|
ROMA - E' una vera e propria dichiarazione di guerra all'acqua in bottiglia.
Numerose città del pianeta stanno chiedendo ai propri cittadini di abbandonare l'uso
dell'acqua minerale a favore di quella che scende dai rubinetti.
In questi giorni è New York ad essere scesa in campo, dando il via ad una campagna per
ridurre se non per eliminare l'uso delle bottigliette di plastica. Obiettivo: aiutare
l'ambiente. Anche il sindaco di Salt Lake City, sempre negli Stati Uniti, sta facendo una
campagna simile, e in California numerosi ristoranti servono ormai unicamente acqua del
rubinetto. Ma anche in Europa si hanno esempi simili, primo tra tutti Roma dove, dopo 250.000
prelievi dai propri acquedotti, il Comune ha deciso di rendere pubblica la carta d'identità
della propria acqua che risulta essere buona, fresca e molto meno dispendiosa (da
100 a
1.000 volte meno) rispetto all'acqua in bottiglia.
Eppure americani e italiani in testa, seguiti a ruota dal resto dei Paesi industrializzati,
bevono sempre di più acqua in bottiglia. Quanto contribuiscono al deterioramento
dell'ambiente? Spiega Todd Jarvis della Water Resources Graduate Program alla Oregon State
University (Usa): "Ogni anno, nel mondo, si consumano 81 milioni di litri di petrolio e
600 miliardi di litri di acqua (necessari per la lavorazione della plastica) per produrre 154
miliardi di acqua minerale in bottiglia. E questo alimenta un favoloso business che oggi ha
raggiunto i 100 miliardi di dollari all'anno e che continua a crescere, visto che dal 1978 ad
oggi è aumentato del 2.000%. Questo spiega l'iniziativa di New York. In quella città,
infatti, vi è un controllo dell'acqua da rubinetto che è tra le migliori al mondo, ma al
contempo si ha il consumo a persona dell'acqua in bottiglia più elevato del pianeta".
Ma perché si è arrivati ad un uso così elevato dell'acqua in bottiglia?
Ancora Jarvis: "Perché è stato alimentato da veri e propri miti. Molto spesso si pensa
che le acque delle sorgenti siano sempre purissime rispetto ad ogni altra riserva d'acqua. Ma
non è assolutamente vero. Le acque vicino alla superficie, infatti, possono raccogliere
inquinanti che difficilmente si trovano nelle acque pescate dai pozzi municipali a centinaia
di metri di profondità". E anche sul gusto c'è molto da dire. Lo dimostra un test
realizzato da Legambiente in 6 città italiane. Pescando l'acqua da caraffe anonime e
affidandosi al palato nemmeno 2 italiani su 10 sono riusciti a individuare qual era l'acqua
imbottigliata e quale quella uscita dalle tubature domestiche. E che dai rubinetti, almeno dei
Paesi industrializzati, esca acqua realmente potabile è accertato dalle severe leggi che
riguardano i controlli e il contenuto delle sostanze permesse, che per molte di esse sono più
restrittive rispetto a quelle delle acqua in bottiglia. "E' comunque giusto sottolineare
- spiega Jarvis - che tutte le ricerche sull'argomento non portano a sostenere che le acque in
bottiglia sono meno buone di quelle del rubinetto, ma che per produrre una bottiglia di acqua
si produce anche inquinamento. E il gioco non vale la candela, visto che sappiamo che l'acqua
domestica è, in moltissimi casi, comunque valida al confronto".
Per produrre 1 chilo di Pet (polietilen-tereftalato), la plastica usata per le bottiglie, sono
necessari poco meno di 2 chili di petrolio e
17 litri
di acqua, la cui lavorazione rilascia nell'atmosfera 2,3 chili di anidride carbonica, o40
grammi di idrocarburi,
25 grammi
di ossidi di zolfo e
18 grammi
di monossido di carbonio. A cui poi va aggiunto l'inquinamento per il trasporto, visto che
solo il 25% delle acque in bottiglia bevute in un Paese provengono dalle industrie nazionali,
le altre devono varcare uno o più confini. Forse vale la pena rifletterci. Alcune aziende lo
stanno già facendo, promettendo l'uso di materiali biodegradabili per il packaging.
|
|