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È difficile immaginare il motivo per il quale gli umani abbiano scelto
l’assai arido deserto roccioso di Wadi Faynan come loro primo insediamento. Tuttavia
l’acqua sarebbe stata un motivo importante, sostiene l’archeologo Steve Mithen. Quando le
donne e gli uomini del Neolitico vi arrivarono 11500 anni fa, le cose erano molto diverse: il
clima era più fresco e più umido; il paesaggio era ricoperto di vegetazione, compresi fichi,
legumi e cereali selvatici, e vi sarebbero state capre e stambecchi selvatici per la carne.
Inizialmente WF16, come viene attualmente chiamato, sarebbe stato un accampamento stagionale.
Ma Mithen, professore di preistoria antica presso l’Università di Reading, e il suo collega
archeologo Bill Finlayson, credono che le persone sono rimaste via via sempre più a lungo.
Dal momento che vagliano prove così datate, gli archeologi non possono essere sicuri, ma
resti di cibo di diverse stagioni e le dimensioni dei cumuli di “spazzatura” fanno pensare
che circa 10000 anni fa gli abitanti abbiano smesso di muoversi tutti insieme. Se la loro
ipotesi fosse corretta, questo sarebbe uno dei più antichi siti mai individuati dove gli
umani si siano stanziati in modo permanente, abbiano imparato a coltivare e abbiano cambiato
il corso della civiltà umana. Ma la piccola comunità una volta estratta l’acqua, che
attrasse successive ondate di insediamenti, avrebbe finito per distruggere la risorsa che
aveva reso la vita possibile. È un modello che è stato replicato per millenni, in giro per
il mondo, e che ora ci minaccia a livello globale.
Inizialmente le persone tagliarono gli alberi per costruirsi un riparo e per utilizzarli come
combustibile, finché la pioggia inondò il terreno anziché depositarsi nella falda di
superficie, e le sorgenti si esaurirono. Già nell’era del Bronzo, gli agricoltori diedero
inizio all’ossessione dell’umanità di usare l’acqua per i raccolti allo scopo di
nutrire la popolazione in crescita. Nel frattempo, il clima umido e fresco che incoraggiò i
primi insediamenti stava divenendo naturalmente più arido e più caldo.
Gli storici ritengono che il Wadi Faynan sia stato abbandonato almeno due volte. La prima
volta probabilmente a causa di un brusco cambiamento climatico, e più avanti perché divenne
troppo inquinato. Oggi i beduini che sopravvivono nella valle hanno posto delle condutture nel
letto asciutto di un corso d’acqua per pompare quel che è rimasto della sorgente per
irrigare i campi di pomodori che a fatica hanno ottenuto dall’arido suolo. Ma è sempre più
difficile. Secondo la gente del luogo, le buone piogge oggi si riducono anno dopo anno.
Gli agricoltori a Wadi Faynan non sono soli. Come le comunità nel resto del mondo, stanno
pagando il prezzo di centinaia di anni di sfruttamento del nostro ambiente. Già ora un
miliardo di persone non ha abbastanza acqua potabile da bere, e almeno 2 miliardi non possono
contare su un’acqua adeguata per bere, lavarsi e mangiare - tanto meno ne possono lasciare
abbastanza per l'ambiente naturale. La mancanza di acqua è ritenuta la causa di molte delle
crisi più allarmanti: milioni di morti ogni anno a causa di malattie legate alla
malnutrizione, fame cronica, bambini che non vanno a scuola, la quale offre una speranza per
una vita migliore. La maggioranza di chi soffre è povero, ma anche nazioni ricche stanno
faticando sempre di più. L’Australia sta sopportando così tanti anni di aridità che un
importante climatologo ha affermato che è ora di smetterla di dire che essa è “colpita
dalla siccità” e accettare che la mancanza di pioggia è permanente.
In alcune zone degli USA le riserve di acqua sono così a rischio che lo scorso autunno
la Croce Rossa
ha consegnato partite di acqua alla città di Orme nel Tennessee. 'Pensai: "Quella non può
essere
la Croce Rossa.
Siamo americani!"', ha raccontato Susan Anderson, una residente, ad un giornalista. In
California, alcuni agricoltori hanno abbandonato i propri campi quest’anno dopo che il
Governatore Arnold Schwarzenegger ha dichiarato la prima siccità in tutto lo Stato da 17
anni. Nel frattempo Barcellona si trovava in una situazione così disperata da dover iniziare
ad importare cisterne d’acqua dalle città lungo la costa. Persino nel Regno Unito,
notoriamente umido, l’acqua è diventato un problema di dimensioni tali che nel
sovrappopolato Sudest del paese un’azienda progetta di costruire un impianto di
desalinizzazione, un tipo di provvedimento estremo associato ai paesi desertici ricchi di
petrolio.
Lo Stockholm International Water Institute parla di “una crisi umanitaria acuta e
devastante”: il fondatore del World Economic Forum, Klaus Schwab, mette in guardia dalla
“tempesta perfetta” [in arrivo]; Ban Ki-Moon, il Segretario Generale dell’ONU, ha
agitato lo spettro di “guerre per l’acqua”. E, mentre la popolazione continua a crescere
e ad arricchirsi, e il riscaldamento globale cambia il clima, gli esperti avvertono che se non
sarà fatto qualcosa, miliardi di persone soffriranno di mancanza d’acqua – con
l’aggravarsi di [problemi come] la fame, le malattie, le migrazioni e infine i conflitti.
Nel tentativo di evitare questa catastrofe, politici, economisti ed ingegneri stanno facendo
pressioni affinché vi siano cambiamenti radicali nel modo in cui viene gestita l’acqua, dal
rimboschimento a semplici pozzi per le riserve, a programmi da milioni di dollari per
rinnovare gli impianti idraulici del pianeta con dighe e condutture, o lavorare l’acqua
proveniente dalle fogne e dal mare.
La crisi idrica è un’espressione di quella catastrofe ambientale che è l’iper-sfruttamento
da parte dell’uomo. Questa è l’epoca che il Premio Nobel per la chimica Paul Crutzen ha
chiamato “Antropocene”, dal momento che l’ambiente naturale è stato profondamente
modificato dall’attività umana. E tutto iniziò quando gli uomini divennero sedentari e
iniziarono a tagliare la legna e a coltivare.
“Con la nascita delle comunità sedentarie si origina il bisogno di gestire
approvvigionamenti di acqua potabile”, afferma Steven Mithen. “Questo è il punto di
partenza di tutto il nostro dilemma moderno. Che ha riguardato gli insediamenti individuali,
le città, le nazioni e che ora è una problematica globale”.
Vi è, in teoria, una quantità d’acqua più che sufficiente sulla Terra per i suoi 6,5
miliardi di abitanti. Più del 97% di tutta l’acqua sul pianeta è salata, e gran parte
dell’acqua dolce è racchiusa negli strati di ghiaccio dell’Antartide e della Groenlandia.
Tuttavia rimangono 10 milioni di km cubi di acqua utilizzabile, che, in cicli costituiti da
una fase di evaporazione e una di precipitazione, è in circolo tra l’atmosfera e la terra,
dove compare nelle falde sotterranee, nei laghi e nei fiumi, nei ghiacciai, nei banchi di
neve, nelle paludi, nel permafrost e nel suolo. Ciascun km cubo equivale a 1000 miliardi di
litri, o 1 miliardo di tonnellate, di acqua – circa la portata annuale rimanente del fiume
Nilo.
Dall’altro lato della medaglia, l’ONU sostiene che gli individui hanno biosgno di cinque
litri d’acqua al giorno solo per sopravvivere in un clima temperato, e di almeno
50 litri
al giorno per bere e cucinare, per lavarsi e per l’igiene personale. Il fabbisogno del
settore industriale è pari a circa il doppio del fabbisogno domestico medio. Ma
l’agricoltura ha un fabbisogno molto, molto maggiore – il 90% di tutta l’acqua
utilizzata dall’umanità. L’acqua non viene “perduta” dalla Terra, ma l’eccessiva
estrazione da parte degli irrigatori significa che è spesso trasferita da dove è necessaria.
Tony Allan, del King's College di Londra, stima che, tutti insieme, 6,5 miliardi di persone
hanno bisogno di
8000 km
cubi di acqua ogni anno – una frazione di quella che è teoricamente disponibile. Vi è
certamente acqua sufficiente per ogni persona sul pianeta, ma troppo spesso è nei posti
sbagliati nei momenti sbagliati nelle quantità sbagliate”, afferma Marq de Villiers, autore
del libro ‘Water Wars’, pubblicato nel 2001.
Tre ore a nord di Wadi Faynan si trova la più verde Wadi Esseir, dove Salah Al-Mherat e la
sua famiglia sono uno dei milioni di nuclei familiari che in Giordania sentono gli effetti
quotidiani dovuti all’abitare in una delle nazioni più aride della Terra. Ogni settimana
Al-Mherat ottiene l’acqua dalla cooperativa locale di irrigazione per i suoi alberi di fico,
limone e melograno, per il suo ulivo e per le sue verdure. Per il resto conta sulla pioggia.
Ma dagli anni ’90 le sorgenti si sono via via prosciugate, minate dalla domanda della vicina
capitale Amman, e le piogge si sono ridotte.
In una calda mattina di aprile, Al-Mherat rientra a casa dopo aver raccolto dei piselli,
indossa il suo grembiule e si sistema su una pila di cuscini. Giocherellando nervosamente con
una teiera da cui esce un intenso profumo di tè spiega che oggi i raccolti riescono a coprire
a malapena i loro costi; egli deve lavorare come guardiano di sicurezza per integrare il
proprio reddito. “Quando ho iniziato ero decisamente meglio rispetto ad ora”, racconta.
“Il primo duro colpo è stato il fatto che le dimensioni dell’area irrigata si è ridotta.
Le persone hanno anche cambiato quel che irrigavano, perciò ora l’acqua viene usata
principalmente per gli alberi – alcuni agricoltori hanno completamente smesso di coltivare
verdure”. Al-Mherat dice di continuare a sperare che le cose miglioreranno, in quanto passerà
la terra ai propri figli. “È tutta la mia vita”, afferma. “Ma anche se sono ottimista,
la realtà è che è come per il diavolo desiderare di andare in Paradiso”.
La popolazione mondiale, lo sviluppo economico ed una maggiore domanda di carne, latticini e
pesce hanno fatto crescere di sei volte la domanda umana di acqua in 50 anni. Nel frattempo,
le scorte sono diminuite in diversi modi: si stima che 845000 dighe blocchino gran parte dei
fiumi mondiali, privando di acqua e di sedimenti le comunità che si trovano lungo il fiume, e
incrementando l’evaporazione; oltre la metà dell’acqua scompare a causa delle perdite; un
altro miliardo di persone semplicemente è privo di infrastrutture adeguate; e l’acqua
rimanente è spesso inquinata da sostanze chimiche e metalli pesanti provenienti
dall’industria e dall’agricoltura, ritenuti dall’ONU responsabili di avvelenare oltre
100 milioni di persone. E anche le piogge sono sempre meno affidabili in molte aree.
Sottolineare questi problemi è un paradosso. Perché l’acqua, e il suo ciclo, è essenziale
per la vita, nonché un elemento centrale in molte religioni, è tradizionalmente visto come
un bene “comune”. Ma nessun singolo individuo ne è responsabile. Da Wadi Esseir
all’arido Midwest americano, gli agricoltori non pagano l’acqua o pagano una frazione di
quello che pagano i proprietari di un’abitazione, perciò hanno un incentivo minore a
risparmiarla e ciò potrebbe anche sottrarre ai fornitori i fondi per migliorare le
infrastrutture.
L’ONU fissa la “scarsità idrica” ad una quota inferiore a
1000 metri cubi
all’anno di acqua potabile e rinnovabile per persona per bere, pulire, produrre cibo e far
funzionare l’industria. In base a questa misura, metà della popolazione mondiale vive in
paesi che soffrono di scarsità idrica.
La Giordania
è uno dei paesi dove l’acqua è più scarsa sulla Terra, raggiungendo in media solo
160 metri cubi
di acqua rinnovabile per persona all’anno.
Il risultato è che a razionare [l’acqua] non sono solo gli agricoltori. La famiglia
Al-Mherat, come il resto dell’area metropolitana di Amman, ha accesso all’acqua presso la
propria abitazione solo un giorno alla settimana. Una città con oltre 2 milioni di abitanti
procede secondo il ritmo del “giorno dell’acqua””, afferma il dottor Khadija Darmame,
che prende parte ad un progetto da 1.25 milioni di sterline organizzato da Mithen e
sponsorizzato dal britannico Leverhulme Trust per studiare i legami tra “acqua, vita e
civilizzazione” in Giordania, dagli insediamenti più antichi ad oggi.
La scarsità degli approvvigionamenti e l’acqua stagnante nelle taniche occasionalmente
conducono ad infenzioni. Ma per la maggioranza, il problema è la fatica. "La prima cosa
da fare è lavare più vestiti possibili e poi pulire la casa”, afferma Darmame. I bambini e
gli uomini fanno la doccia, “mentre le donne la fanno come ultima cosa, e poi c’è bisogno
di alcune ore per riempire le taniche”, accatastate su ogni tetto.
Per milioni di altre persone, le scarse forniture sono una questione di vita o di morte. La
mancanza di acqua potabile e di igiene sono ritenute da molti le cause della morte di 11
milioni di bambini sotto i cinque anni ogni anno per malattie e malnutrizione; della fame
cronica di circa un miliardo di persone; di quella che l’organizzazione per il cibo e l’agricolutra
dell’ONU definisce “insicurezza alimentare”, di cui soffrono 2 miliardi di persone in
quanto non hanno una quantità di cibo adeguata per una “vita attiva e salubre”; della
permanenza al di fuori del sistema scolastico di 60 milioni di bambine e ragazze. Queste
persone poi cadono in una trappola legata all’acqua e alla povertà: due terzi delle persone
che non hanno acqua a sufficienza persino per i bisogni fondamentali vivono con meno di 2
dollari al giorno. “Le variazioni nella disponibilità di acqua sono fortemente e
negativamente legate al reddìto pro capite”, afferma il professor Jeffrey Sachs, autore di
‘Common Wealth: Economics For a Crowded Planet’ e consulente speciale del Segretario
Generale dell’ONU. Precarie condizioni di salute, la mancanza di istruzione e la fame
rendono difficile sufiggirne.
Infine, la mancanza di acqua è vista come una minaccia per la pace. Dal genocidio in Darfur
alle dispute tra Stati in India e negli USA. Ban Ki-Moon è uno dei leader globali che hanno
avverito della possibilità di ulteriori dispute legali e armate a proposito dell’acqua.
Intuitivamente si può pensare che è ovvio che le persone lotteranno per la loro risorsa più
preziosa, ma fino ad ora di conflitti ne sono scoppiati pochi. L’idea delle “guerre per
l’acqua” è giunta alle orecchie dell’opinione pubblica nel 2001 quando il libro di Marq
de Villiers è uscito con questo titolo nel Regno Unito, anche se l’autore non ha condiviso
il titolo scelto dall’editore. De Villiers conviene che l’acqua sia spesso una causa
implicita di tensione, ma ha identificato una sola “guerra” per l’acqua, quella tra
Egitto e Sudan. “Non si può stare senza acqua, perciò quando la scarsità si fa sentire,
gli Stati devono cooperare e giungere ad un compromesso”, afferma.
Ma se metà della popolazione mondiale vive in paesi con problemi idrici, come fanno in così
tanti, dai granai asiatici alle caotiche città nell’arido Ovest americano, a lasciare i
campi irrigati e l’acqua scorrere dai rubinetti?
Una ragione è che, come si suol dire, l’acqua va dove ci sono i soldi. Perciò la gente nel
Kuwait, ricco di petrolio, si permette una costosa desalinizzazione, mentre i palestinesi
vivono di stenti ogni giorno; i turisti ad Amman possono aprire il rubinetto in qualsiasi
momento, mentre coloro che vivono nelle aree più povere della città hanno accesso
all’acqua per poche ore alla settimana. Come dice Tony Allan: “La mancanza di acqua non
crea grossi problemi ai giardinieri in Hampshire o ai proprietari di ville in California che
hanno piscine da riempire”.
Un’altra risposta al rompicapo è stata identificata da Allan, che negli anni ’60 si è
interessato alle ragioni per cui gli Stati mediorientali senza risorse idriche abbondanti non
soffrivano di una più che inevitabile crisi idrica. La risposta, si rese conto, era il
commercio: acquistando cibo, le società che scarseggiavano di acqua “acquistavano” quella
che lui ha definito “acqua virtuale”. Essi venivano aiutati dagli agricoltori che
vendevano sottocosto i cereali sul mercato mondiale una volta che i sussidi avevano creato un
ingente eccesso di offerta. “Questa potenziale tragedia andava avanti e colpì le calme
acque degli americani e degli europei che fornivano cibo [per il mercato mondiale] a metà
prezzo, e l’acqua contenuta in quel cibo [era acqua] che non dovevano trovare”.
L’altra risposta è che comunità di tutto il mondo sono state costrette a sfruttare fiumi,
laghi e falde, talvolta vecchie di milioni di anni, notevolmente oltre il limite entro il
quale possono riempirsi. Sopra il suolo, i laghi si stanno riducendo e i fiumi sono stati
ridotti ad un flusso pietoso o si stanno prosciugando tutti quanti. Sotto terra, una crisi in
gran parte invisibile si sta sviluppando dal momento che milioni di pozzi sono stati scavati
nelle falde – 4 milioni nel solo Bangladesh. Molte falde sono nuovamente riempibili, ma non
tutte, e molte che potrebbero essere ricaricate non ricevono abbastanza per soddisfare la
domanda. Talvolta le cavità vuote semplicemente collassano, rendendosi inutilizzabili per
sempre. Nel suo recente libro, ‘Piano B 3.0’, Lester Brown cataloga i risultati. Nei
granai di Cina, India, USA, Pakistan, Afghanistan, Iran, Arabia Saudita, Yemen, Israele e
Messico, la superficie delle falde sta crollando, talvolta di molti metri all’anno. Le pompe
sono state spinte in profondità per un chilometro o più per trovare l’acqua, centinaia di
pozzi si sono esauriti tutti insieme e i raccolti si stanno riducendo. Questi paesi sono
abitati da oltre la metà della popolazione mondiale e producono la maggior parte dei suoi
cereali, mette in guardia Brown. Nel frattempo, quasi dimenticate in mezzo alle sofferenze
umane sono le terribili conseguenze per il mondo naturale: la popolazione ittica d’acqua
dolce si è ridotta della metà tra il 1970 e il 2000, afferma l’ONU.
Tutte queste dighe, questi canali d’irrigazione, queste pompe e queste condutture consentono
a miliardi di persone di compiere un gigantesco consumo eccessivo di acqua a livello globale.
Quello che preoccupa gli esperti è che non vi è alcun segnale che suggerisca un minor
prelievo di acqua da parte dell’uomo.
Due anni fa l’ International Water Management Institute (IWMI) ha pubblicato un rapporto
scritto da 700 esperti che avvertivano che una persona su tre stava “soffrendo di una forma
di scarsità idrica”. “La scarsità per me è quando le donne lavorano duramente per
ottenere l’acqua, [o] quando se ne vuole distribuire di più ma non si può”, racconta
David Molden, vicedirettore dell’organizzazione con sede in Sri Lanka.
Molden avvisa che la situazione sta diventando “leggermente più critica”, a causa della
domanda di cibo che continua a crescere, del recente boom dei biocarburanti e del cambiamento
climatico. A queste cause può essere aggiunta un’altra, importante, “domanda”: una
presa di coscienza che si sarebbe dovuta realizzare molto tempo prima, cioè che anche la
natura ha bisogno di acqua, che in Europa e in altri paesi ha portato all’approvazione di
leggi che assicurano che “flussi ambientali minimi” restino sul posto.
Solo per il cibo,
la Banca Mondiale
stima che la domanda di acqua aumenterà del 50 per cento entro il 2030, e l’IWMI teme che
potrebbe quasi raddoppiare entro il 2050. Il bisogno di pioggia o di irrigazione per questi
raccolti dipende dal luogo dove crescono e da quanta pioggia vi è.
Come un grande fiume alimentato da numerosi affluenti, l’acqua è il canale per i diversi
effetti del riscaldamento globale: precipitazioni più variabili, più alluvioni, più siccità,
lo scioglimento dei ghiacciai dai quali 1 miliardo di persone dipende per la portata estiva
dei fiumi, ed un incremento dei livelli del mare, minacciando di inondazione non solo le
comunità lungo le coste ma anche le falde di acqua dolce, i delta dei fiumi e le paludi.
In base ai dati che appaiono sulle prime pagine dei giornali, il cambiamento climatico
dovrebbe essere una buona notizia. Gli scienziati stimano che all’incirca per ogni aumento
di 1 grado della temperatura media globale, le precipitazioni aumenteranno dell’1 per cento,
dal momento che un’aria più calda assorbe più umidità. Il volume totale a livello
mondiale non cambierebbe, ma verrebbe riciclato più rapidamente, colpendo la maggior parte
dell’agricoltura mondiale, che dipende dal volume e dai tempi delle precipitazioni.
Bilanciando tutti questi impatti, Nigel Arnell, direttore del Walker Institute for Climate
Change dell’Università di Reading, calcola che il numero di persone che vivono in bacini
idrici esposti a pressione idrica aumenterà da 1,4 miliardi a 2,9-3 miliardi entro il 2025 e
a 3,4-5,6 miliardi entro il 2055. Concretamente, l’impatto maggiore nel modello di Arnell è
dovuto alla crescita della popolazione, in modo particolare in Cina ed India, e, a livello
globale, il cambiamento climatico sta in verità riducendo l’esposizione a scarsità. Questa
potrebbe essere una buona notizia per qualcuno, ma nasconde una enorme spaccatura, dal momento
che alcune regioni temono un eccesso di acqua, mentre centinaia di milioni di persone iniziano
a rimanerne senza.
È impossibile attribuire le difficoltà di un’azienda agricola o le piogge di un anno al
cambiamento climatico. Ma se il clima è la statistica del tempo atmosferico, allora la misura
dell’acqua caduta quest’anno sulla fattoria di Sameeh Al-Nuimat, a sud ovest di Amman, è
tipica di quello che gli esperti prevedono. Al-Nuimat si è accorto di un declino graduale
nelle precipitazioni da anni, ma quest’anno si sono ridotte fortemente e non c’è stata
pioggia per tutto il mese di marzo, un periodo critico per i raccolti estivi. “Mio padre mi
ha detto di non aver mai visto un anno del genere”, racconta.
Eventi drammatici del genere hanno reso pressante la discussione sulla precarietà delle
risorse idriche giordane, racconta Al-Nuimat, che è anche un ingegnere che si occupa
d’irrigazione per il Ministero dell’Agricoltura. “In passato, quando l’acqua era
disponibile, nessuno se ne preoccupava. Ma ora c’è un interessamento – ogni sera la gente
ne parla, ogni sera se ne discute, ad ogni livello, dall’agricoltore all’urbanista, al
politico. In quanto agricoltore, vorrei vedere delle colture resistenti alla siccità; da un
punto di vista di ingegneria civile dovremmo lavorare a megaprogetti; e, se si pensa ad una
pianificazione territoriale globale, si dovrebbe accettare il movimento di persone da regioni
in cui l’acqua scarseggia ad altre dove è disponibile”.
Nel resto del mondo sono in corso gli stessi dibattiti. I paesi ricchi possono ottenere
risparmi significativi attraverso l’efficienza domestica, ma gran parte della popolazione
mondiale non ha power shower e piscine, né spreca grandi quantità di cibo. L’attenzione si
concentra soprattutto, invece, sulla riduzione della quantità di acqua utilizzata in
agricoltura, attraverso un’irrigazione più efficiente, sementi geneticamente modificate in
grado di crescere in condizioni più aride e ricche di sali, e anche colture capaci di
spostarsi. “Se il mondo fosse la mia fattoria, crescerei le cose in luoghi diversi”, dice
David Molden. Ma persino il risparmio, parola piacevole da udire, è spesso impopolare. Vi è
una diffusa opposizione all’incremento dei prezzi per l’acqua (o dell’energia per il
pompaggio) per un aumento dell’efficienza, vi sono sospetti sulle modificazioni genetiche ed
una riluttanza tra gli agricoltori ad abbandonare colture che necessitano di molta acqua ma
lucrative quando stanno facendo fatica a nutrire la loro famiglia. “È un dilemma
socioeconomico”, afferma Al-Nuimat. “Non si può fermare ora: è la sorgente della loro
vita”.
Di fronte ad un’indifferenza e persino ad un’opposizione generale, si è risposto cercando
di concentrare gli sforzi per incrementare la fornitura. Per decenni il livello delle
ambizioni è stato come un gioco ingegneristico globale in cui ognuno ha voluto fare meglio
degli altri: fiumi sono stati deviati in tutti i paesi, pompe sono state fatte sprofondare per
chilometri in falde acquifere fossili, ed impianti più grandi sono stati commissionati per
riciclare o desalinizzare l’acqua. E non c’è alcun segno di rallentamento. Dal momento
che la scarsità aumenta e i costi e l’utilizzo dell’energia calano, Global Water
Intelligence prevede che la capacità di desalinizzazione aumenterà più del doppio entro il
2015, e il potenziale per incrementare il riciclaggio dell’acqua di scarto è enorme, dal
momento che rappresenta solo il 2 per cento del volume totale.
Ma costi elevati, preoccupazioni ambientali e la ripugnanza da parte della gente a bere i
propri “rifiuti” ha costretto molte comunità a riconsiderare anche metodi più semplici e
tradizionali. Alcune delle idee sarebbero state riconosciute dagli agricoltori più anziani:
ripiantare alberi, estirpare le piante non indigene che richiedono molta acqua, rivestire di
pietra le mura per contenere l’erosione e annaffiare i raccolti con semplici stagni e
taniche.
Alcuni hanno spinto per un ritorno a diete più vegetariane, che al massimo richiedono solo la
metà dell’acqua di quella di un tipico carnivoro americano. Questo è, secondo Lord Haskins,
ex presidente del gruppo britannico Northern Foods e consulente del governo, “il
proveddimento più virtuoso e responsabile di tutti”.
E quando tutte le opzioni sono state esaurite al proprio interno, i paesi hanno un’altra
opzione: importare acqua, cibo in scatola e persino beni industriali. L’ingerenza politica
con i sussidi rende il commercio una ‘soluzione’ controversa, ma favorendo regioni con un
‘vantaggio competitivo’ in campo idrico può funzionare. A livello globale l’IWMI stima
che la domanda d’irrigazione sarebbe dell’11 per cento maggiore senza il commercio, e cita
una proiezione in base alla quale le importazioni possono tagliare in futuro l’irrigazione
di un altro 19-38 per cento entro il 2025. L’Arabia Saudita è andata oltre, annunciando in
febbraio di voler fermare la produzione di farina entro pochi anni, tuttavia gli altri paesi
potrebbero ora essere scoraggiati dall’aumento dei costi del cibo.
Alla fine i governi stanno accettando controvoglia diverse strategie da attuare subito:
aumentare i prezzi affinché riflettano il reale valore dell’acqua per l’uomo e per
l’ambiente, investire in tecnologie per migliorare l’efficienza e la fornitura,
intraprendere un maggior numero di scambi commerciali e rappacificarsi con i vicini che
possono garantire i flussi di acqua e cibo in entrata. Queste cose saranno possibili solo se,
tuttavia, le persone possono essere condotte fuori dalla povertà, per potersi permettere
prezzi più alti, investimenti di capitali e importazioni. “Quando si diversifica la propria
economia, si risolvono i propri problemi”, sostiene Allan.
Volgendo lo sguardo alla storia della lotta che l’umanità ha compiuto per ottenere acqua a
sufficienza, l’esperienza suggerisce che l’intraprendenza che ha permesso agli uomini di
insediarsi, coltivare la terra e dominare il pianeta fornirà molte soluzioni. Ma talvolta
dovremmo accettare la sconfitta. “Da un lato, si può notare questa straordinaria ingegnosità
tecnologica da parte dell’uomo, che attraverso la preistoria e la storia ha continuamente
inventato nuovi modi di gestire le risorse idriche”, afferma Mithen. “Dall’altro lato,
gli avvenimenti del passato ci dicono che talvolta, per quanto siano geniali le proprie
invenzioni tecnologiche, esse non sono sufficientemente valide, e si possono avere periodi in
cui il paesaggio viene abbandonato. Dobbiamo prepararci ad investire in tecnologia, ma anche a
riconoscere che in alcune aree del mondo vi saranno zone dove bisognerà dire ‘quando è
troppo è troppo’”.
Una persona utilizza circa
50 litri
d’acqua al giorno; l’industria arriva ad utilizzarne il doppio. Ma l’agricoltura ha
bisogno di molto di più – in effetti, il 90 per cento di tutta l’acqua utilizzata
dall’uomo.
Beni liquidi
Quanta acqua occorre per produrre una lattina di Coca? La risposta è dura da mandar giù.
Il vostro frigo contiene più acqua di quanta pensereste. Per produrre una bottiglia di acqua
minerale, ad esempio, si è utilizzato una quantità di acqua pari a cinque volte il volume
del liquido che contiene. Quella bistecca proviene da una mucca che ha avuto bisogno di cibo e
acqua per tre anni. Questa unità di misura è conosciuta come “impronta idrica” e nelle
pagine seguenti calcoliamo quale livello viene raggiunto dalle vostre razioni quotidiane…
1 lattina di coca cola
Impronta idrica:
200 litri
Benché contenga solo
0,35 litri
di acqua, la vostra lattina di Coca Cola ha un’impronta idrica pari a
200 litri
a causa del suo contenuto di zucchero. La canna da zucchero, essendo una coltura tropicale,
richiede un’irrigazione notevole.
1 kg di carne di manzo
Impronta idrica:
15500 litri
Quasi tutta l’impronta idrica della vostra bistecca è creata dai cereali utilizzati per
nutrire il bestiame.
300 g di formaggio
Impronta idrica:
1500 litri
Le impronte idriche del cibo variano a seconda dei metodi di allevamento e del clima. Il
formaggio prodotto in India ha un’impronta idrica pari a 3,5 volte quella del formaggio
prodotto in Irlanda, a causa delle differenze climatiche.
1 pagnotta di pane bianco
Impronta idrica:
800 litri
La produzione mondiale di grano, utilizzato per produrre la vostra pagnotta, consuma 790
miliardi di me tri cubi [d’acqua] ogni anno – pari al 12 per cento dell’acqua globale
utilizzata per l’agricoltura.
1 kg di carne di pollo
Impronta idrica:
3900 litri
Un pollo consumerà più di 3kg di cereali e necessita di
30 litri
d’acqua nelle 10 settimane che precedono la sua macellazione.
Una scatola di sei uova
Impronta idrica:
1200 litri
L’impronta idrica di un uovo è dovuta in gran parte all’acqua necessaria per crescere il
grano utilizzato per allevare il pollo.
1 litro di latte
Impronta idrica:
1000 litri
Il latte ha la seconda impronta idrica per grandezza nell’ambito dell’agricoltura, solo
quella della carne di manzo è maggiore. Ciò è dovuto all’acqua necessaria per coltivare
il cibo e per far bere gli animali.
1 arancia
Impronta idrica:
50 litri
La frutta ha un’impronta idrica elevata a causa del livello di irrigazione. Gli agrumi, in
particolare, hanno un’impronta molto alta, superata solo da quella della banana e
dell’uva.
1 bottiglia di vino
Impronta idrica:
720 litri
Gran parte dell’impronta idrica della vostra bottiglia di vino è dovuta all’irrigazione
del vitigno.
1 kg di carne di agnello
Impronta idrica:
6100 litri
L’agnello è, tra gli animali di allevamento, quello con l’impronta idrica più piccola,
nonostante siano necessari 18 mesi per allevarlo e nutrirlo. Ciò è dovuto al fatto che una
quantità di cereali relativamente piccola viene utilizzata come cibo.
1 pomodoro spagnolo
Impronta idrica:
8,2 litri
I pomodori sono una coltura che richiede un’irrigazione intensiva e spesso crescono in aree
dove vi è scarsita di acqua. L’industria spagnola del pomodoro, il più grande fornitore di
pomodori nel Regno Unito, è responsabile dell’inquinamento di 29 milioni di metri cubi di
acqua dolce all’anno.
Come posso ridurre la mia impronta idrica?
Posso vedere quanta acqua sto usando?
L’Università di Twente nei Paesi Bassi ha lanciato waterfootprint.org,
un sito Internet che consente di misurare l'impronta idrica della produzione e del trasporto
di cibo, vestiti, cancelleria e prodotti di elettronica. E, naturalmente, la propria impronta
idrica.
Perché i beni non sono etichettati?
Le multinazionali del cibo e dell’acqua hanno iniziato a prendere seriamente in
considerazione questo [problema] e il WWF ha istituito una taskforce di alto livello per
studiare l’impronta idrica. Ma andando oltre nel progetto dell’etichettatura degli
alimenti che raggiungerebbe milioni di consumatori, le cose si stanno rivelando più
difficili, afferma Dave Tickner, capo del programma del WWF britannico per l’acqua potabile.
L’acqua è tutta uguale?
Diversamente dall’anidride carbonica, l’acqua è una tematica locale. È preferibile
acquistare un chilo di cereali dal Canada, ricco di acqua, piuttosto che dall’arida
Australia, anche se viene utilizzata solo la metà dell’acqua utilizzata in Australia.
Similmente è di poca importanza quanta pioggia abbia bagnato le vostre foglie di tè, ma
destano preoccupazione le coltivazioni di cotone per vestiti che crescono nell’Asia centrale
prosciugando l’acqua dei laghi.
Queste sembrano scelte difficili
I promotori della campagna temono che giudizi troppo veloci sull’acqua “buona” e
“cattiva” distruggeranno posti di lavoro in aree povere, e probabilmente costringeranno
gli agricoltori ad intraprendere colture maggiormente dannose per l’ambiente pur di
sopravvivere. Perciò, un sistema di etichettatura di tipo “semaforico” che discrimini i
vari utilizzi dell’acqua – buoni, in via di miglioramento, cattivi – è preferibile ad
uno che indichi semplicemente la quantità di acqua utilizzata.
Nel frattempo, cosa posso fare?
Mangiare cibi locali ed evitare quelli importati e fuori stagione provenienti da zone aride.
Tagliare il proprio consumo di cotone – l’abitante medio del Regno Unito ha un’impronta
idrica legata al cotone di
211 litri
al giorno, come tirare lo sciacquone del wc venti volte al giorno.
Ricerche di Niki Nixon
Titolo originale: "Is water the new oil?"
Fonte: http://www.guardian.co.uk
Link
02.11.2008
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di ANDREA B.
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