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Con le reti idriche allo sfascio, l'Italia accelera la privatizzazione
dell’acqua. Il Parlamento sta discutendo la legge che obbliga a mettere in gara i servizi e
ridurre a quote minoritarie la mano pubblica nella gestione, ma nessuno sa dove trovare le
risorse per ricuperare questo pazzesco gap infrastrutturale.
I lavori necessari ammontano a 62 miliardi di euro: una cifra enorme,
come dieci ponti sullo Stretto. Questo mentre 8milioni di cittadini non hanno accesso
all'acqua potabile, 18 milioni bevono acqua non depurata e le perdite del sistema sono salite
al 37%, con punte apocalittiche al Sud. Sono più di vent'anni che si investe al lumicino, non
si costruiscono acquedotti e la manutenzione di quelli esistenti è quasi scomparsa dai
bilanci. Un quadro da Terzo Mondo.
Il rischio è di lasciare in eredità ai nostri figli un patrimonio di
acqua inquinata da industrie, residui fognari, chimica, arsenico o metalli pesanti. Di fronte
a questo allarme concreto sembra sollevarsi nient'altro che il solito polverone. Uno scontro
di teologie : con una maggioranza che crede nell'efficacia salvifica della gara d'appalto e
della quotazione in Borsa, e una minoranza che invoca il principio assoluto dell'acqua bene
comune . In mezzo a tutto questo, schiacciata fra le scorrerie dei partiti e gli appetiti
finanziari dei privati, una miriade di Comuni virtuosi che finora hanno gestito i servizi a
basso costo e in modo eccellente, e non intendono alienare l'acqua del sindaco , intesa come
ultima trincea del governo pubblico del territorio.
Nell'agosto 2007 Tremonti aveva già sparato un decreto per la
privatizzazione, ma si era rivelato cos? carente che non era stato possibile emanare i
regolamenti. Oggi si tenta il bis, con una spinta in pi verso i privati. Stavolta è d'accordo
anche la lega: la quota della mano pubblica dovrà scendere al 30%. Insomma, che i Comuni in
bolletta vendano tutto quello che possono. Facciano cassa, subito. E non fa niente se qualcuno
grida al furto e il Contratto mondiale per l'acqua ultima trincea del pubblico servizio
minaccia fuoco e fiamme. «In nessun'altra parte d'Europa attacca il presidente Emilio
Molinari si vieta alla mano pubblica di conservare la maggioranza azionaria. Il rischio è che
tutto finisca in mano delle grandi Spa e alle multinazionali. E se il servizio non funziona,
invece che al tuo sindaco dovrai rivolgerti a un cali center«.
Contro il provvedimento s'è scatenata una guerra di resistenza. In
Puglia il presidente della regione Niki Vendola s'è messo in collisione con gli alleati del
Pd, ed ha non ha solo annunciato di voler far ricorso contro la privatizzazione, ma ha deciso
di ripubblicizzare l'acquedotto pugliese, il pi grande e malfamato d'Europa (si dice che abbia
dato pi da... mangiare che da bere ai pugliesi).Al grido di l'acqua è una cosa pubblica ora
si tenta la storica marcia indietro, anche se non si ha la pi pallida idea di chi (
la Regione
?) pagherà i debiti del carrozzone.
Intanto si moltiplicano le assemblee: Verona, Bari, Udine, Savona,
Potenza, Rieti. Da Milano arrivano segnali di preoccupazione, a difesa di un'azienda comunale
totalmente pubblica che finora ha mantenuto tariffe tra le pi basse d'Italia. Il malumore
cresce nei Comuni di montagna. In Carnia anche quelli della Lega sono ai ferri corti con la
giunta regionale di centrodestra. Già hanno dovuto affidare i loro servizi a una
Spa-carrozzone che fa acqua da tutte le parti e alza le tariffe senza fare investimenti; ora
non vogliono che questo preluda al passaggio a un'azienda con sede a Milano, Roma o magari
all'estero. A Mezzana Montaldo (Biella) dove si gestiscono la loro rete in modo ineccepibile
da oltre un secolo, non ci pensano nemmeno a mollare l'acqua ad altri.
«? la fine del federalismo e dei valori del territorio persino nelle
regioni a statuto speciale» osserva Marco Job del C.m.a di Udine. «Facevamo tutto da soli -
ghigna il carnico Franceschino Barazzutti – dalle mie parti il sindaco guidava il trattore,
e se necessario aggiustava lui stesso la conduttura tra il paese e la sorgente. Oggi devi
chiamare i tecnici a Udine, con tempi maggiori e costi più alti. E se devi segnalare un
disservizio, devi andare a Tolmezzo o Udine, mentre prima era tutto sotto casa. E' tutto
chiaro: hanno fatto una Spa pubblica solo per poi passare la mano ai privati».
Privatizzare è l'ultima speranza di adeguarci all’Europa, puntualizza
il governo. Ma qui viene il bello.?
proprio l'enormità dei costi di questo adeguamento a falsare la gara. »Senza
certezza sul futuro del servizio e con simili costi fissi nessuna banca al mondo finanzierà
le piccole imprese, e così finiranno per vincere le grandi aziende quotate, capaci di
autofinanziarsi e di imporsi semplicemente con la forza del nome», spiega Antonio Massarutto
dell'università di Udine. Altra cosa che può falsare i giochi è la mancanza di garanzie sul
rispetto delle regole. »Siamo in Italia» brontola Roberto Passino, presidente del Coviri,
Comitato vigilanza risorse idriche: »Prima si lamentavano perché non funzionavamo, e ora che
abbiamo rimesso le cose a posto, tutti si lamentano perché funzioniamo». Un problema di
comportamento, insomma. Di cultura e responsabilità.
Pubblico o privato? »Non importa che i gatti siano bianchi o neri
scherza Passino citando Marx l'importante è che mangino i topi». Quello che conta è il
controllo. In Inghilterra l'azienda pubblica è stata privatizzata al cento per cento, ma ia
Spa che ha vinto la gara ora ha sul collo il fiato di un'authority ventiquattrore su
ventiquattro. Le modifiche del contratto sono impossibili. Ogni cinque anni le tariffe vanno
discusse daccapo.
Massarutto: »L'anomalia italiana è che ci si illude che la gara basti a
lavare più bianco. Non è vero niente. Serve uno strumento di controllo e garanzia che
impedisca furbate o fughe speculative. Figurarsi se poi l'azienda firma un contratto che
include non solo la gestione, ma anche gli investimenti immensi che il settore richiede.
Altra anomalia: abbiamo le tariffe più basse d'Europa. Questo perché a
differenza di Francia o Germania – finora nessuno ha osato scaricare sulle tariffe il costo
di questo immenso arretrato di lavori. Viviamo in uno strano Paese, dove si protesta per le
bollette dell'acqua, ma non si osa dir nulla su quelle del gas e dell'elettricità, che invece
sono udite - le più alte del Continente. Dire che gli acquedotti si debbano pagare con le
tasse è quantomeno spericolato, osserva Giuseppe Altamore autore di grandi libri sulla
questione idrica in Italia: »Non vedo cosa ci sia di giusto nel fatto che io debba pagare il
servizio idrico anche per gli evasori fiscali». Nell'incertezza sul futuro, il ritardo
aumenta, e sulle nostre spalle cresce la previsione di una batosta stimata per ora sui 115
euro pro-capite l'anno.
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