande. L'obiettivo è oggi quello di portare almeno 25 milioni
di italiani alle urne nella primavera 2011. Con questo entusiasmo, con questa partecipazione,
con questa voglia di bene comune ce la possiamo fare, tutti insieme. Un milione di grazie ai
tutti i cittadini che hanno firmato. Si scrive acqua, si legge democrazia.
Proprio sabato, anche il sindaco di Milano Letizia Moratti, in visita al Mercato della Terra
del capoluogo lombardo, si è espressa sul referendum, commentando la presenza di un punto di
raccolta firme: «Non c’è nessuna privatizzazione dell’acqua. L’acqua di Milano è dei
milanesi. Questa è disinformazione». Il problema è che il decreto Ronchi, divenuto legge a
fine 2009, dispone (o meglio impone) di cedere ai privati la gestione del servizio idrico
integrato con l’istituzione di bandi di concorso entro il 31 dicembre 2011. Per non
essere obbligati a introdurre il servizio privato il Comune deve dichiarare tale servizio
privo di interesse economico. E per far ciò deve cambiare lo Statuto Comunale.
Alcuni comuni l’hanno già fatto: nella provincia di Torino, grazie a una legge di
iniziativa popolare, sostenuta da diecimila firme, una serie di comuni hanno modificato il
proprio statuto e dichiarato il servizio idrico privo di interesse economico. Così a
Torino e provincia il servizio idrico è gestito dalla Società Metropolitane Acque Torino
interamente pubblico, e potrà rimanere tale grazie alla modifica dello statuto.
A rendere ancor più grave, nel merito e nel metodo del percorso legislativo del decreto
Ronchi, vi è il fatto che esso sia stato approvato ignorando la volontà popolare che nel
2007 si era espressa con una proposta di legge per l’acqua pubblica raccogliendo oltre
400.000 firme, oggi ancora in discussione in Parlamento. Nel frattempo cinque regioni hanno
impugnato il decreto Ronchi di fronte alla Corte costituzionale, lamentando la violazione di
proprie competenze esclusive.
Il decreto Ronchi colloca tutti i servizi pubblici essenziali locali (non solo
l’acqua) sul mercato, sottoponendoli alle regole della concorrenza e del profitto,
espropriando di fatto il soggetto pubblico e quindi i cittadini dei propri beni.
L’approvazione dei tre quesiti referendari rimanderà, per l’affidamento del servizio
idrico integrato, al vigente art. 114 del Decreto Legislativo n. 267/2000 che prevede il
ricorso alle aziende speciali o, in ogni caso, a enti di diritto pubblico che qualificano il
servizio idrico come strutturalmente e funzionalmente “privo di rilevanza economica”, un
servizio di interesse generale e privo di profitti nella sua erogazione.
Per maggiorni informazioni:
www.acquabenecomune.org/raccoltafirme/
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